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Orologi rubati a Cuneo ritrovati a Napoli: due arresti
Napoli. Circa trenta orologi di marca, denaro contante, personal computer, telefoni cellulari ed una macchina utilizzata per mettere a segno i colpi sono stati rinvenuti nel Napoletano nel corso di una operazione condotta dalla squadra mobile di Cuneo per una rapina avvenuta il sette ottobre scorso in una nota gioielleria della città piemontese: il bottino era di 250mila euro. Le perquisizioni sono state eseguite dai poliziotti di Cuneo in collaborazione con quelli di Napoli, dei commissariati di Tivoli, Pozzuoli e Giugliano. La polizia ha arrestato due persone (si tratta di due cittadini slavi, uno residente in provincia di Roma e l’altro nel Napoletano) e ne ha denunciato in stato di libertà altre cinque, tutte residenti in provincia di Napoli.
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Gragnano, il figlio di Leonardo ‘o Lione si consegna alla polizia
Gragnano. Si è conclusa dopo quattro mesi la latitanza di Antonio Di Martino, il 36enne figlio del boss dei Monti Lattari Leonardo, detto ‘o Lione, sfuggito il 12 ottobre dello scorso anno ad una operazione della Polstrada nella quale vennero sequestrati 50 kg di marijuana e arrestati due corrieri. Di Martino, braccato dagli agenti della Polstrada di Grottaminarda provincia di Avellino, in sinergia con quelli del Commissariato di Castellamare di Stabia, si è consegnato spontaneamente agli uomini della sottosezione della Polstrada di Grottaminarda.Su Antonio Di Martino pendeva un’ordinanza di custodia cautelare in carcere per aver trasportato e detenuto un ingente quantitativo di sostanza stupefacente. La Procura della Repubblica di Benevento, competente per territorio, ha individuato nell’ormai ex latitante, il “fuggitivo” che scappò dalla Fiat Punto di colore grigio, auto che faceva da staffetta alla Fiat 500 L letteralmente imbottita di marijuana. Le due auto viaggiavano dalla Puglia in direzione di Napoli, a testimonianza di una nuova strategia criminale per quanto attiene al traffico di tale tipologia di droga: non più la produzione di canapa indiana nella zona dei Monti Lattari, ma trasporto di ingenti quantitativi prodotti da altre regioni nell’hinterland napoletano, per poi procedere con la rivenduta al dettaglio. Stesso copione, quello della latitanza, già seguito da suo fratello Michele che a lungo era stato la ‘primula rossa’ di più lunga durata nel comprensorio stabiese e dei monti Lattari: nonostante la condanna incassata per le piantagioni di marijuana nell’ambito del processo “Golden Gol 1” era sfuggito alla cattura dall’ottobre 2010, per poi costituirsi, a sua volta, un anno e mezzo dopo, a giugno del 2012. Di Martino, tre anni fa, si era dato alla fuga dopo l’aggressione ad un carabiniere che finì in ospedale con una prognosi di sei giorni per un trauma subìto alle costole. Il rampollo del clan dei Lattari, la cui base operativa è nella frazione Iuvani tra Pimonte e Gragnano, era stato fermato in Sant’Antonio Abate. Dopo una concitata discussione con i carabinieri e l’aggressione a un militare, Di Martino scappò. Nella Fiat 500 vennero trovati 5mila semi di canapa indiana. Gli investigatori ritennero si trattasse di una ‘partita’ utile agli affari di famiglia. In tale occasione, dopo una lunga latitanza di dieci mesi, si costituì presso il carcere di Secondigliano. Alle ore 19 circa di ieri, l’ex primula rossa, vistosi oramai braccato dopo una latitanza di circa quattro mesi ha deciso di costituirsi bussando alla porta della Sottosezione Polizia Stradale di Grottaminarda.
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Napoli: per la “Paranza dei bimbi” di Forcella chieste 51 condanne
Cinquantuno richieste di condanna sono state avanzate nei confronti di altrettanti imputati, ritenuti appartenenti alla cosiddetta ”paranza dei bimbi”, un sodalizio camorristico costituito da giovani esponenti delle famiglie Giuliano, Amirante, Brunetti e Sibillo, attive nel centro storico di Napoli nel settore della droga e delle estorsioni, e protagoniste di una sanguinosa faida con i clan rivali. Le richieste sono state formulate dai pm della Dda di Napoli Francesco De Falco e Henry John Woodcock al termine della requisitoria svolta nell’ambito del processo con rito abbreviato in corso nell’aula bunker di Poggioreale davanti al gup Nicola Quatrano. Due le condanne all’ergastolo proposte dai pm: nei confronti Vincenzo Costagliola e Giovanni Cerbone. I due sono accusati rispettivamente dell’omicidio di Maurizio Lutricuso, ucciso davanti a una discoteca a Pozzuoli (Napoli) nella notte tra il 9 e il 10 febbraio 2014, e del tunisino Tahar Manai, ucciso a Napoli il 16 luglio 2013. Venti anni sono stati chiesti per Manuel Brunetti, Pasquale Sibillo, Giuseppe Giuliano, Guglielmo Giuliano, Salvatore Sibillo e Salvatore Cedola; 16 anni e 8 mesi per Ciro Brunetti, 16 per Luigi Vicorito, Manuel Giuliano. Per gli altri imputati una lunga serie di condanne e pene varianti dai 14 ai 4 anni di reclusione.
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Agguati in faida clan Belforte-Piccolo nel Casertano: 6 arresti
Dopo anni si fa luce sull’omicidio di Nazzareno Mancino e sul tentato omicidio del fratello Saverio, avvenuti nel Casertano nell’ambito della faida tra i clan Belforte e Piccolo che si contendevano la leadership criminale nel territorio di Marcianise attraverso una lunga serie di agguati mortali. Sei le persone destinatarie di un’ordinanza di custodia cautelare in carcere, eseguite dalla polizia di Caserta su mandato della Dda di Napoli. Cinque degli indagati erano già detenuti per altra causa. Nazzareno Mancino, affiliato ai Piccolo-Letizia, fu ucciso il 7 aprile 1999 a Marcianise. L’uomo era all’interno del bar Russo di via Roma quando fu raggiunto da numerosi colpi d’arma da fuoco e morì dopo poche ore in ospedale. Mancino era nei pressi del banco dell’esercizio commerciale quando fu avvicinato da un uomo con il casco integrale in testa e un mitragliatore Kalashnikov nascosto sotto il giubbotto. Mancino tentò di rifugiarsi nel locale adibito alla lavorazione dei dolci, ma fu raggiunto dal sicario che lo ferì mortalmente alle gambe e al torace. Numerosi i resti di proiettile rinvenuti sul luogo dell’agguato, compreso 24 bossoli calibro 7,62. Dopo due giorni fu rinvenuta, in un fossato in aperta campagna a Marcianise, in località Patricelli nella zona Nuovo Macello, la motocicletta rubata, Enduro Yamaha XT 600, utilizzata per l’agguato. Il 6 settembre 2002 fu ferito gravemente, a Capodrise, nei pressi del bar pasticceria Marconi, Saverio Mancino. L’uomo fu ferito da due colpi di pistola che lo raggiunsero al capo e alla mandibola. Mancino riuscì, però, a rifugiarsi all’interno del bar riuscendo a salvarsi. Le indagini condotte all’epoca dei fatti, pur riuscendo a stabilere che si trattasse “dell’ennesima puntata dell’atavico conflitto tra il clan Belforte e il clan Piccolo”, non portarono all’identificazione degli autori degli agguati, ha ricordato in una nota il procuratore aggiunto Giuseppe Borrelli. Le dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia e il riscontro degli elementi probatori raccolti dalla polizia hanno, però, permesso di riaprire le indagini riuscendo a individuare gli esecutori materiali dell’azione di fuoco nonché di accertare le responsabilità dei mandanti e degli addetti al reclutamento dei killer.
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Fotografo si toglie la vita, ancora ignoti i motivi
Gragnano è ancora sotto shock. Un risveglio drammatico per la città della pasta quello di ieri. Marcello Ricco, noto fotografo della cittadina ai piedi dei monti lattari si è tolto la vita. Sono ancora ignoti i motivi che hanno condotto il fotografo all’estremo gesto avvenuto nella cantina della sua abitazione. Una vita apparentemente tranquilla e serena quella del titolare del noto esercizio commerciale “Foto Mary”, che non avrebbe mai fatto presagire a nulla di tutto ciò. Le uniche lamentele del fotografo, come riportato da alcuni amici e clienti, fatte negli ultimi giorni erano quelle che qualsiasi commerciante usa fare. I familiari si interrogano sul perchè Ricco sia arrivato a tanto. A dover risalire ai motivi del drammatico gesto saranno ora i carabinieri della stazione di Gragnano che indagano sull’accaduto. Quello di Ricco è l’ultimo dei 4 suicidi totali che in pochi mesi hanno sconvolto la comunità gragnese. Una esclation iniziata con il suicidio di Ciro Di Vuolo, imprenditore, al barista Carlo Sibilli, quindi il parrucchiere Fioravante Lepre.
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