Il pomeriggio del 3 febbraio 2009, Castellammare di Stabia smise di essere “solo” una città difficile per diventare il teatro di un’esecuzione brutale, capace di colpire il cuore delle istituzioni. Erano le 16:30 quando Luigi “Gino” Tommasino, consigliere comunale del Partito Democratico, veniva crivellato da 13 colpi di pistola mentre era a bordo della sua auto.
Accanto a lui, un testimone involontario e traumatizzato: il figlio allora tredicenne. Un delitto eccellente che per quindici anni ha cercato i suoi pezzi mancanti, e che oggi, in un’aula di tribunale, trova una nuova e agghiacciante verità.
L’esecuzione in Viale Europa: il gruppo di fuoco
L’inchiesta ha ricostruito con precisione chirurgica quel pomeriggio di sangue. A bordo di uno scooter, il commando della cosca di Scanzano affiancò l’auto del politico in Viale Europa. A sparare fu Renato Cavaliere, mentre alla guida del mezzo c’era il giovanissimo Catello Romano, un ragazzo che all’epoca aveva appena 19 anni e, paradossalmente, possedeva la tessera del PD, iscritto proprio da Tommasino durante la campagna per le primarie. Del gruppo facevano parte anche Salvatore Belviso e Raffaele Polito.
I quattro esecutori materiali sono stati tutti identificati e condannati negli anni successivi. Ma se la mano che ha premuto il grilletto è nota da tempo, l’identità di chi ha dato l’ordine è rimasta a lungo protetta da una cortina di fumo e omertà, squarciata solo di recente dalle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia.
Il “Patto di Scanzano”: i voti in cambio di favori
Oggi, il nuovo processo punta il dito contro i presunti mandanti: il boss “poeta” Vincenzo D’Alessandro e il ras Sergio Mosca. Secondo le rivelazioni di Salvatore Belviso, cugino del boss e primo pentito chiave, Tommasino non era una vittima casuale, ma un uomo che aveva stretto un legame pericoloso con la “famiglia”.
«Gino Tommasino aveva preso i voti dalla cosca di Scanzano e si era comportato male, dimenticandosi di Pasquale D’Alessandro».
Le parole di Belviso dipingono un quadro di scambi oscuri tra politica e camorra: voti garantiti dal clan nelle zone calde della città in cambio di una “disponibilità” che, una volta eletto, il consigliere avrebbe smesso di garantire. Il peccato originale sarebbe stato il “tradimento” degli impegni presi quando Pasquale D’Alessandro era in libertà. Una volta che il boss finì dietro le sbarre, Tommasino avrebbe iniziato a “prendere le distanze”, negando piaceri e intermediazioni su appalti e pizzo.
Il movente: 30mila euro e il controllo degli appalti
Oltre alla questione politica, l’inchiesta suggerisce moventi più materiali. Si parla di una somma di circa 30.000 euro che Tommasino avrebbe sottratto o non consegnato al clan, e di interessi legati alla gestione dei parcheggi e agli appalti milionari per il rilancio economico di Castellammare. Per i D’Alessandro, Tommasino era diventato un “amico infedele”. E nella logica spietata della cosca di Scanzano, chi usa il nome del clan per fare carriera e poi volta le spalle deve essere punito in modo esemplare, affinché il messaggio arrivi forte a tutta la classe politica locale.
L’aula di giustizia: il confronto finale
Ieri mattina, il clima nel tribunale era teso. Salvatore Belviso ha testimoniato in aula, confermando le accuse contro il cugino Vincenzo D’Alessandro e Sergio Mosca. Quest’ultimo, suocero di Pasquale D’Alessandro, è indicato come l’uomo che materialmente diede l’ordine di morte, spiegando che Tommasino “non aveva rispettato i patti”.
Questo processo rappresenta il capitolo finale di una scia di sangue che tra il 2008 e il 2009 ha insanguinato l’area stabiese. Non si tratta solo di dare un nome ai mandanti di un omicidio, ma di svelare come la criminalità organizzata sia riuscita, per decenni, a infiltrare il tessuto democratico della città, trasformando il consenso elettorale in una merce di scambio pagata, alla fine, con la vita.
I padroni di Scanzano: il poeta, il reggente e il tesoro degli appalti
Per capire perché un consigliere comunale sia stato eliminato con tale ferocia, bisogna guardare ai vertici della piramide.
Vincenzo D’Alessandro, soprannominato il “Poeta”, non è il classico boss di strada. Figlio del patriarca defunto Michele D’Alessandro, Vincenzo rappresenta l’evoluzione intellettuale del clan: una passione per la letteratura e i versi (da cui il soprannome), è considerato la mente strategica.
La sua filosofia non era solo il controllo del territorio tramite le armi, ma l’infiltrazione silenziosa nei gangli vitali dell’economia legale. Per lui, Tommasino non era solo un politico infedele, ma un ostacolo a un progetto di egemonia più ampio.
Al suo fianco compare Sergio Mosca, il “reggente” operativo e suocero di Pasquale D’Alessandro. Mosca è descritto dai pentiti come l’uomo del braccio di ferro, colui che gestiva i rapporti quotidiani con l’imprenditoria e la politica. Secondo le ultime rivelazioni di Salvatore Belviso, sarebbe stato proprio Mosca a dare il via libera definitivo all’esecuzione, motivandola con la necessità di “dare una lezione” a chi, dopo aver beneficiato dell’appoggio elettorale di Scanzano, aveva iniziato a chiudere le porte in faccia agli emissari del clan.
Il Casus Belli: il business dei parcheggi e le aree di sosta
Dalle carte dell’inchiesta emerge un dettaglio cruciale: il controllo dei parcheggi a Castellammare. In una città turistica e di passaggio, la gestione delle aree di sosta è una miniera d’oro. Tommasino, nel suo ruolo istituzionale, avrebbe dovuto facilitare l’ingresso di ditte “amiche” o garantire una gestione dei flussi che favorisse gli interessi della cosca.
L’accusa sostiene che il consigliere avesse promesso un intervento decisivo su questo fronte, ma che poi si fosse tirato indietro o, peggio, avesse tentato di gestire autonomamente i rapporti con alcuni imprenditori del settore, tagliando fuori i D’Alessandro. Questo “gioco a due tavoli” è stato fatale.
Il “tesoro” degli appalti
L’inchiesta si sofferma anche su una somma di denaro specifica: 30.000 euro. Salvatore Belviso ha riferito che Tommasino avrebbe intascato o gestito malamente una tangente o un finanziamento che spettava al clan per un affare legato a lavori pubblici.
Ma il vero nodo erano gli appalti futuri. Castellammare, tra la fine degli anni 2000 e l’inizio del decennio successivo, era al centro di importanti progetti di riqualificazione urbana. La cosca voleva una sedia al tavolo delle decisioni. Tommasino, che godeva di una forte influenza nel PD locale e nell’amministrazione, era l’uomo che doveva garantire quel posto. Quando il clan ha percepito che il consigliere stava diventando “inaffidabile” — forse per timore delle indagini o per ambizione personale — il legame si è spezzato.
Il significato politico del delitto
L’omicidio Tommasino è stato un atto di terrorismo mafioso. Ucciderlo di pomeriggio, su una delle strade più trafficate della città e davanti al figlio, serviva a ribadire un concetto: il Comune siamo noi.
Le testimonianze di Belviso e degli altri pentiti (come Renato Cavaliere) stanno ricostruendo un puzzle dove la politica non è vittima, ma spesso interlocutrice di un patto scellerato che, quando si rompe, produce cadaveri. Il processo in corso mira a dimostrare che gli ordini non partirono da soldati esaltati, ma furono decisi a tavolino dai “colletti bianchi” della camorra, per difendere un impero economico fatto di appalti, estorsioni e voti di scambio.
