Cronaca Giudiziaria
Anno giudiziario : inaugurazione
Ancora altissimo il carico dei processi pendenti al tribunale penale del Distretto giudiziario napoletano che comprende i tribunali di Napoli, Napoli Nord, Santa Maria Capua Vetere, Benevento, Avellino, Nola e Torre Annunziata. “Sono oltre 44mila quelli che restano da definire, mentre sono andati a sentenza 14mila procedimenti per una sopravvenienza di 11mila fascicoli – dice il presidente della Corte d’appello Giuseppe De Carolis nel corso della cerimonia dell’inaugurazione dell’anno giudiziario al salone dei Busti di Castelcapuano – ma Napoli la prima citta’ nel Distretto per smaltimento di pratiche, con un decremento del peso del 7%”. Per i processi civili, Napoli si attesta al secondo posto con 17mila processi definiti ma con una pendenza di 57mila pratiche. “Sono invece aumentati i procedimenti iscritti presso le Dda delle Procure – spiega De Carolis – sono inoltre aumentate le iscrizioni degli omicidi volontari sia consumati, 424, che tentati, 598, molti dei quali di matrice camorristica, e dei reati di violazione della disciplina delle sostanze stupefacenti, con quasi 4mila reati contesati”. Ma e’ la lentezza dei processi che allarma di piu’ i cittadini. “Le scarcerazioni di imputati anche per reati gravi per decorrenza dei termini o per prescrizione vanifica il lavoro dei magistrati e finisce per diventare una sorta di amnistia strisciante”, l’allarme lanciato dal presidente. Nel corso dell’anno sono stati tratti in arresto 55 latitanti, tra i quali il superboss Pasquale Scotti in fuga dal 1984. “Quanto alle misure patrimoniali – ha spiegato il procuratore generale Luigi Riello – sono stati sequestrati beni per oltre un miliardo di euro. Complesse indagini invece sono in corso su gravi collusioni politico-camorristiche, soprattutto in provincia di Caserta, che pongono in rilievo che non pochi clan conservano una forte struttura e vocazione imprenditoriale”. Sul picco di reati di corruzione (+158%) e concussione il procuratore generale chiede che la societa’ civile possa svegliarsi, perche’ “non bastano vetrine di buone intenzioni o fiaccolate, ma che scendano in campo”.
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Finisce la latitanza di De Martino
La voglia di abbracciare il figlio appena nato ha messo fine ai quasi due anni di latitanza di Nicola De Martino. Sono scattate le manette per il ventitrenne rampollo del clan Giuliano, nipote di Guglielmo Giuliano. I carabinieri della sezione ‘catturandi’ del nucleo investigativo di Napoli hanno stanato e arrestato l’uomo mentre si trovava in un appartamento al quarto piano di un parco a Saviano, comune dell’entroterra napoletano dove il giovane boss aveva voluto incontrare la moglie e il figlioletto. Latitante dal maggio del 2014, sul suo capo pendeva un ordine di esecuzione di pena residua di due anni di reclusione per gravi reati commessi da minorenne, oltre a un mandato di cattura internazionale per associazione per delinquere di tipo mafioso, traffico internazionale di stupefacenti, porto e detenzione illegale di armi da fuoco e lesioni. E’ attualmente ritenuto dai carabinieri elemento di primo piano dei gruppi camorristici di giovanissimi che si contendono il controllo delle attività criminali nel centro storico di Napoli.
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Camera di Commercio 26 inviti a dedurre
Sono in tutto ventisei gli inviti a dedurre, per un danno erariale di circa 2 milioni di euro, e sequestri nei confronti di 8 persone fisiche e due giuridiche per 1,8 milioni di euro notificati oggi dalla Guardia di Finanza nel corso delle indagini che riguardano la Camera di Commercio di Napoli. Le indagini riguardano 60 progetti per 1,3 milioni finanziati negli scorsi anni dalla Camera di Commercio di Napoli con fondi pubblici ma, secondo la Corte dei Conti, mai realizzati. Tra le persone coinvolte in quella che è stata definita dal procuratore generale della Corte dei Conti della Campania, Tommaso Cottone, ”una vera e propria Parentopoli”, Pietro Russo, presidente Confcommercio Napoli, un componente della giunta della Camera di Commercio, Vincenzo Longobardi e l’ex presidente della Camera di Commercio di Napoli (attualmente commissariata), Maurizio Maddaloni, a cui viene contestato l’omesso controllo.
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Il pentito racconta la nuova mappa dei clan nell’Agro e i “nemici” da eliminare
“Matrone starà in qualche podere a zappare la terra e non gli interessa niente”. Pasquale Loreto, nel maggio del 2010, illustra la mappa criminale venutasi a creare negli anni 2000 e i rapporti che mantengono le cosche vecchie e nuove sul territorio. Gli inquirenti cercano di capire cosa sa e quali contatti ha mantenuto con la criminalità organizzata dopo il pentimento e il trasferimento in Toscana. “I Sorrentino non sono capaci»” dice il pentito volendo sminuire il ruolo del clan dei “Campagnuoli”. Loreto sembra non voler raccontare nulla di quello che sa. Poi, negli anni e fino al 2014 – facendo la sponda con il figlio Alfonso Loreto – racconta molti retroscena delle vicende criminali scafatesi. Nel 2011 facendo un resoconto tra gli anni in cui era ancora in città ed era organico alla Nf di Carmine Alfieri, dopo un passato nella Nco, il collaboratore spiega come si sono evoluti i rapporti criminali. “Dopo la scarcerazione di Francesco Sorrentino verso la fine del primo decennio del nuovo secolo, Alfonso Morello vendeva soldi ad usura di Ciccio Sorrentino che trattava stupefacenti”, dice Loreto. Ma l’esponente del clan dei Campagnuoli si lamentava che i Ridosso frequentavano il figlio di un infame. “Romolo Ridosso – dice Loreto – mi chiese qualcuno che potesse guidare la moto per uccidere Francesco Sorrentino. Io gli dissi di aspettare perché quello si sarebbe limitato solamente a parlare”. Dopo qualche mese i rapporti tra il cassiere dei Ridosso, Morello, e i Sorrentino si interruppe e tra i due gruppi criminali cadde il gelo. Quando l’ingerenza dei Ridosso cominciò ad essere preponderante, Loreto racconta che i Sorrentino non vedevano di buon occhio l’inserimento di Alfonso Loreto nell’organizzazione criminale. “Salvatore Sorrentino – racconta il pentito – affrontò Gennaro Ridosso contestandogli l’amicizia con mio figlio”. Ma Gennaro Ridosso protesse il suo amico: “Se tocchi Alfonso te la devi vedere con me”, gli rispose. Nel 2008 uscì dal carcere Vincenzo Muollo, fratello di Luigi, ucciso nell’ambito della faida tra i Ridosso e i Muollo per il controllo del territorio e Loreto dalla località protetta doveva avere un ruolo di primo piano nell’affermazione dei Ridosso. “Quando è uscito Vincenzo Muollo i Ridosso mi chiesero di procedere all’omicidio ma prima ancora mi parlarono di procedere all’omicidio di Muollo Ferdinando che aveva regalato la moto e l’auto Renault a Muollo Luigi e Mansi Valentino (indicati come gli assassini di Salvatore Ridosso, ndr). Luigi Ridosso mi chiese appunto di partecipare all’omicidio di Muollo Ferdinando – dice Loreto – e lui in cambio si offriva di uccidere Polito Luigi responsabile delI’omicidio di mio padre Alfonso avvenuto nel febbraio 1980. Ridosso Luigi fece anche una sorveglianza del Muollo. Io pur avendo dato la mia disponibilità prendevo tempo perché non era mia intenzione procedere all’omicidio. Il piano prevedeva che io dovevo agire con una moto guidata da Ridosso Gennaro”. Accanto alla pianificazione dell’omicidio di Ferdinando Muollo c’era quello di Vincenzo Muollo: “Nel 2010 era da poco uscito dal carcere, e mio figlio e Ridosso Luigi e Ridosso Gennaro mi dissero che Muollo Vincenzo frequentava una macelleria. Io gli dissi che era troppo rischioso e che rischiavano di essere arrestati”. Il traffico di stupefacenti. Alfonso Loreto, con Luigi e Gennaro Ridosso rifornivano Pasquale Loreto di cocaina. Cocaina che Loreto consegnava ad un complice toscano che provvedeva a spacciarla in zona.
Rosaria Federico
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Usura bancaria: a giudizio monsignor Scarano
Un altro processo per monsignor Nunzio Scarano. L’alto prelato ieri è stato rinviato a giudizio dal gup Elisabetta Boccassini del tribunale di Salerno su richiesta del pm Elena Guarino con l’accusa di usura ed esercizio abusivo del credito. All’oramai famoso prelato salernitano sono contestati quattro prestiti con presunti tassi usurai. L’ex addetto contabile all’Apsa (Amministrazione del patrimonio della Santa Sede) avrebbe prestato una somma complessiva di 120mila euro. Le linee di credito contestate dalla procura sono riferite ai 40mila euro prestati alla commercialista Tiziana Cascone, che si è costituita parte civile, ai 20mila (10mila per volta) dati a un medico che aveva sposato una sua nipote, ai 50mila finiti sul conto dell’associazione “Terra mia”, di cui è rappresentante Sergio Piperata, uno dei tre indagati per il furto nell’appartamento di via Guarna e socio di Massimiliano Marcianò, l’imprenditore romano ex amico di Scarano e ora suo principale accusatore. Per l’accusa il denaro era destinato a Marcianò e sarebbe stato usato per finanziarne l’attività di organizzatore di eventi. La Procura ha in particolare riscontrato i presunti tassi usurai nei prestiti al medico. Infine c’è il caso della commercialista che avrebbe avuto i soldi per aiutare il compagno.
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