Ha provato in tutti i modi a estorcere denaro al presidente di una cooperativa che si era aggiudicata il contratto di fitto per la gestione di parcheggi privati nei pressi del palazzo di giustizia di Santa Maria Capua Vetere, in provincia di Caserta. Prima con allusioni, poi con minacce e aggressioni fisiche. Vincenzo Casertano, 50 anni, ritenuto affiliato al clan Belforte, è finito agli arresti domiciliari. A eseguire il provvedimento di custodia cautelare – emesso dal Gip di Napoli su richiesta della DDA partenopea – sono stati i carabinieri del nucleo operativo e radiomobile della compagnia di Santa Maria Capua Vetere in collaborazione con la locale stazione. Le indagini son partite nell’estate scorsa dopo la denuncia del presidente della cooperativa che si era aggiudicato l’affitto e la gestione delle aree di parcheggio. Casertano, spiega una nota della procura, era “conosciuto quale gestore di fatto del parcheggio sito davanti al locale commissariato”. L’estorsione vera e propria – preceduta da tentativi di dissuasione dal partecipare all’affare – è cominciata subito dopo che la cooperativa ha sottoscritto il contratto di fitto. “le minacce venivano portate avanti – scrive il Gip – con il gergo criminale tipico del contesto camorristico, con le frasi ‘sono uno che sta in mezzo alla strada’, ‘mi sono fatto dieci anni di carcere’ con l’obiettivo di dare risalto alla propria caratura criminale”.
150 anni e sei mesi a tanto assomma la condanna complessiva dei 19 affiliati al clan D’Alterio- Pianese . La sentenza di condanna per tutti gli imputati,condannati a vario titolo per la loro appartenenza al clan operativo nella città di Qualiano, è arrivata ieri. La doccia fredda per gli imputati era già arrivata lo scorso mese di novembre, poiché ritenuti responsabili di associazione di tipo mafioso nonché di associazione finalizzata al traffico di stupefacenti, detenzione e porto illegale di armi da fuoco e di estorsione aggravati da finalità mafiose, il pm Gloria Sanseverino aveva chiesto in totale 181 anni e 4 mesi di carcere nel processo col rito abbreviato. L’operazione che ha portato all’arresto dei 19 imputati risale al novembre del 2014 e fu eseguita dai Carabinieri della Compagnia di Giugliano su indagine coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia che individuò i ruoli di ciascuno degli indagati all’interno della faida, in cui si contrapposero le due fazioni sorte dopo la morte nel 2006 del boss Nicola Pianese. Da una parte la moglie, rimasta vedova del boss Raffaella D’Alterio , con il fratello Bruno contrapposti al gruppo di Paride De Rosa. Dei 19 furono documentate le dinamiche operative del clan e soprattutto le estorsioni fatte ad imprenditori, commercianti, liberi professionisti e normali cittadini. Al centro delle attività illecite lo spaccio di droga, soprattutto hashish, cocaina e marijuana. Nelle corso delle perquisizione furono rinvenute anche armi tra cui 8 pistole, 5 fucili ( tra cui due a canne mozze), una carabina da guerra, una pistola mitragliatrice, 5 machete, 3 scimitarre, 2 balestre nonchè 200 tra munizioni e proiettili.
10 anni per Eugenio Nocera
12 anni e 4 mesi per Domenico Cante
6 anni per Dario Correale
11 anni per Giovanni Correale
6 anni per Bruno d’Alterio
6 anni per Antonio Palumbo
14 anni per Nicola Raffaele Pianese –
9 anni per Mario Polizzy
7 anni per Carmine Sgariglia
6 anni per Luigi Strazzulli
5 anni per Ciro De Meo
5 anni per Vincenzo Di Maro
6 anni per Antonio Esposito
11 anni e 8 mesi per Gaetano Iovine
6 anni per Luigi Loffredo
6 anni per Pasquale Leone
6 anni per Luigi Strazzulli
5 anni per Ciro De Meo
5 anni per Vincenzo Di Maro
6 anni per Antonio Esposito
11 anni e 8 mesi per Gaetano Iovine
6 anni per Luigi Loffredo
6 anni per Pasquale Leone
6 anni per Nicola Margiore
6 anni per Filippo Mastrantuono
E’ arrivata l’assoluzione per i sei soci del circolo “Acli” di Piano di Sorrento, imputati di gioco d’azzardo all’intemo dell’associazione. I sei furono accusati dalla Procura di Torre Annunziata di aver trasformato l’associazione cattolica in una bisca clandestina, specializzata nel”Texas Hold’Em”. Un’accusa dalla quale gli indagati si sono liberati la difesa degli imputati ha dimostrato che i soci giocavano solo un caffè o delle coppe. Per il giudice del tribunale di Torre Annunziata, Federica De Maio, “il fatto non è previsto dalla legge come reato”. Secondo la Cassazione, infatti, “i giochi di carte organizzati in forma di torneo, ove la posta in gioco sia costituita esclusivamente dalla quota d’iscrizione, sono considerati di abilità e non d’azzardo. La mancanza di una disciplina per il poker sportivo non a distanza non rende illecito il gioco”.
Dodici anni di carcere per Gelsomina Sepe, moglie del boss Luigi Papale di Ercolano , e nove per figlia, Antonietta detenuta agli arresti domiciliari. E’ il verdetto emesso ieri dal Tribunale di Napoli (presidente Rosa Romano) che ha accolto in parte le richieste del pm Pier Paolo Filippelli della DDa di Napoli che aveva chiesto per Gelsomina Sepe, accusata di associazione a delinquere con l’aggravate del 416 bis ed estorsione ai danni di alcuni imprenditori di Ercolano, sedici anni di carcere, mentre per la figlia Antonietta Papale, chiamata a rispondere di associazione a delinquere e armi, la richiesta della pubblica accusa era stata di dodici anni di carcere. Nel corso del processo non sono mancati i colpi di scena. Infatti, nel corso di una delle udienze Antonietta Papale, in lacrime, chiese alla corte di poter abbracciare la madre che non aveva avuto modo di vedere da dopo l’arresto. I giudici e il pubblico ministero acconsentirono e alla fine dell’udienza Antonietta abbracciò la madre Gelsomina Sepe.
Romolo Ridosso deve essere arrestato per il tentato omicidio di Generoso Di Lauro; il figlio Gennaro, insieme al nipote Luigi e ad Alfonso Loreto devono andare in carcere per aver costituito un’organizzazione criminale sul territorio di Scafati a partire dal 2008. Si salvano dall’arresto Antonio Romano, Luigi e Salvatore Ridosso, figli di Romolo. I giudici del Tribunale del Riesame di Salerno hanno accolto l’Appello dei pubblici ministeri Maurizio Cardea e Giancarlo Russo nei confronti di quattro coinvolti nell’inchiesta della Dda sull’esistenza di un’organizzazione criminale sul territorio di Scafati. Il Gip aveva negato l’arresto di Romolo Ridosso e di altri coimputati per alcuni episodi molto gravi tra cui due omicidi e un tentato omicidio avvenuti tra il 2002 e il 2003 a Scafati. I pm avevano chiesto l’arresto per Alfonso Loreto, figlio del pentito Pasquale; Salvatore, Luigi e Gennaro Ridosso, figli di Romolo, Luigi Ridosso, figlio di Salvatore ucciso nel 2002, e per Romolo Ridosso. Quest’ultimo, in particolare, veniva indicato dalla Procura come il mandante degli omicidi di Andrea Carotenuto e Luigi Muollo e del tentato omicidio di Generoso Di Lauro. Medesime accuse per gli altri componenti della famiglia Ridosso, mentre ad Alfonso Loreto veniva contestata la partecipazione all’organizzazione criminale operante a partire dal 2008 e gestita oltre che da Romolo, dal padre pentito. L’appello dei pm della Dda è stato parzialmente accolto dai giudici del Riesame – presidente Vincenzo Di Florio – che hanno avallato la tesi della Procura per quanto riguarda alcuni dei reati più gravi. L’ordinanza del Riesame è molto articolata e avvalora la tesi dell’esistenza a Scafati di due gruppi criminali, operanti a partire dal 2002. A partire dal 2008 – grazie all’appoggio di Pasquale Loreto e alla sua fama criminale – il clan Ridosso ha visto la partecipazione proprio del collaboratore di giustizia e del figlio Alfonso. I giudici del Riesame hanno ritenuto, nonostante la sua collaborazione ballerina, attendibile Pasquale Loreto. “Nel decidere di collaborare nuovamente con la giustizia, si è accusato di diversi delitti ed ha accusato anche il figlio Alfonso, con ciò ponendo in essere una scelta anche di vita radicale e grave”, scrivono i giudici. Ma d’altra parte convengono con la Procura che “Loreto Pasquale abbia, dal 2008 in poi, utilizzando il figlio Alfonso ed i componenti della famiglia Ridosso creato un gruppo di giovani i quali, sfruttando l’aura criminale di profonda soggezione e intimidazione che, in un piccolo centro come Scafati, incute ancora un personaggio come il Loreto, si sono imposti sul territorio”. Indubitabile per il Riesame anche il coinvolgimento di Romolo Ridosso nell’omicidio di Luigi Muollo, ritenuto uno degli esecutori materiali dell’uccisione del fratello Salvatore, e nel tentato omicidio di Generoso Di Lauro. La Cassazione dovrà avallare la decisione dell’arresto per i quattro. A quel punto scatteranno le manette.
(nella foto da sinistra Romolo Ridosso, il nipote Gennaro e Alfonso LOreto)