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Spari in Corso Secondigliano: agguato contro Salvatore Marino
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Napoli, sparatoria in Piazza Carolina: fermato il 19enne Renato Elia dopo il conflitto a fuoco
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Sorrento, scoppia lo scandalo: 15 indagati per corruzione e appalti irregolari al Comune
Sorrento: nuova ondata d’indagini sulla corruzione nell’amministrazione comunale
All’alba di...
Dda chiede 50 anni di carcere per il rapimento del 15enne Giuseppe Maddaluno
Sequestro di Giuseppe Maddaluno: un anno dopo il rapimento...
150 anni al clan D’Alterio-Pianese di Qualiano
150 anni e sei mesi a tanto assomma la condanna complessiva dei 19 affiliati al clan D’Alterio- Pianese . La sentenza di condanna per tutti gli imputati,condannati a vario titolo per la loro appartenenza al clan operativo nella città di Qualiano, è arrivata ieri. La doccia fredda per gli imputati era già arrivata lo scorso mese di novembre, poiché ritenuti responsabili di associazione di tipo mafioso nonché di associazione finalizzata al traffico di stupefacenti, detenzione e porto illegale di armi da fuoco e di estorsione aggravati da finalità mafiose, il pm Gloria Sanseverino aveva chiesto in totale 181 anni e 4 mesi di carcere nel processo col rito abbreviato. L’operazione che ha portato all’arresto dei 19 imputati risale al novembre del 2014 e fu eseguita dai Carabinieri della Compagnia di Giugliano su indagine coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia che individuò i ruoli di ciascuno degli indagati all’interno della faida, in cui si contrapposero le due fazioni sorte dopo la morte nel 2006 del boss Nicola Pianese. Da una parte la moglie, rimasta vedova del boss Raffaella D’Alterio , con il fratello Bruno contrapposti al gruppo di Paride De Rosa. Dei 19 furono documentate le dinamiche operative del clan e soprattutto le estorsioni fatte ad imprenditori, commercianti, liberi professionisti e normali cittadini. Al centro delle attività illecite lo spaccio di droga, soprattutto hashish, cocaina e marijuana. Nelle corso delle perquisizione furono rinvenute anche armi tra cui 8 pistole, 5 fucili ( tra cui due a canne mozze), una carabina da guerra, una pistola mitragliatrice, 5 machete, 3 scimitarre, 2 balestre nonchè 200 tra munizioni e proiettili.
10 anni per Eugenio Nocera
12 anni e 4 mesi per Domenico Cante
6 anni per Dario Correale
11 anni per Giovanni Correale
6 anni per Bruno d’Alterio
6 anni per Antonio Palumbo
14 anni per Nicola Raffaele Pianese –
9 anni per Mario Polizzy
7 anni per Carmine Sgariglia
6 anni per Luigi Strazzulli
5 anni per Ciro De Meo
5 anni per Vincenzo Di Maro
6 anni per Antonio Esposito
11 anni e 8 mesi per Gaetano Iovine
6 anni per Luigi Loffredo
6 anni per Pasquale Leone
6 anni per Luigi Strazzulli
5 anni per Ciro De Meo
5 anni per Vincenzo Di Maro
6 anni per Antonio Esposito
11 anni e 8 mesi per Gaetano Iovine
6 anni per Luigi Loffredo
6 anni per Pasquale Leone
6 anni per Nicola Margiore
6 anni per Filippo Mastrantuono
Piano, assolti i soci del circolo Acli il loro non fu gioco d’azzardo
E’ arrivata l’assoluzione per i sei soci del circolo “Acli” di Piano di Sorrento, imputati di gioco d’azzardo all’intemo dell’associazione. I sei furono accusati dalla Procura di Torre Annunziata di aver trasformato l’associazione cattolica in una bisca clandestina, specializzata nel”Texas Hold’Em”. Un’accusa dalla quale gli indagati si sono liberati la difesa degli imputati ha dimostrato che i soci giocavano solo un caffè o delle coppe. Per il giudice del tribunale di Torre Annunziata, Federica De Maio, “il fatto non è previsto dalla legge come reato”. Secondo la Cassazione, infatti, “i giochi di carte organizzati in forma di torneo, ove la posta in gioco sia costituita esclusivamente dalla quota d’iscrizione, sono considerati di abilità e non d’azzardo. La mancanza di una disciplina per il poker sportivo non a distanza non rende illecito il gioco”.
Ercolano: condannate la moglie e la figlia del boss Papale
Dodici anni di carcere per Gelsomina Sepe, moglie del boss Luigi Papale di Ercolano , e nove per figlia, Antonietta detenuta agli arresti domiciliari. E’ il verdetto emesso ieri dal Tribunale di Napoli (presidente Rosa Romano) che ha accolto in parte le richieste del pm Pier Paolo Filippelli della DDa di Napoli che aveva chiesto per Gelsomina Sepe, accusata di associazione a delinquere con l’aggravate del 416 bis ed estorsione ai danni di alcuni imprenditori di Ercolano, sedici anni di carcere, mentre per la figlia Antonietta Papale, chiamata a rispondere di associazione a delinquere e armi, la richiesta della pubblica accusa era stata di dodici anni di carcere. Nel corso del processo non sono mancati i colpi di scena. Infatti, nel corso di una delle udienze Antonietta Papale, in lacrime, chiese alla corte di poter abbracciare la madre che non aveva avuto modo di vedere da dopo l’arresto. I giudici e il pubblico ministero acconsentirono e alla fine dell’udienza Antonietta abbracciò la madre Gelsomina Sepe.
Scafati: la Procura chiede l’arresto di Romolo Ridosso, del nipote e di Alfonso Loreto
Romolo Ridosso deve essere arrestato per il tentato omicidio di Generoso Di Lauro; il figlio Gennaro, insieme al nipote Luigi e ad Alfonso Loreto devono andare in carcere per aver costituito un’organizzazione criminale sul territorio di Scafati a partire dal 2008. Si salvano dall’arresto Antonio Romano, Luigi e Salvatore Ridosso, figli di Romolo. I giudici del Tribunale del Riesame di Salerno hanno accolto l’Appello dei pubblici ministeri Maurizio Cardea e Giancarlo Russo nei confronti di quattro coinvolti nell’inchiesta della Dda sull’esistenza di un’organizzazione criminale sul territorio di Scafati. Il Gip aveva negato l’arresto di Romolo Ridosso e di altri coimputati per alcuni episodi molto gravi tra cui due omicidi e un tentato omicidio avvenuti tra il 2002 e il 2003 a Scafati. I pm avevano chiesto l’arresto per Alfonso Loreto, figlio del pentito Pasquale; Salvatore, Luigi e Gennaro Ridosso, figli di Romolo, Luigi Ridosso, figlio di Salvatore ucciso nel 2002, e per Romolo Ridosso. Quest’ultimo, in particolare, veniva indicato dalla Procura come il mandante degli omicidi di Andrea Carotenuto e Luigi Muollo e del tentato omicidio di Generoso Di Lauro. Medesime accuse per gli altri componenti della famiglia Ridosso, mentre ad Alfonso Loreto veniva contestata la partecipazione all’organizzazione criminale operante a partire dal 2008 e gestita oltre che da Romolo, dal padre pentito. L’appello dei pm della Dda è stato parzialmente accolto dai giudici del Riesame – presidente Vincenzo Di Florio – che hanno avallato la tesi della Procura per quanto riguarda alcuni dei reati più gravi. L’ordinanza del Riesame è molto articolata e avvalora la tesi dell’esistenza a Scafati di due gruppi criminali, operanti a partire dal 2002. A partire dal 2008 – grazie all’appoggio di Pasquale Loreto e alla sua fama criminale – il clan Ridosso ha visto la partecipazione proprio del collaboratore di giustizia e del figlio Alfonso. I giudici del Riesame hanno ritenuto, nonostante la sua collaborazione ballerina, attendibile Pasquale Loreto. “Nel decidere di collaborare nuovamente con la giustizia, si è accusato di diversi delitti ed ha accusato anche il figlio Alfonso, con ciò ponendo in essere una scelta anche di vita radicale e grave”, scrivono i giudici. Ma d’altra parte convengono con la Procura che “Loreto Pasquale abbia, dal 2008 in poi, utilizzando il figlio Alfonso ed i componenti della famiglia Ridosso creato un gruppo di giovani i quali, sfruttando l’aura criminale di profonda soggezione e intimidazione che, in un piccolo centro come Scafati, incute ancora un personaggio come il Loreto, si sono imposti sul territorio”. Indubitabile per il Riesame anche il coinvolgimento di Romolo Ridosso nell’omicidio di Luigi Muollo, ritenuto uno degli esecutori materiali dell’uccisione del fratello Salvatore, e nel tentato omicidio di Generoso Di Lauro. La Cassazione dovrà avallare la decisione dell’arresto per i quattro. A quel punto scatteranno le manette.
(nella foto da sinistra Romolo Ridosso, il nipote Gennaro e Alfonso LOreto)
Napoli, vedova subiva violenze dal figlio da dieci anni: lo ha fatto arrestare
Erano dieci anni che subiva violenze fisiche e psicologiche da parte del figlio tossicodipendente. Ma stamattina la donna, una vedova di 62 anni, ha avuto il coraggio di chiamare la Polizia di Stato. La vittima da qualche anno non riusciva più a fronteggiare la situazione familiare che si era creata. Dopo il fallimento terapeutico presso strutture sanitarie, il figlio 36enne, oltre a far uso di cocaina, aveva iniziato a fare uso anche di alcolici. La donna, pur di proteggerlo, aveva anche versato cospicue somme di denaro a persone che si erano presentate a casa per avere saldati i conti del figlio per l’acquisto di cocaina. Il figlio era riuscito anche a rubare oggetti da casa per rivenderseli, come televisori, una scopa elettrica ed altro, pur di procurarsi il denaro per l’acquisto della droga. Fino a stamattina quando l’uomo è andato nuovamente dalla madre a chiedere soldi ma quest’ultima si è rifiutata di darglieli. Il 36enne non ha esitato quindi ad aggredirla. La donna, riuscita a scappare da casa ha subito chiamato la Polizia alla quale ha raccontato la sua storia, cercando conforto nei poliziotti che erano andati in suo soccorso. Gli agenti del Commissariato di Polizia ”Dante” hanno arrestato l’uomo, perché responsabile di estorsione continuata, e lo hanno condotto al carcere di Poggioreale.
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