Spaccio di droga per i vip: i pusher chiedono la libertà. Si è tenuta, ieri mattina, dinanzi ai giudici del Tribunale del Riesame di Salerno l’udienza con la quale i difensori dei pusher cavesi hanno chiesto la scarcerazione per i propri assistiti. L’avvocato Alfonso Senatore, difensore del principale indagato, Antonio Benvenuto, ha eccepito la nullità dell’ordinanza cautelare. La tesi è stata supportata da diversi elementi, tra i quali la mancata trasmissione degli atti dalla Procura della Repubblica di Nocera Inferiore ai giudici del Riesame di Salerno. Inoltre i difensori, tra i quali l’avvocato Secondino e Marco Salerno hanno sottolineato l’eccessività e l’inadeguatezza della misura cautelare. I giudici si sono riservati la decisione sull’istanza di scarcerazione per gli indagati. Il giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Nocera Inferiore, su richiesta del pubblico ministero, Giuseppe Cacciapuoti, aveva emesso una misura cautelare, in carcere, ai domiciliari e di obbligo di presentazione all’autorità giudiziaria nei confronti di Antonio Benvenuto, 50 anni, di Cava de’ Tirreni, ma residente a Nocera Superiore, titolare del bar individuato come luogo di spaccio; Domenico Caputano, 34 anni, e Raffaele De Martino, 48 anni, entrambi di Cava de’ Tirreni. Ordinanza del gip Paolo Valiante agli arresti domiciliari per Pasquale Giuliano, 33 anni, di Pompei, pregiudicato e già arrestato per detenzione e spaccio di stupefacenti; Francesco Trabucco, 23 anni, Carlo Lamberti, 35 anni, entrambi di Cava de’ Tirreni, e Fabrizio Milite, 26 anni, di Nocera Superiore. Erano stati sottoposti all’obbligo di presentazione alla pg altri giovani cavesi, alcuni di essi legati a vincoli di parentela o sentimentali con gli arrestati: Gualtieri Guidotti Di Monte, Dominique Marielena, Gennaro Scirgolea, Carmine Medolla, meglio conosciuto come “Leonard”, titolare del negozio di parrucchiere finito nel mirino degli inquirenti, Claudio Mazzetta e Umberto Della Corte. Secondo l’accusa, i principali indagati – gestori di un bar nel centro storico di Cava de’ Tirreni – avevano allestito un’attività di spaccio di sostanse stupefacenti. Quando l’attenzione degli inquirenti si era appuntata sull’affare, gli indagati avevano cambiato metodologia di vendita, raggiungendo i clienti in luoghi più appartati. L’indagine dei carabinieri di Cava de’ Tirreni era partita da alcuni esposti presentati dai residenti della zona e si era protratta per alcuni mesi attraverso intercettazioni telefoniche e pedinamenti. Lo stupefacente, cocaina, hashish veniva acquistata nei paesi vesuviani.(r.f.)
C’è più di un particolare aggiacciante nei racconti del pentito Biagio Di Lanno del clan Polverino. Le sue confessioni sono alla base dell’ordinanza di custodia cautelare della Dda di Napoli a carico del boss Giuseppe Polverino, del suo braccio destro Giuseppe Simioli, Raffaele D’Alterio e dello stesso pentito quali mandanti, esecutore materiale fiancheggiatori dell’omcidio di Giuseppe Candela, detto “Peppe tredici anni”, affiliato del clan avvenuto il 15 luglio del 2009. Il pentito ha raccontato che Raffaele D’Alterio, avrebbe partecipato a vari omicidi e che in un’occasione la vittima sarebbe stata sciolta nell’acido. Nell’ordinanza di custodia cautelare a carico dei quattro ci sono numerosi omissic perché la Dda sta effettuabndo altre indagini. In maodo particolare su questo episodio. Ecco il passaggio: “…Nella foto n. 24 riconosco Raffaele D’Alterio detto “Lelluccio a’ signorina”. Lo conosco bene: si tratta di un mio compare di fede, ha partecipato a vari omicidi: ……omissis, Giuseppe Candela e…..omissis che fu sciolto nell’acido.
Può considerarsi uno dei capi del clan”.
(nella foto da sinistra Raffaele D’Alterio, a destra il pentito Biagio Di Lanno)
A Scafati, in provincia di Salerno, i carabinieri stanno indagando sulla morte di un cittadino marocchino di 38 anni, irregolare sul territorio italiano. L’uomo è stato rinvenuto agonizzante nella serata di martedì ed è deceduto la scorsa notte presso l’ospedale Umberto I di Nocera Inferiore per l’aggravarsi delle sue condizioni di salute. L’extracomunitario era stato ricoverato in codice rosso. I carabinieri del reparto territoriale di Nocera sono stati allertati da una segnalazione avanzata dai vicini di casa dell’immigrato che non avevano sue notizie da alcune ore. Una volta entrati nell’abitazione, al pianoterra di un cortile nel centro della cittadina, hanno rinvenuto il 38enne con i piedi legati da una corda, ma ancora vivo. Sul corpo dell’uomo una serie di contusioni e di lesioni che, secondo una prima analisi, erano state procurate almeno 24 ore prima. Gli investigatori stanno indagando a tutto campo per accertare gli autori dell’omicidio e il movente. Il 38enne non era già noto alle forze dell’ordine e non aveva legami con la criminalità. Il magistrato di turno ha disposto l’autopsia che potrà fornire qualche indicazione in più circa le cause del decesso.
Qualche mese dopo il delitto il killer portò lo ‘stipendio’ – 5000 euro – alla vedova dell’affiliato al clan che egli stesso aveva ammazzato. E’ quanto emerge dal racconto di un collaboratore di giustizia che ha consentito di far luce sull’omicidio di Giuseppe Candela, soprannominato Peppe tredici anni, con l’emissione di quattro ordinanze di custodia, una delle quali nei confronti del boss di Marano, Giuseppe Polverino. Candela, affiliato ai Polverino, fu ucciso per ordine del boss del suo clan, per una serie di sgarri nei confronti di esponenti dell’organizzazione: è lo scenario del delitto ricostruito dalle indagini dei pm della Dda di Napoli, Henry John Woodcock e Maria Di Mauro, coordinati dai procuratori aggiunti Filippo Beatrice e Giuseppe Borrelli. Esecutore materiale dell’omicidio sarebbe stato Giuseppe Simioli, latitante, e destinatario di una delle quattro misure cautelari emesse dal gip Rosa De Ruggiero. Un contributo importante alle indagini è stato offerto dal pentito Biagio Di Lanno che avrebbe procurato al killer il motorino utilizzato da Simioli per l’omicidio avvenuto a Marano il 15 luglio 2009. Quando Candela fu ucciso, ha riferito Di Lanno, era ancora ”stipendiato” dal clan con 2000 euro al mese. ”Una settimana dopo il delitto – ha dichiarato il pentito ai pm – Giuseppe Simioli inviò Antonio Granata a casa della moglie di Candela alla quale fece portare 5000 euro. E diede incarico a Granata di dire alla signora che lui non sapeva chi avesse ucciso il marito e che si sarebbe adoperato per scoprirlo. Per tutta risposta la signora disse a Granata che sapeva benissimo che ad ammazzare il marito era stato Peppe Simioli aggiungendo che gli avrebbero potuto dare un’altra possibilità. Dopo qualche mese alla moglie di Candela sono stati dati altri 5000 euro in mia presenza”.
(nella foto a sinistra la vittima, Giuseppe Candela, a destra il killer, Giuseppe Simioli)
La giovane vittima innocente di camorra, Salvatore Barbaro, Salvio il cantante, ucciso la sera del 13 novembre del 2009 ad Ercolano prima di esalare l’ultimo respiro chiamò la madre dicendo: “Aiutami”. E’ l’agghiacciante racconto che viene fatto da una donna e che è contenuto nell’ordinanza di custodia cautelare che ieri ha colpito mandant e sicari facendo luce dopo sei su quel delitto orrendo. Salvio il cantante fu ucciso pe errore perchè guidava la stessa auto di un affiliato al clan Birra-Iacomino, rivali degli Ascione-Papale di cui Natale Dantese (il mandante) era ritenuto il capo in quel periodo. A parlare dell’omicidio sono stati i pentiti Giuseppe Capasso, Andrea Esposito, Ciro Gaudino e Antonella Madonna, quest’ultima moglie del boss Natale Dantese, l’uomo che diede l’ordine di uccidere. Il vero obiettivo della cosca, come ha raccontato il collaboratore di giustizia Ciro Gaudino, “…avrebbe dovuto essere Ciro Savino, l’uomo che insieme a Marco Cefariello era uno dei principali obiettivi del clan Ascione-Papale, che aveva iniziato in quel periodo una vera e proprio caccia all’uomo per far fuori tutti i nemici del cartello criminale avversa”. Ma a dare indicazioni precise è stato l’ex killer Giuseppe Capasso, che in un interrogatorio dell’aprile del 2015 ha spiegato come durante un periodo di detenzione presso il carcere di Secondigliano fu Vincenzo Spagnuolo, killer degli Ascione- Papale, a confidargli che sarebbe stato lui, insieme ad Antonio Sannino – conosciuto negli ambiento criminali ercolanesi con il soprannome di “cul rutt” – ad uccidere in via Mare un ragazzo che faceva il cantante. Capasso,ha anche raccontato che i due sapevano di aver ucciso un innocente e che a dare l’indicazione sbagliata sarebbe stato Pasquale Spronello cognato del boss Pietro Papale.