Cronaca Nera
Omicidio Liguori nessun colpevole
Non ha un nome chi ha ucciso Vincenzo Liguori, il meccanico di San Giorgio , padre della giornalista Mary ucciso nel gennaio del 2011. Assolto Vincenzo Troia, l’uomo condannato in primo grado all’ergastolo per l’omicidio di Vincenzo Liguori, ucciso per errore . La quarta sezione di Corte d’appello ha assolto con formula piena l’uomo indicato come mandante del delitto. Un delitto che sconvolse l’intera città, Vincenzo Liguori fu ucciso da un proiettile vagante mentre svolgeva il suo lavoro in officina a pochi metri da un circolo ricreativo, dove viene colpito Luigi Formicola, ritenuto esponente del gruppo Abate, a sua volta in contrapposizione del gruppo di Troia. Una storia assurda resa ancor più dolorosa dal fatto che toccò proprio alla figlia di Vincenzo, la giornalista Mary Liguori, dare notizia dell’episodio sul quotidiano Il Mattino per il quale era corrispondente nel suo comune.
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Onda, il killer del clan Gionta tenta il suicidio in carcere
Umberto Onda, uno dei killer più spietati dell’ultima generazione del clan Gionta di Torre Annunziata avrebbe tentato il suicidio in carcere. L’episodio sarebbe avvenuto nell’ultimo week-end all’interno del carcere di Opera dove è detenuto al 41-bis e deve scontare l’ergastolo. Onda avrebbe tentato il suicidio con un’arma da taglio e varebbe perso molto sangue prima di essere soccorso dalle guardie penitenziarie. Ricoverato in ospedale, ora le sue condizioni sono migliorate. Onda che era inserito nell’elenco dei cento latitanti più pericolosi d’Italia fu arrestato dai carabinieri il 28 giugno 2010 a Brindisi mentre scendeva da un traghetto proveniente dalla Grecia.
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Spaccio a Salerno, sgominata la gang di Roberto Esposito
Salerno. Due piazze di spaccio a Salerno, per ‘commerciare’ in eroina e cocaina, sono al centro di un’indagine della polizia che ha portato all’emissione di dieci misure cautelari da parte del gip. La squadra mobile ha eseguito tre provvedimenti ai domiciliari, per indagati per detenzione e spaccio di droga, e sette in carcere a indagati cui viene contestata anche l’associazione a delinquere finalizzata al traffico di droga. Il capoluogo di provincia, secondo quanto ricostruito dagli investigatori, era diviso dall’organizzazione in due aree di spaccio: nel centro storico prevalentemente eroina, e nella zona collinare e a rione Matierno la cocaina. A capo dell’organizzazione Roberto Esposito, già detenuto, che attraverso il fratello Cataldo, all’epoca in carcere, aveva conosciuto e stretto relazioni con i familiari di alcuni detenuti nigeriani in grado di fornire hashish, ecstasy, coca ed eroina in grandi quantita’. Queste relazioni ‘commerciali’ gli hanno permesso, dicono le indagini avviate a dicembre 2013 e durate fino a meta’ 2014, di costruire un sodalizio per gestire due piazze di spaccio in citta’, quando quel ‘business’ era in mano solo a organizzazioni dell’hinterland napoletano. A questa tranche di inchiesta fanno riferimento 7 misure cautelari in carcere, e, nel corso delle indagini, il sequestro di una partita di ecstasy con una molecola di sintesi particolarmente pericolosa. Un secondo provvedimento fa riferimento solo allo spaccio di droga tra 2014 e inizio 2015 e riguarda 3 indagati.
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Arrestati i boss delle mozzarelle: Luigi e Gennaro Moccia e cinque complici
Stamane il personale del Comando provinciale della Guardia di Finanza di Roma e della Questura di Roma ha eseguito 7 ordinanze di custodia cautelare emesse dal gip del Tribunale di Roma, nei confronti di esponenti apicali, affiliati e prestanome del clan camorristico Moccia. Il provvedimento cautelare e’ stato emesso sulla scorta degli elementi di reita’, acquisiti nel corso delle investigazioni esperite dalla Questura di Roma – Squadra Mobile e dal Nucleo Pt di Roma – Gruppo investigazione criminalita’ organizzata, coordinati dalla Direzione distrettuale antimafia della Procura della Repubblica di Roma. Sequestrati beni per circa un milione di euro. Mozzarelle e prodotti ortofrutticoli tra i business dell’organizzazione.’ Le indagini della Squadra Mobile sono scaturite dall’uccisione, avvenuta a Nettuno il 23 luglio 2012, di Pellino Modestino, affiliato al clan Moccia, e condannato per gravi reati, all’epoca dell’uccisione sorvegliato speciale di PS e sottoposto alla misura dell’obbligo di soggiorno a Nettuno. Parallelamente, il Gico veniva delegato all’esecuzione di specifiche indagini tese a riscontrare ipotesi di infiltrazioni criminali nel redditizio mercato della distribuzione agroalimentare della Capitale. I soggetti coinvolti nell’odierna operazione di polizia, convenzionalmente denominata Poseidone-Passion fruit, sono stati segnalati alla locale A.G. per plurime fattispecie di reato che vanno dal trasferimento fraudolento di valori, all’impiego di denaro, beni o utilita’ di provenienza illecita, all’estorsione e all’illecita concorrenza con minaccia o violenza, con le aggravanti previste per i delitti commessi nell’ambito delle associazioni di tipo mafioso. Nel dettaglio, l’attivita’ investigativa ha consentito di disarticolare un sodalizio criminale, promosso ed organizzato da Moccia Luigi (cl. 1956), esponente apicale dell’omonima consorteria camorristica, il quale e’ risultato essere il gestore di diverse attivita’ imprenditoriali, attive nella Capitale principalmente nei settori della distribuzione di prodotti lattiero caseari ed ortofrutticoli, nonche’ in quello turistico-alberghiero. Il Moccia Luigi ha “mimetizzato” le proprie attivita’ nell’economia, servendosi di una serie di prestanomi al fine di schermarne l’effettiva titolarita’. Al predetto competevano i poteri decisori in merito alle scelte organizzative ed operative delle societa’ a lui riconducibili, lo stesso si preoccupava di predisporre le strutture ed i mezzi strumentali all’esercizio delle relative attivita’, di individuare i fornitori e di procurare alle societa’ importanti clienti, decidendo anche le strategie di espansione delle imprese, sia sul mercato romano che estero. I suoi dipendenti dovevano ragguagliarlo in merito ad ogni aspetto della loro quotidiana attivita’ e consultarlo per ogni decisione anche marginale. Nell’organizzazione malavitosa un ruolo parimenti rilevante e’ stato assunto dall’imprenditore romano Moccia Gennaro – cl. 1972, detto Roberto, che ha favorito l’introduzione delle attivita’ di Moccia Luigi nel mercato capitolino, con proiezioni di espansione sul mercato ortofrutticolo di Barcellona (Spagna). La collaborazione tra i due e’ diventata stretta a tal punto da portare alla costituzione di una vera e propria societa’ di fatto, operante nel settore della commercializzazione di prodotti ortofrutticoli e lattiero caseari destinati ad attivita’ di ristorazione romane di primaria rilevanza, nonche’ a negozi di una catena di supermercati nota in ambito nazionale. Le indagini consentivano altresi’ di monitorare l’interessamento del Moccia Luigi nell’acquisizione della gestione di strutture alberghiere attive in questa Capitale, peraltro gia’ sequestrate (nel giugno 2013) in sede di prevenzione e successivamente confiscate (nel dicembre 2014), con la previsione di investimenti per circa 15 milioni di euro. Proprio in tale settore imprenditoriale, e’ stata accertata la riconducibilita’ in capo al Moccia Luigi di due unita’ immobiliari site in Napoli, formalmente intestate ad un’azienda facente capo a Maranta Maria, ove quest’ultima conduce l’attivita’ alberghiera denominata Hotel San Pietro. Alla vicinanza al clan e’ da ricondurre anche la documentata aggressione, avvenuta presso il Centro agroalimentare Roma – C.A.R. nel novembre del 2013, perpetrata dal Moccia Gennaro – cl. 1972 nei confronti di un imprenditore concorrente nel medesimo settore, con le connotazioni di una tipica azione camorristica. In data odierna, gli specialisti del Gico e della Squadra Mobile hanno dato esecuzione ai seguenti provvedimenti emessi dal Tribunale e dalla Procura della Repubblica di Roma: ordinanza di custodia cautelare personale, in carcere ed agli arresti domiciliari, nei confronti di Moccia Luigi – cl. 1956 – carcere, Moccia Gennaro – cl. 1992 – carcere, Moccia Gennaro – cl. 1972 – carcere, Capasso Carminantonio – cl. 1987 – carcere, Maranta Maria – cl. 1963 – carcere, Nardella Riccardo – cl. 1968 – domiciliare, Castaldo Nicola – cl. 1985 – domiciliare, per i reati di trasferimento fraudolento di valori [art. 12 quinquies – comma 1, Legge 356/1992], impiego di denaro, beni o utilita’ di provenienza illecita [art. 648 ter c.p.], estorsione-tentata [art. 56, 629 c.p.], illecita concorrenza con minaccia o violenza [art. 513 bis c.p.], con le aggravanti previste per i delitti commessi avvalendosi delle condizioni di cui all’art. 416 bis c.p. [art. 7 Legge 203/91]. Diciassette perquisizioni personali e locali in Campania, Lombardia e Lazio. L’attivita’ ha visto l’impiego di 160 poliziotti e finanzieri e costituisce un importante tassello per la riconquista di vitali spazi di legalita’ economica, anche in quei territori, come la Capitale, lontani dai luoghi di origine delle piu’ note e strutturate organizzazioni criminali, ma non per questo scevri da condizionamenti di matrice mafiosa.
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Casoria: la banda di albanesi cavava anche i denti alle vittime per farsi consegnare il bottino
Gli ultimi tre componenti di una spietata banda di albanesi, che metteva a segno rapine in ville brutalizzando le vittime a cui, in alcuni casi, hanno addirittura cavato i denti per costringerle a consegnare il bottino, sono stati arrestati dai carabinieri di Casoria . Gli altri cinque malviventi della banda erano stati bloccati a dicembre. La banda aveva la sua base operativa a Caivano, in provincia di Napoli. Le rapine erano tutte in stile “Arancia Meccanica”: incursioni notturne, vittime seviziate, minacce di morte, anche nei confronti di bambini di 8 anni, com’è avvenuto in un caso. I militari di Casoria, guidati dal capitano Iannicca, hanno ricostruito una serie di rapina compiute tra Basilicata, Napoletano e Salernitano, zone che raggiungevano a bordo di potenti auto di grossa cilindrata e sempre armati di pistole. In un’occasione cercarono anche di sparare alle vittime ma, fortunatamente, la pistola si inceppò. Dalle indagini è anche emerso che le vetture scelte per gli spostamenti, sempre velocissime e di provenienza furtiva, venivano modificate con l’installazione di un sistema rapido per la sostituzione delle targhe, inserendo quelle corrispondenti a veicoli rubati durante i colpi e quelle “pulite” durante i sopralluoghi per la selezione degli obiettivi da depredare. Poi avvenivano le feroci irruzioni con passamontagna calzati, armi in pugno e tute nere. Finestre e serrature forzate per entrare nelle case. Agghiaccianti le sequenze delle rapine, ricostruite attraverso le testimonianze delle vittime, spesso tenute sotto sequestro per minuti interminabili. In alcuni casi venivano percosse talmente violentemente da provocare la caduta dei denti. Una ferocia che usavano per ottenere la combinazione delle casseforti o il nascondiglio dei gioielli. In un’occasione la banda venne intercetta dai carabinieri in provincia di Caserta: i malviventi non si fermarono all’alt e ne nacque un inseguimento a folle velocità. La corsa finì con i rapinatori che, raggiunti dai carabinieri, riuscirono a abbandonare la loro auto e scappare nelle campagne favoriti dal buio. Il più pericoloso e feroce degli indagati è stato individuato attraverso la descrizione particolareggiata delle vittime: malgrado il passamontagna è stato dal naso prominente e le sopracciglia foltissime, si tratta di Jakimi Enver, 49 anni, ricercato anche dall’Interpol per reati analoghi e in particolare per omicidio e rapine commesse in Albania. Altri cinque albanesi, componenti della banda, erano già stati bloccati nel dicembre scorso, in un casolare nelle campagne di Cardito circondato dai militari. Il gruppo di albanesi oppose una resistenza violentissima ma venne comunque immobilizzato.
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