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Cattleya Rent: tra conflitti familiari e finanziamenti occulto, emerge il potere della Camorra
Operazione Cattleya: La Camorra investe a Tenerife
Casapesenna, un tempo...
Atripalda: arrestati un padre e un figlio per l’agguato avvenuto in cittadina
Atripalda: Arrestati Padre e Figlio per un Violento Agguato
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Ergastolo per il boss Francesco Rea nell’omicidio di Pasquale Manna, legami con la camorra a Napoli
Francesco Rea Condannato all'Ergastolo per l'Omicidio di Pasquale Manna
Napoli...
Castellammare, ultras del «Centro Antico» inseguono i tifosi del Sudtirol durante un violento scontro
Castellammare di Stabia: Aggressione ai Tifosi del Sudtirol dopo...
Controlli e perquisizioni a Scafati per scoprire gli assassini del magrebino
A Scafati, in provincia di Salerno, i carabinieri stanno indagando sulla morte di un cittadino marocchino di 38 anni, irregolare sul territorio italiano. L’uomo è stato rinvenuto agonizzante nella serata di martedì ed è deceduto la scorsa notte presso l’ospedale Umberto I di Nocera Inferiore per l’aggravarsi delle sue condizioni di salute. L’extracomunitario era stato ricoverato in codice rosso. I carabinieri del reparto territoriale di Nocera sono stati allertati da una segnalazione avanzata dai vicini di casa dell’immigrato che non avevano sue notizie da alcune ore. Una volta entrati nell’abitazione, al pianoterra di un cortile nel centro della cittadina, hanno rinvenuto il 38enne con i piedi legati da una corda, ma ancora vivo. Sul corpo dell’uomo una serie di contusioni e di lesioni che, secondo una prima analisi, erano state procurate almeno 24 ore prima. Gli investigatori stanno indagando a tutto campo per accertare gli autori dell’omicidio e il movente. Il 38enne non era già noto alle forze dell’ordine e non aveva legami con la criminalità. Il magistrato di turno ha disposto l’autopsia che potrà fornire qualche indicazione in più circa le cause del decesso.
Marano: il killer di Candela portò lo stipendio di 5mila euro alla moglie vedova
Qualche mese dopo il delitto il killer portò lo ‘stipendio’ – 5000 euro – alla vedova dell’affiliato al clan che egli stesso aveva ammazzato. E’ quanto emerge dal racconto di un collaboratore di giustizia che ha consentito di far luce sull’omicidio di Giuseppe Candela, soprannominato Peppe tredici anni, con l’emissione di quattro ordinanze di custodia, una delle quali nei confronti del boss di Marano, Giuseppe Polverino. Candela, affiliato ai Polverino, fu ucciso per ordine del boss del suo clan, per una serie di sgarri nei confronti di esponenti dell’organizzazione: è lo scenario del delitto ricostruito dalle indagini dei pm della Dda di Napoli, Henry John Woodcock e Maria Di Mauro, coordinati dai procuratori aggiunti Filippo Beatrice e Giuseppe Borrelli. Esecutore materiale dell’omicidio sarebbe stato Giuseppe Simioli, latitante, e destinatario di una delle quattro misure cautelari emesse dal gip Rosa De Ruggiero. Un contributo importante alle indagini è stato offerto dal pentito Biagio Di Lanno che avrebbe procurato al killer il motorino utilizzato da Simioli per l’omicidio avvenuto a Marano il 15 luglio 2009. Quando Candela fu ucciso, ha riferito Di Lanno, era ancora ”stipendiato” dal clan con 2000 euro al mese. ”Una settimana dopo il delitto – ha dichiarato il pentito ai pm – Giuseppe Simioli inviò Antonio Granata a casa della moglie di Candela alla quale fece portare 5000 euro. E diede incarico a Granata di dire alla signora che lui non sapeva chi avesse ucciso il marito e che si sarebbe adoperato per scoprirlo. Per tutta risposta la signora disse a Granata che sapeva benissimo che ad ammazzare il marito era stato Peppe Simioli aggiungendo che gli avrebbero potuto dare un’altra possibilità. Dopo qualche mese alla moglie di Candela sono stati dati altri 5000 euro in mia presenza”.
(nella foto a sinistra la vittima, Giuseppe Candela, a destra il killer, Giuseppe Simioli)
Ercolano, Salvio il cantante prima di morire invocò la mamma: “Aiutami”
La giovane vittima innocente di camorra, Salvatore Barbaro, Salvio il cantante, ucciso la sera del 13 novembre del 2009 ad Ercolano prima di esalare l’ultimo respiro chiamò la madre dicendo: “Aiutami”. E’ l’agghiacciante racconto che viene fatto da una donna e che è contenuto nell’ordinanza di custodia cautelare che ieri ha colpito mandant e sicari facendo luce dopo sei su quel delitto orrendo. Salvio il cantante fu ucciso pe errore perchè guidava la stessa auto di un affiliato al clan Birra-Iacomino, rivali degli Ascione-Papale di cui Natale Dantese (il mandante) era ritenuto il capo in quel periodo. A parlare dell’omicidio sono stati i pentiti Giuseppe Capasso, Andrea Esposito, Ciro Gaudino e Antonella Madonna, quest’ultima moglie del boss Natale Dantese, l’uomo che diede l’ordine di uccidere. Il vero obiettivo della cosca, come ha raccontato il collaboratore di giustizia Ciro Gaudino, “…avrebbe dovuto essere Ciro Savino, l’uomo che insieme a Marco Cefariello era uno dei principali obiettivi del clan Ascione-Papale, che aveva iniziato in quel periodo una vera e proprio caccia all’uomo per far fuori tutti i nemici del cartello criminale avversa”. Ma a dare indicazioni precise è stato l’ex killer Giuseppe Capasso, che in un interrogatorio dell’aprile del 2015 ha spiegato come durante un periodo di detenzione presso il carcere di Secondigliano fu Vincenzo Spagnuolo, killer degli Ascione- Papale, a confidargli che sarebbe stato lui, insieme ad Antonio Sannino – conosciuto negli ambiento criminali ercolanesi con il soprannome di “cul rutt” – ad uccidere in via Mare un ragazzo che faceva il cantante. Capasso,ha anche raccontato che i due sapevano di aver ucciso un innocente e che a dare l’indicazione sbagliata sarebbe stato Pasquale Spronello cognato del boss Pietro Papale.
La Finanza sequestra gli autonoleggi della camorra in provincia di Napoli
Tre societa’ di autonoleggio ‘fantasma’, oltre 600 tra veicoli e moto, alcune auto usate anche da soggetti affiliati a clan camorristici al fine di commettere attivita’ delittuose, ovvero di circolare senza il rispetto delle norme stradali ed essere esenti da contestazioni; vetture prive di copertura assicurativa, oppure poste in esenzione dal pagamento del bollo perche’ fittiziamente intestate ai noleggi e pero’ in realta’ regolarmente usate da altre persone. E’ il quadro emerso dalle indagini della Polizia stradale e della Guardia di Finanza di Isernia che ha portato alla perquisizione di tre societa’ fantasma di autonoleggio operanti nella provincia di Napoli. Societa’ che avevano sede legale nella provincia partenopea al solo fine – dicono gli investigatori – di giovare delle tariffe piu’ vantaggiose per la copertura Rca delle vetture possedute. Le vetture e le moto venivano date in uso senza il rispetto delle prescritte formalita’ di legge inerente registri di carico e scarico. Nel corso delle perquisizioni sono stati sequestrati documenti inerenti altre societa’ operanti in svariati settori intestate a prestanome, il tutto al fine di produrre redditi virtuali, che infatti non trovavano riscontro in alcuna dichiarazione fiscale, e si profila pertanto l’ipotesi di evasione totale, essendo tutte queste attivita’ completamente sconosciute al fisco. Tra le tre societa’ in questione sono risultati dalle indagini di Polstrada e Gdf connessioni evidenti, riscontrate anche dai passaggi di auto avvenuti tra esse, che hanno permesso agli inquirenti di ipotizzare a carico dei titolari l’ipotesi di una vera e propria associazione finalizzata alla truffa in danno dello stato oltre l’evasione fiscale totale.
GEOGRAFIA E STRATEGIA DEI CLAN SOTTO IL VULCANO: La mappa della Dia
Storici clan in declino, vecchie conferme e nuove organizzazioni che scalpitano per imporre i loro business illeciti: la relazione del primo semestre 2015 ad opera della Direzione Investigativa Antimafia fotografa la “geografia” e la strategia della Camorra sotto il Vesuvio. Il contesto criminale vesuviano continua a presentasi dilaniato da numerosi episodi violenti, e il reiterarsi di omicidi ed atti intimidatori tra gruppi eversivi contribuisce ad alterare ancor di più i già precari equilibri modificando costantemente la mappatura dei clan.
Si registra infatti, specie nella città di Napoli e nella sua periferia, uno scenario frammentario in cui si fronteggiano, senza alcune regola né famigerati codici d’onore, sodalizi storici in momentanea difficoltà operativa e gruppi emergenti che si caratterizzano, a loro volta, per l’assenza di una strategia unitaria, per il “frequente turnover di alleanze” e per l’accesa conflittualità armata.
Una guerra cruenta, sporca, in cui non vi è spazio per le imprese e le gesta di eroi, ma soltanto per vili agguati, spesso, troppo spesso, messi in atto da ragazzini strafatti a cocaina. Una serie di conflitti volti unicamente alla ricerca di un nuovo raggio d’azione su cui allungare i tentacoli di una piovra che si ritiene possa ancora continuare nell’opera di condizionamento “culturale” delle fasce più deboli della popolazioni, ambendo “a porsi quale modello di riferimento unitario ed alternativo ad uno Stato assente” e incapace di rispondere alle esigenze occupazionali: specialmente lì, nelle aree socialmente più deboli, e quindi maggiormente esposte alle “insidie dei clan che sfruttano la possibilità di offrire opportunità di guadagno per reclutare quanti più adepti“.
In tutta l’area vesuviana fino alla fascia costiera il traffico di stupefacenti rappresenta, tra i gruppi locali, la principale fonte di guadagno da reinvestire in attività apparentemente legali. Tuttavia la zona più lacerata da questi conflitti tra banditi per il controllo del narcotraffico alle pendici del vulcano coincide con la periferia Est di Napoli: terra lontana dal sole e dal mare. Zona d’ombra del capoluogo campano dove mancano gli spazi verdi, opportunità per i giovani e dove regnano i grigi palazzi fatiscenti che, costruiti per divenire macro città per cittadini bisognosi, per la loro imponente, inaccessibile e obbrobriosa architettura, hanno contribuito a rendere i bui meandri delle palazzine popolari vere e proprie roccaforti dei clan: come il rione Conocal a Ponticelli, nota piazza di spaccio, per anni “casbah” dei Sarno, implosa nel 2009 per la collaborazione con la giustizia intrapresa dai vertici della famiglia del boss “Ciro ‘o sindaco” (così chiamato per la gestione abitativa delle case di edilizia residenziale pubblica). L’area è ormai contesa tra i De Micco e i D’Amico, protagonisti di una battaglia che continua nonostante gli arresti eccellenti e l’opera di repressione delle forze dell’ordine.
Operazioni che non solo hanno permesso di decimare i clan ma anche di “far emergere i contatti con pubblici funzionari corrotti e capaci di garantire i benefici penali redigendo false relazioni sulla pericolosità sociale degli esponenti di primo piano coinvolti“. A scalpitare dalle retrovie gli emergenti Cito del rione De Gasperi, discendenti dei Sarno e alleati dei D’Amico.
A San Giovanni a Teduccio, invece, l’affermato clan Mazzarella continua a “regnare egemone” a discapito dei Rinaldi-Reale, alleati con gli spietati Cuccaro di Barra e i Formicola che, nel tentativo di espandere il loro spazio d’azione, hanno consolidato una fitta rete di affari con i Giuliano di Napoli.
Tentativo di espansione che si registra anche a Barra, dove il consorzio malavitoso Cuccaro-Aprea “mina” persino i comuni della provincia orientale: San Sebastiano, Pollena Trocchia e Massa di Somma.
Se i Fabbrocino, a Ottaviano, grazie alle loro ingenti quantità di capitale umano ed economico, continuano a imporre la loro supremazia nel business del racket del calcestruzzo, a discapito dei rivali gruppi Di Domenico-Sangermano; aVolla, il vuoto di potere lasciato dai Veneruso, dagli Aprea e dai Piscopo ha fatto emergere personalità considerate, fino a poco tempo fa, di basso spessore criminale.
Diversa la situazione, invece, lungo il tratto costiero. A Ercolano emergono sempre più elementi volti a far chiarezza sulla cruente faida tra gli Iacomino-Birra e gli Ascione Papale che, per anni, ha scosso la cittadina degli Scavi e che, nonostante le maxiretate nel corso del tempo e il famoso modello Ercolano per la Legalità, continua a riproporsi sporadicamente sul territorio.
A Portici, infine, permane l’egemonia Vollaro, nonostante la recente scomparsa del boss sciupafemmine Luigi. La prepotente storia del clan di o’Califfo, l’assenza di famiglie rivali, e il business del pizzo (recentemente estesosi anche nel settore del gioco d’azzardo) contribuiscono alla forte territorialità dello storico consorzio di malavita organizzata, sebbene i continui e recenti acciacchi causati dall’azione pressante della magistratura.
Basterà l’esercito mandato dal Ministero dell’Interno a porre un freno a questo ciclico ed infinito susseguirsi di faide, sfilate e ascese camorristiche? Al ministro Alfano l’ardua sentenza…
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