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Caccia alla spia dopo sequestro di armi e droga: agguato familiare al Corso Seciondigliano
Sparatoria a Napoli: un'aggressione legata a un arresto di...
Cattleya Rent: tra conflitti familiari e finanziamenti occulto, emerge il potere della Camorra
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Atripalda: arrestati un padre e un figlio per l’agguato avvenuto in cittadina
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Ergastolo per il boss Francesco Rea nell’omicidio di Pasquale Manna, legami con la camorra a Napoli
Francesco Rea Condannato all'Ergastolo per l'Omicidio di Pasquale Manna
Napoli...
Clan Moccia arrivano le prime condanne
Pasquale Allotta, Mauro Sorrentino e Vincenzo Cervi ritenuti uomini del clan Moccia sono stati condannati rispettivamente a dieci anni ed otto mesi il primo, dieci anni e otto mesi il secondo e dieci anni il terzo per reati di usura ed estorsione aggravati da finalità mafiose. I tre insieme ad altri furono raggiunti da un’ordinanza di custodia cautelare in carcere insieme ad altre trenta persone ritenute appartenenti al clan di camorra «Moccia», attivo nei comuni napoletani di Afragola e Casoria.Durante le indagini, durate circa tre anni, i Carabinieri ricostruirono decine di episodi di prestiti a tassi usurari e numerose richieste estorsive a imprenditori. Condanne anche per Mauro Bencivenga 8 anni; Amilcare Cervo 8 anni; Danilo Aruta 4 anni; Giuseppe Iannacco 1 anno e 8 mesi. Assolti, invece, Luigi Buonerba e Giovanni Carnevale. Le indagini, durate circa tre anni, hanno permesso di documentare decine di prestiti a tassi usurari e numerose richieste estorsive a imprenditori. Attività criminali risultate riconducibili al gruppo camorristico.
Scampia, omicidio Ricci: chiesti 4 ergastoli. Il pentito Annunziata: “Così organizzammo il delitto”
Per l’omicidio di Gennaro Ricci, uomo della Vanella freddato alla Vela celeste nel corso della terza faida di Scampia il 28 agosto del 2012 il procuratore generale in Corte d’Assise d’Appello ha chiesto quattro ergastoli: Arcangelo Abbinante, Giuseppe Montanera, Giovanni Vitale e Valerio Caiazzo. In primo grado erano stati condannati per associazione anche Umberto Raia ha avuto 10 anni, Saverio Pianese, 8 anni e 4 mesi, Simone Sacchettino, 8 anni e 4 mesi, Costantino Raiano, 8 anni, Giovanni Carriello, 8 anni. Stessa pena per Vincenzo Brandi, Alessandro De Falco, Salvatore Baldassarre, Luca Clemente. Due anni per la pentita Anna Altamura. Dodici anni per il figlio Gaetano Annunziata, per Giovanni Marino, sei anni per gianluca Giuliano.E’ stato il pentito Gaetano Annunziata, ex affiliato del gruppo Abete-Abbinante- Notturno-Aprea con il compito di segnalare i luoghi frequentati dalle vittime, a spiegare agli inqurenti come avvenne e chi partecipò all’omicidio Ricci. “…Il 28 agosto 2012 verso le 14 vengono chiamati presso lo chalet Bakù Giovanni Marino e Giovanni Vitale detto Gianluca da “Pippetto” e da Arcangelo Abbinante. Quando Giovanni Marino e Giovanni Vitale tornarono nella casa eravamo presenti io e Valerio Caiazzo. Ci dissero che Abbinante Arcangelo si era lamentato che noi del gruppo di fuoco dei Sette Palazzi stavamo fermi da un mese, nel senso che non avevamo ancora ammazzato nessuno della “Vinella” nella Vela Celeste e che il trasferimento di Giovanni Marino dal gruppo di fuoco dei Puffi al nostro si era rivelato inutile…In quella stessa giornata, era nel tardo pomeriggio, tutti noi quattro presenti, io, Giovanni Marino, Giovanni Vitale e Valerio Caiazzo ci alternavamo con il binocolo a guardare nella Vela Celeste, che si trova di fronte ai Sette Palazzi. Vedemmo Ricci detto “Gennaro mellone”, Enzo La Sorte, Carmine Battaglia, Salvatore Piedimonte, il figlio di Piedimonte. Sapevamo che non erano armati in quanto fuori alla Vela non si può stare armati perché ti arrestano. Il nostro gruppo di fuoco aveva una sola macchina con dentro nascoste le armi: una Polo blu rubata, non so da chi e dove…Caiazzo, Marino e Vitale presero la Polo su cui c’erano una 38, una 357 e una 9×21. Io presi la Transalp nera di Vitale e mi posizionai nel posto concordato”.Insieme con Gennaro Ricci detto “Mellone”, dovevano morire Vincenzo La Sorte e Salvatore Piedimonte che fungevano da “vedette”. Ma proprio per questo si salvarono, accorgendosi in tempo dell’arrivo dei killer a bordo di una Polo blu rubata.
Clan Moccia: arrivano le prime condanne
Pasquale Allotta, Mauro Sorrentino e Vincenzo Cervi ritenuti uomini del clan Moccia di Afragola sono stati condannati rispettivamente a dieci anni ed otto mesi il primo, dieci anni e otto mesi il secondo e dieci anni il terzo per reati di usura ed estorsione aggravati da finalità mafiose. I tre insieme ad altri furono raggiunti da un’ordinanza di custodia cautelare in carcere insieme ad altre trenta persone ritenute appartenenti al clan di camorra «Moccia», attivo nei comuni napoletani di Afragola e Casoria.Durante le indagini, durate circa tre anni, i Carabinieri ricostruirono decine di episodi di prestiti a tassi usurari e numerose richieste estorsive a imprenditori. Condanne anche per Mauro Bencivenga 8 anni; Amilcare Cervo 8 anni; Danilo Aruta 4 anni; Giuseppe Iannacco 1 anno e 8 mesi. Assolti, invece, Luigi Buonerba e Giovanni Carnevale. Le indagini, durate circa tre anni, hanno permesso di documentare decine di prestiti a tassi usurari e numerose richieste estorsive a imprenditori. Attività criminali risultate riconducibili al gruppo camorristico.
Arrestata guardia giurata napoletana: faceva le rapine ai portavalori al Nord
La squadra Mobile di Treviso ha arrestato una guardia giurata, denunciato altre due persone e compiuto 14 perquisizioni nell’ambito delle indagini sulla rapina da 800 mila euro al furgone portavalori della Civis avvenuta il 15 luglio scorso a Preganziol (Treviso). In manette è finito Gianluca Schisano, 37 anni, domiciliato nel napoletano, mentre sono stati denunciati suo fratello e un loro amico dipendente di un’altra agenzia di trasporto valori. Le perquisizioni sono state svolte tra le province di Mestre, Napoli e Foggia nei confronti di amici vicini agli indagati. Lo scorso luglio, tre banditi, stando alla ricostruzione resa all’epoca alla polizia da Schisano, entrarono in azione quando una delle due guardie giurate entrò nel supermercato lasciando a bordo il collega. Il furgone che aveva già caricato in precedenza altro denaro, era giunto al supermercato per raccogliere l’incasso. Schisano riferì che i malviventi avevano messo dei candelotti di dinamite (poi risultati falsi) sul parabrezza del furgone costringendolo ad aprire il mezzo da dove furono prelevati i sacchi col denaro prima di fuggire. A dare l’allarme era stato il collega che una volta uscito non aveva trovato il furgone e aveva sospettato una possibile azione criminosa. La ‘mobile’ ha però appurato che Schisano aveva finto di essere stato sequestrato consentendo ai complici di fuggire subito dopo l’accaduto. Gli investigatori si erano subito insospettiti dal fatto che Schisano aveva spostato il furgone fuori dal ‘controllo’ delle telecamere del supermercato, accertando poi che l’uomo aveva problemi economici e conduceva una vita al di sopra delle sue possibilità. L’ indagato, che si trovava in malattia da dopo la rapina, è stato licenziato così come il collega anche se quest’ultimo pare sia estraneo al fatto. Il fratello e l’amico di Schisano, secondo la polizia, avrebbero contribuito a pianificare l’assalto, svolgendo, tra l’altro, sopralluoghi nell’area del supermercato.
Napoli: i fratelli dei pentiti Misso chiedono aiuto alla Curia
Manolo e Celeste Misso, i fratelli dei collaboratori di giustizia del clan del rione Sanità vivono segregati in casa perché sono nel mirino della camorra. La questura di Napoli, i carabinieri, i commissariati di zona conoscono la situazione e stanno indagando. Il quotidiano Il Roma in edicola oggi racconta la loro storia. Dopo che la scorsa settimana nella notte sono stati esplosi colpi di pistola nei pressi della loro abitazione con minacce e urla udite da tutti in zona. Eppure da ottobre sono senza la protezione. Il motivo? Lo Stato ha ritenuto che non avessero più bisogno di essere protetti ma nonostante questo, quando sono tornati a Napoli, sono iniziati i primi guai. “Non scendiamo neanche per fare la spesa, stiamo in casa aspettando la nostra sorte- ha raccontato Manolo Misso al Roma -per questo che chiediamo l’intervento del Cardinale Crescenzio Sepe. A dicembre abbiamo chiesto un incontro, poi gli abbiamo scritto una lettera lunga quattro pagine e infine lunedì mattina. Abbiamo aspettato che arrivasse con l’auto. Abbiamo chiesto che si fermasse ma poi con l’aiuto di un poliziotto che si è mostrato molto umano siamo riusciti ad avere dei numeri di telefono. Hanno detto che ci avrebbe contattato don Tonino Palmese». Don Tonino è stato contattato dal “Roma” ed ha riferito che ha avuto mandato, a nome del Cardinale, di contattare i ragazzi e cercare di comprendere la loro situazione. Potrebbe essere un passo avanti. “Se non vogliono farlo per noi dovrebbero farlo almeno per i figli di mia sorella, due sono minorenni e non hanno il padre. Non vanno più a scuola perché temiamo per la loro vita. Tutto questo non è giusto”.
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