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Napoli: per la “Paranza dei bimbi” di Forcella chieste 51 condanne
Cinquantuno richieste di condanna sono state avanzate nei confronti di altrettanti imputati, ritenuti appartenenti alla cosiddetta ”paranza dei bimbi”, un sodalizio camorristico costituito da giovani esponenti delle famiglie Giuliano, Amirante, Brunetti e Sibillo, attive nel centro storico di Napoli nel settore della droga e delle estorsioni, e protagoniste di una sanguinosa faida con i clan rivali. Le richieste sono state formulate dai pm della Dda di Napoli Francesco De Falco e Henry John Woodcock al termine della requisitoria svolta nell’ambito del processo con rito abbreviato in corso nell’aula bunker di Poggioreale davanti al gup Nicola Quatrano. Due le condanne all’ergastolo proposte dai pm: nei confronti Vincenzo Costagliola e Giovanni Cerbone. I due sono accusati rispettivamente dell’omicidio di Maurizio Lutricuso, ucciso davanti a una discoteca a Pozzuoli (Napoli) nella notte tra il 9 e il 10 febbraio 2014, e del tunisino Tahar Manai, ucciso a Napoli il 16 luglio 2013. Venti anni sono stati chiesti per Manuel Brunetti, Pasquale Sibillo, Giuseppe Giuliano, Guglielmo Giuliano, Salvatore Sibillo e Salvatore Cedola; 16 anni e 8 mesi per Ciro Brunetti, 16 per Luigi Vicorito, Manuel Giuliano. Per gli altri imputati una lunga serie di condanne e pene varianti dai 14 ai 4 anni di reclusione.
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Agguati in faida clan Belforte-Piccolo nel Casertano: 6 arresti
Dopo anni si fa luce sull’omicidio di Nazzareno Mancino e sul tentato omicidio del fratello Saverio, avvenuti nel Casertano nell’ambito della faida tra i clan Belforte e Piccolo che si contendevano la leadership criminale nel territorio di Marcianise attraverso una lunga serie di agguati mortali. Sei le persone destinatarie di un’ordinanza di custodia cautelare in carcere, eseguite dalla polizia di Caserta su mandato della Dda di Napoli. Cinque degli indagati erano già detenuti per altra causa. Nazzareno Mancino, affiliato ai Piccolo-Letizia, fu ucciso il 7 aprile 1999 a Marcianise. L’uomo era all’interno del bar Russo di via Roma quando fu raggiunto da numerosi colpi d’arma da fuoco e morì dopo poche ore in ospedale. Mancino era nei pressi del banco dell’esercizio commerciale quando fu avvicinato da un uomo con il casco integrale in testa e un mitragliatore Kalashnikov nascosto sotto il giubbotto. Mancino tentò di rifugiarsi nel locale adibito alla lavorazione dei dolci, ma fu raggiunto dal sicario che lo ferì mortalmente alle gambe e al torace. Numerosi i resti di proiettile rinvenuti sul luogo dell’agguato, compreso 24 bossoli calibro 7,62. Dopo due giorni fu rinvenuta, in un fossato in aperta campagna a Marcianise, in località Patricelli nella zona Nuovo Macello, la motocicletta rubata, Enduro Yamaha XT 600, utilizzata per l’agguato. Il 6 settembre 2002 fu ferito gravemente, a Capodrise, nei pressi del bar pasticceria Marconi, Saverio Mancino. L’uomo fu ferito da due colpi di pistola che lo raggiunsero al capo e alla mandibola. Mancino riuscì, però, a rifugiarsi all’interno del bar riuscendo a salvarsi. Le indagini condotte all’epoca dei fatti, pur riuscendo a stabilere che si trattasse “dell’ennesima puntata dell’atavico conflitto tra il clan Belforte e il clan Piccolo”, non portarono all’identificazione degli autori degli agguati, ha ricordato in una nota il procuratore aggiunto Giuseppe Borrelli. Le dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia e il riscontro degli elementi probatori raccolti dalla polizia hanno, però, permesso di riaprire le indagini riuscendo a individuare gli esecutori materiali dell’azione di fuoco nonché di accertare le responsabilità dei mandanti e degli addetti al reclutamento dei killer.
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Fotografo si toglie la vita, ancora ignoti i motivi
Gragnano è ancora sotto shock. Un risveglio drammatico per la città della pasta quello di ieri. Marcello Ricco, noto fotografo della cittadina ai piedi dei monti lattari si è tolto la vita. Sono ancora ignoti i motivi che hanno condotto il fotografo all’estremo gesto avvenuto nella cantina della sua abitazione. Una vita apparentemente tranquilla e serena quella del titolare del noto esercizio commerciale “Foto Mary”, che non avrebbe mai fatto presagire a nulla di tutto ciò. Le uniche lamentele del fotografo, come riportato da alcuni amici e clienti, fatte negli ultimi giorni erano quelle che qualsiasi commerciante usa fare. I familiari si interrogano sul perchè Ricco sia arrivato a tanto. A dover risalire ai motivi del drammatico gesto saranno ora i carabinieri della stazione di Gragnano che indagano sull’accaduto. Quello di Ricco è l’ultimo dei 4 suicidi totali che in pochi mesi hanno sconvolto la comunità gragnese. Una esclation iniziata con il suicidio di Ciro Di Vuolo, imprenditore, al barista Carlo Sibilli, quindi il parrucchiere Fioravante Lepre.
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La latitanza d’oro di Imperiale “lelluccio ‘o parente” il narcos di Castellammare ricercato dalla polizia di mezzo mondo
E’ ricerato dall’Interpol e dalla polizia di mezzo mondo il ras Raffaele Imperiale(nella foto del’Interpol mentre si trova a Dubai) 41enne di Castellammare di Stabia soprannominato “Lelluccio ’o parente”. Sarebbe nascosto a Dubai, ma gli investigatori non escludono che in questi giorni si sia spostato: non gli manca il danaro per una latitanza dorata né gli appoggi per documenti falsi con cui muoversi. La settimana scorsa proprio negli Emirati Arabi è stato arrestato il suo braccio destro Gaetano Schettino (altro stabiese che da anni viveva a Theiran in Iran) considerato un vero e proprio “mago” del traffico internazionale di droga ed esperto in informatico. Gli investigatori ritengono che i due si dovevvesro incontrare per discutere di affari. Ma l’arresto di Schettino gli ha permesso la fuga. Imperiale (figlio di un noto costruttore stabiese e che negli anni Ottanta è stato anche presidente della squadra di calcio della Juve Stabia con il famoso ex portiere dell’Inter, Lido Vieri, in panchina) è latitante dal gennaio scorso da quando grazie ad alcuni pentiti furono arrestati 10 persone del cartello di Secondigliano. “Lelluccio ‘o parente” era l’undicesimo ma risuscì a sfuggire alla cattura. A capo della holding c’era proprio Raffaele Imperiale che con il braccio destro Mario Cerrone del rione Traiano gestiva un traffico per fiumi di cocaina. La maxi operazione, coordinata dalla Dda, fu il frutto di quattro anni d’indagine dei poliziotti della sezione “Narcotici” della Squadra mobile della Questura di Napoli, dello Sco e del Gico della Guardia di Finanza di Napoli. Secondo il pentito Carmine Cerrato detto “Takendò”, in rapporti d’affari per il traffico di cocaina con i Mammoliti, gruppo con origini calabresi e basi solide a Milano grazie alla “’ndrangheta”, ogni carico di droga che arriva dall’estero frutta, una volta rivenduto in Italia, tra i cinque e i sei milioni di euro. Gestito appunto dal gruppo Imperiale-Cerrone con l’altro stabiese Schettino a fare da broker. Un business che spiega la ferocia delle tre faide susseguitesi tra gli “scissionisti”, ora divisi da un punto di vita economico, e i Di Lauro. A capo della struttura c’erano “Lello” Imperiale e Mario Cerrone, i quali avevano stretto rapporti d’affari nel corso degli anni con tutti i vertici degli Amato-Pagano contribuendo alla guerra vinta con i Di Lauro nel 2004-2005: Raffaele Amato, Cesare Pagano, Carmine Amato, Mario Riccio detto “Mariano”. L’organizzazione Imperiale-Cerrone era in contatto con cartelli di narcos sudamericani, oltre che spagnoli e olandesi, dai quali importavano ingenti quantità di cocaina, circa 4mila chilogrammi all’anno, che immettevano poi sul mercato. Ha raccontato il pemtito Cerrato: “…Il prezzo di partenza della cocaina era di 19/20mila euro al chilo, comprese le spese di trasporto, e veniva rivenduta a un prezzo compreso tra i 39 e i 42mila euro al chilo. La differenza sul prezzo era il guadagno. Di ciò mi ha parlato Cesare Pagano. Il traffico internazionale di cocaina era gestito da un gruppo di soci, così composto: Raffaele Imperiale, Mario Cerrone, Cesare Pagano, Elio Amato, Raffaele Amato il grande, zia Rosaria per conto dei figli mentre prima era socio il marito Pietro Amato. Quindi la società è nata prima della morte di Pietro, quando erano tutti affiliati al clan Di Lauro. Ma di nascosto da Paolo Di Lauro, rifornivano di cocaina una famiglia malavitosa calabrese che opera a Milano, che si chiama Mammoliti… Non so quanto guadagnassero i soci a testa. Per certo posso dire che una volta mio cognato Cesare Pagano disse che per ogni carico ogni quota era di cinque-sei milioni di euro. Nel 2006 e nel 2008 ci sono stati due carichi di cocaina, partiti dalla Colombia e arrivati a Napoli attraverso l’Africa. Ognuno bastava a soddisfare le esigenze del mercato per circa sei-sette mesi. Prima della cattura di mio cognato, il clan rimase senza droga e attraverso Imperiale e Mario (Cerrone, ndr) abbiamo caricato cocaina dalla Spagna. In questo caso, si trattava di “carico indiretto”, nel senso che noi rispondevamo soltanto del trasporto, per cui il prezzo era più alto e la quantità minore”.
(fonte il roma)
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Clan Giuliano sequestro beni a Roma
Un patrimonio che ammonta a 100 milioni di euro è stato sequestrato dalla Dia di Roma a cinque persone” responsabili di un vasto sistema di usura e gioco d’azzardo sul litorale romano, in particolare a Ladispoli dove i cinque risiedono. Alcuni di questi, già arrestati in un’operazione della Dia del giugno scorso, risulterebbero vicini al clan Giuliano di Napoli. Tra i beni sequestrati 60 immobili di pregio, 11 società, 200 rapporti bancari, 20 veicoli e 10 terreni agricoli”
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