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Si appropria di 4 kg coca in caserma, arrestato maggiore della Guardia di Finanza
Si sarebbe appropriato di circa 4 kg di cocaina depositata presso la caserma della Guardia di Finanza di Aversa in cui prestava servizio come ufficiale. E’ finito per questo agli arresti domiciliari, su ordine del Gip del Tribunale di Santa Maria Capua Vetere, il Maggiore Francesco Nasta, attualmente in servizio a Napoli presso il Reparto Tecnico Logistico Amministrativo del Comando Regionale della Campania. L’accusa è di detenzione ai fini di spaccio di sostanze stupefacenti, falso ideologico e peculato nella forma prevista dal codice penale militare. L’indagine è partita dalla morte di un altro finanziere in servizio ad Aversa, il tenente Felice Stringile, che aveva sostituito proprio Nasta nel 2012 quando questi era stato trasferito. Stringile fu trovato cadavere all’interno del proprio alloggio in caserma nel febbraio 2013, e l’autopsia e gli esami tossicologici appurarono che la morte era sopraggiunta per overdose; la droga, emerse, era stata prelevata proprio dai locali della caserma.
Marano: Blitz antidroga della Dda: 21 arresti
E’ in corso l’esecuzione di misure cautelari a carico di 21 persone, ritenute responsabili di associazione per delinquere finalizzata al narcotraffico nei comuni della provincia Nord di Napoli. A casa di una delle persone da arrestare sono stati trovati 35 chili di cocaina purissima, per un valore sul mercato di circa 2 milioni di euro. A casa di un altro indagato sono stati trovati due chili di hashish.I trentacinque chilogrammi di cocaina sono stati tutti trovati a Marano in casa di uno dei 21 destinatari dell’ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa su richiesta della Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli. Altri due chilogrammi di hashish, invece, sono stati trovati a casa di un altro indagato, sempre a Marano La cocaina, tagliata e venduta al dettaglio, avrebbe fruttato agli spacciatori circa due milioni di euro.
Omicidio Amendola, Nunziato. “Non sapevo che volessero ammazzare Enzino”
Gaetano Nunziato accusato di essere per il momento l’assassino di Vincenzo Amendola il 18enne di san Giovannia Teduccio, dovrà chiarire oggi nel corso dell’interrogatorio di garanzia parecchie cose ai giudici. Dovrà fornire particolari e prove più consistenti se vorrà evitare una pesante condanna. ha già aiutato gli investigatori e trovare il corpo del ragazzo sottorratto in un terreno incolto “vicino al laghetto” e ha anche detto di non aver sparato ma che al momento dell’omicidio erano presenti altre due persone legate al clan Formicola che adesso risultano irreperibili. Ma ci vuole qualcos di più: il movente, i particolari, l’arma del delitto, eventuali altri complici. Insomma dovrà spiegare meglio. Il ragazzo sarebbe stato ucciso per una donna “proibita”, legata a un ras del clan Formicola, entrata in contatto con Vincenzo Amendola, che forse se n’era addirittura innamorato. Frequentava giovani affiliati del “Bronx”, Gaetano Nunziato, si è trovato in una situazione più grande di lui e se n’è uscito pensando a salvarsi, confessando e tirando in ballo mandante ed esecutore materiale del delitto. “Non sapevo che volessero ammazzarlo quando mi hanno detto di andare a prendere Enzino. Ho cominciato a sospettare qualcosa quando ci siamo diretti verso quella zona. Io non ho sparato”, ha messo. Si era reso conto di essere un testimone scomodo, custode di un segreto terribile, e temeva di essere eliminato per questo che ha cominciato a collaborare.
Omicidio di Salerno, Gentile: “L’ho ucciso perchè mi molestava sessualmente”
“Mi molestava sessualmente. E quando gli ho detto di non voler avere più nessun rapporto con lui, mi ha detto che avrei dovuto lasciare anche Daniela. Al mio rifiuto mi ha minacciato con un coltello. Perciò ho sferrato un calcio per difendermi. Lui è caduto a terra e quando si è rialzato l’ho colpito con il coltello che avevo portato con me. Non ha urlato e si è accasciato nuovamente al suolo privo di vita”. È questa, la confessione choc che Luca Gentile, il 22enne di Salerno ha messo a verbale con la pm titolare delle indagini, Elena Guarino. Ha confessato l’omicidio di Eugenio Tura De Marco, 60 anni, padre della fidanzata, assumendosi ogni responsabilità. Ma ha anche spiegato “la sua versione dei fatti”. Ieri gli inquirenti hanno effettuato un ulteriore sopralluogo nell’appartamento di Piazza d’Aiello, nel rione Fornelle durata all’incirca un’ora e mezza per verificare alcuni particolari forniti proprio dal 22enne.Secondo il racconto dell’assassino l’arma sarebbe stata gettata nel fiume a Torrione.Dopo è tornato sul luogo del delitto, in compagnia della fidanzata. La 24enne ha dato l’allarme perché,nonostante la luce accesa in casa, il padre non rispondeva né al citofono e neppure ai diversi messaggi inviati tramite whatsapp. Quando sono arrivati i militari è stata fatta la macabra scoperta. Da una prima verifica è sembrato che il 60enne fosse deceduto per cause naturali, poi il medico legale Adamo Maiese ha rivelato due profonde ferite da taglio, al torace e sul dorso. Gentile q quel punto è stato colto da una crisi epilettica e trasportato al Ruggi. Sentito come persona informata sui fatti, ha ammesso di aver incontrato De Marco poco prima. Ma la sua versione non ha convinto gli inquirenti, anche perchè sui suoi abiti sono state rilevate evidenti tracce di sangue. In poche ore il fermo, e la confessione.
Duplice omicidio di Saviano, i ragazzi dissero alla responsabile Intralot: “Abbiamo fatto un guaio”
Eugenio D’Atri, il mandante del duplice omicidio di Saviano, la mattina dopo era andato nella locale caserma dei carabinieri per chiedere se vi fossero provvedimenti a suo carico. Una sorta di sfida allo Stato dicendo anche di essere a disposizione per “chiarimenti”. E’ quanto emerge dalle 38 pagine dell’ordinanza di custodia cautelare a suo carico e degli altri due, Nicola Zucaro, (quello che ha materialmente ha fatto fuoco contro Francesco Tafuro e Domenico Liguori) e Domenico Altieri, alias“Mimm ’o gemell” uomo di fiducia tutto fare di D’Atri (colui che ha raccontato agli inquirenti tutte le fasi del duplice omicidio). Ma nell’ordinanza si legge anche delle preoccupazioni di Francesco Tafuro che si era confidato con la sua fidanzata, con un collega ma anche con la titolare. Francesco era molto preoccupato della storia di “quello del parco del Sole”: Eugenio D’Atri (nella foto col cappello in testa) che era stato capace di contrarre debiti di gioco in poco meno di due settimane per 40mila euro. Ne aveva vinto 19mila ma bisognava versare entro pochi giorni 24mila euro che i due ragazzi non avevano. “Quello del parco del Sole di Somma Vesuviana ha vinto 19mila euro ma ha giocato tutto e ne ha perso 20mila e adesso dobbiamo versarne 24mila alla Intralot”, aveva detto Francesco alla sua ragazza. Poi nella mattinata del 10 febbraio, quella che precedette il duplice omicidio, i due ragazzi erano andati ad Avellino e raccontarano alla responsabile del centro scommesse Intralot le loro preoccupazioni. “Abbiamo fatto un guaio- le raccontarono-un ammanco di 20mila euro nelle casse del centro scommesse. Abbiamo consentito ad un cliente di scommettere a credito nel fine settimana appena passato. Lo scommettitore ha perso ma non ha coperto le giocate, ma tranquilla oggi pomeriggio lo incontriamo e risolviamo il problema”. Anche Giovanni Tafuro, fratello di Francesco, ha dato un impulso alle indagini. “Ieri sono tornato dalla Germania-si legge sempre nell’ordinanza- e ho avuto modo di parlare con gli amici che erano presenti a Somma quella sera prima che mio fratello partisse per recarsi a Saviano. Mi hanno detto che mio fratello ed il socio si sono recati presso il Disco Pub “Amba Rabà” di piazzola di Nola dove c’erano alcuni loro amici che non mi sono stati indicati e che dopo circa 10 minuti o mio fratello o il suo socio Domenico si sono alzati da tavola per rispondere ad una telefonata ricevuta dopodiché sempre le persone che erano lì, hanno visto uno scooter di colore scuro che passato dinanzi all’Amba Rabà”. Nell’ordinanza di custodia cautelare a carico di D’Atri, Zucaro e Altieri vengono spiegate le fasi del duplice omicidio impresse nelle telecamere della videosorveglianza dell’ufficio postale che si trova a poca distanza dal luogo del delitto, acquisite dagli inquirenti, nei frame si evidenziano i bagliori provocati dai colpi di pistola, una scarica di colpi ravvicinati, 14 per l’esattezza, il primo dei quali esploso meno di dieci secondi dopo l’arrivo dei killer. Un sentenza di morte premeditata e spietata. Ma i due ragazzi massacrati in via Olivella quella sera, pochi minuti prima avevano avuto il presagio che qualcosa di grave gli potesse capitare e avevano telefonato ad un amico, Antonio P., proprietario di una fabbrica che si trovanei pressi della traversina dove erano fermi ad attendere i loro aguzzini, per avvertirlo della presenza di un’auto sospetta. L’uomo aveva percorso la stradina diverse volte, poi aveva chiesto aiuto ad altri amici con i quali era tornato in via Olivella un’ultima volta, dove poco dopo fece la terribile scoperta: l’auto con all’interno i corpi senza vita dei suoi amici Francesco e Domenico.
