Il boss Vitale Troncone, sopravvissuto a un agguato con dodici colpi di pistola, è stato intercettato nel carcere di alta sicurezza mentre rivolgeva frasi choc al procuratore di Napoli in tv. Disposto il regime speciale per tranciare le comunicazioni della cosca con l’esterno, gestite perfino tramite le console della PlayStation.
L’ombra delle minacce in cella
Maggio 2025. Le immagini del procuratore di Napoli, Nicola Gratteri, scorrono sul piccolo schermo di una cella in un penitenziario meridionale di alta sicurezza. A guardarle c’è Vitale Troncone, nome di peso della criminalità organizzata partenopea. Il detenuto fissa il televisore, scuote il capo e sbotta, rivolgendosi idealmente al magistrato: «Sì, gli sparerei proprio in faccia». Pochi istanti dopo, il carico si fa ancora più pesante: «Sì, ti voglio sparare in faccia».
Parole gravissime, intercettate e immediatamente segnalate agli investigatori, che hanno fatto scattare un livello di massima allerta. L’episodio ha innescato una serie di accertamenti ineludibili da parte delle forze dell’ordine e della Direzione Distrettuale Antimafia, portando a una reazione immediata per evitare qualsiasi colpo di testa.
La scure del carcere duro
A seguito di queste inquietanti dichiarazioni, per Vitale Troncone è scattata la serrata del 41-bis. L’inchiesta, condotta dal pm Salvatore Prisco e coordinata dal procuratore aggiunto Sergio Amato, ha una strategia chiarissima: spezzare ogni legame del boss con l’esterno. Nel mirino degli inquirenti c’è infatti la porosità del sistema detentivo: un aspetto ch
e non è passato inosservato negli ultimi anni è la sbalorditiva capacità dei vertici criminali di mantenere contatti fuori dal carcere utilizzando mezzi inusuali, come le chat delle console PlayStation. Secondo il decreto che dispone il carcere duro, al momento delle minacce Troncone si stava rivolgendo a un compagno di cella, ma il rischio che le sue indicazioni direttive possano aver raggiunto l’esterno o il figlio Giuseppe (detenuto in un altro carcere) non viene escluso. I legali del boss, i penalisti Antonio Abet e Andrea Lucchetta, preparano ora il ricorso in sede amministrativa. La notizia è stata riportata dai quotidiani La Repubblica e Il Mattino.
Il ras “Immortale” e la faida di Napoli Ovest
Le minacce al capo dei pm arrivano da uno scenario criminale in pieno fermento, ben oltre la galleria laziale. Vitale Troncone, 50 anni, è noto negli ambienti della camorra della periferia occidentale con il nomignolo di “Immortale”. Un soprannome guadagnato sul campo nel dicembre del 2022, quando sopravvisse a un feroce agguato: dodici colpi di pistola esplosi a distanza ravvicinata fuori dal bar di famiglia, a Fuorigrotta, che lo centrarono allo zigomo, al torace e alle gambe.
Secondo la ricostruzione della Dda di Napoli, quell’agguato scatenò una spietata caccia all’uomo, con il figlio ventenne Giuseppe impegnato a presidiare militarmente il territorio fino a ridurre in fin di vita un sospettato. Indagini più recenti mostrano inoltre l’alleanza di ferro stretta dai Troncone con il clan Frizziero di Mergellina: un tandem focalizzato sul racket, dal taglieggiamento delle bancarelle dei gadget durante la festa per il terzo scudetto del Napoli, fino al pressing estorsivo sugli ormeggi e su diverse attività commerciali.
I precedenti: un procuratore nel mirino
Le frasi intercettate aprono un inedito fronte napoletano per Nicola Gratteri, già da decenni il magistrato più scortato d’Italia per il suo impegno contro le ‘ndrine. Le minacce da parte della criminalità organizzata hanno purtroppo segnato a lungo la sua carriera.
Nel febbraio del 2024, un detenuto di 33 anni, Salvo Gregorio Mirarchi, è stato arrestato per aver inviato una lettera anonima in cui minacciava di morte il procuratore e suo fratello, sostenendo persino di conoscere i tragitti dell’auto di scorta. Un campanello d’allarme ancora più forte era suonato nel maggio del 2022, quando i servizi segreti di un Paese straniero avvertirono di un piano della ‘Ndrangheta pronto per “farlo saltare in aria”.
Già all’inizio del 2020 il cordone di sicurezza attorno a lui era stato elevato ai massimi livelli, dopo la scoperta di un patto tra le famiglie mafiose di Vibo Valentia per compiere un attentato in risposta alle pesanti inchieste giudiziarie. Oggi, la sfida alla sicurezza del procuratore si estende alle carceri e alla camorra partenopea.
