Il pentito D’Ambrosio: «Per colpa della Vanella Grassi c’è rottura con la ‘Ndrangheta»

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L’ombra dei Contini sulla grande trattativa tra Scampia e la Calabria: così il furto dei venti chili di cocaina ha violato i patti storici con le famiglie di San Luca. I verbali esclusivi dei broker svelano i retroscena del summit negato, il terrore della ‘Ndrangheta per i mercati napoletani e quel video horror della tortura che ha sigillato la vendetta sui criptofonini europei.

 

Ci sono regole non scritte che nemmeno i signori assoluti delle piazze di Scampia possono permettersi di violare senza far tremare le fondamenta dell’intero sistema criminale italiano. Una di queste, la più sacra, impone il rispetto assoluto per i carichi di narcotico della Locride. Quando la mattina del 18 aprile 2023 il commando operativo della Vanella Grassi ha rapinato a mano armata i venti chili di cocaina ai corrieri di San Luca nel finto territorio neutro di Casavatore, l’eco di quell’assalto non si è fermato tra i palazzoni dell’area nord.

Ha risalito lo stivale, ha attraversato lo stretto ed è penetrato nei santuari della n’drangheta reggina. Le ottantasei pagine dell’ordinanza cautelare svelano che quell’azione fulminea, concepita da Simone Bartiromo per azzerare un debito commerciale, ha quasi innescato un conflitto intermafioso di proporzioni inedite. Uno “smacco” totale che ha terrorizzato i broker calabresi, storicamente abituati alla stabilità degli accordi commerciali con i napoletani, e che ha costretto i vertici di San Luca a invocare l’intervento del tribunale criminale più autorevole e ascoltato del capoluogo campano: il clan Contini.

Il tribunale dei Contini e il fallimento della mediazione

Nel codice d’onore della n’drangheta, una truffa o un furto subiti in terra straniera non si riparano con le armi corte, ma attivando i canali istituzionali della diplomazia di vertice. Sapendo che il carico di venti pacchi era destinato formalmente a rifornire i canali degli ex Scissionisti Amato-Pagano, e realizzando di essere caduti in un’imboscata ordita da “soldati” napoletani, i Nirta e i Romeo — famiglie storiche della criminalità organizzata della Locride — non cercano lo scontro militare diretto nelle Vele. Si rivolgono al centro di Napoli, ai vicoli del Connolo e del Vasto-Arenaccia, dove batte il cuore finanziario dell’Alleanza di Secondigliano.

A ricostruire i dettagli millimetrici di questo retroscena diplomatico rimasto sepolto per mesi è Errico D’Ambrosio, broker d’origine partenopea incardinato nella cosca calabrese dei Molé di Gioia Tauro. Nei suoi verbali dinanzi alle Procure di Napoli e Reggio Calabria, D’Ambrosio descrive l’attivazione dei canali di intermediazione e il mandato esplorativo affidato a un “pezzo da novanta” del clan Contini:

«La famiglia Nirta, per recuperare il carico, si rivolse ai Contini. In quel periodo chi curava gli stupefacenti per i Contini era Gennaro ’o sorecino (abita nel Connolo, due palazzi dopo Salvatore Barile), il quale delegò Rosario “Pipistrello”, che prese contatti con Ciccio il macellaio (Giuseppe Corcione) in carcere. Questi confermò che erano stati loro e si disse disponibile a far recuperare la cocaina.

Ma Angrisano poi si mise in mezzo dicendo che Ciccio, in quanto detenuto, non poteva prendere decisioni e che le decisioni spettavano a lui (Angrisano), “parcheggiando” Ciccio. Quindi la cocaina non è stata recuperata. La famiglia Amato Pagano si è tirata fuori da questa vicenda, ed è rimasto lo smacco. Da allora le famiglie calabresi sono state restie ad avere rapporti con quelle napoletane.»

La risposta secca di Gaetano Angrisano, il boss latitante della Nuova Vanella Grassi, gela le aspettative dei Contini e dei calabresi. È l’affermazione violenta di una sovranità territoriale che rifiuta la mediazione dei vecchi padrini. La droga rapinata resta nei magazzini di Scampia per alimentare il welfare delle mesate, ma il prezzo politico pagato dal clan è altissimo: la rottura permanente dell’asse con i fornitori storici di San Luca.

Il terrore dei calabresi e la taglia su “Jet“

L’esito negativo della trattativa condotta dai Contini lascia sul terreno una ferita commerciale insanabile. Per la prima volta nella storia recente dei traffici tra Campania e Calabria, una spedizione di n’drangheta viene depredata senza che i responsabili subiscano una sanzione immediata o siano costretti alla restituzione della merce. Questo vulnus scatena il panico e la diffidenza tra i grandi broker della Locride, improvvisamente spaventati dall’inaffidabilità cronica delle nuove leve della camorra napoletana.

Errico D’Ambrosio, che dei rapporti tra i due mondi è stato il tessitore formale, spiega ai magistrati della DDA le conseguenze psicologiche e le contromisure estreme adottate dalle famiglie di San Luca per lavare l’offesa, arrivando a mettere una taglia sulla testa del “soffiatore” Simone Bartiromo:

«Su Simone Bartiromo fu anche messa una taglia di 120.000 messa dai Nirta e Romeo. A me fu anche chiesto di sequestrare la moglie di Simone Bartiromo ma io mi rifiutai. Romeo Della Gaggia, cognato di Bartiromo, subito dopo la rapina si mise in un aereo a se ne andò a Barcellona per proteggersi… La Vanella non ne esce bene, perché nel mondo criminale un rapina non è tollerabile. È vero che il responsabile è stato individuato in Bartiromo, ma la stessa Vanella subirà, credo, delle ripercussioni, anche a distanza di tempo, in quanto la vicenda ha fatto molto rumore.»

La fuga in Spagna del cognato di Bartimoro

Il panico è tangibile. Il cognato di Bartiromo fugge in Spagna nel giro di ventiquattro ore per evitare di essere intercettato dai commando calabresi pronti a tutto pur di vendicarsi. Lo smacco di Casavatore rompe l’equilibrio della “pax commerciale” e trasforma l’area nord di Napoli in un territorio interdetto, dove i grandi consorzi di San Luca non intendono più rischiare i propri carichi e i propri uomini.

Ma se a Napoli la diplomazia dei Contini fallisce dinanzi al muro eretto da Gaetano Angrisano, nei territori d’origine la ‘Ndrangheta applica la sua legge arcaica ed esemplare con una spietatezza geometrica. Qualcuno deve pagare per la fuga di notizie che ha permesso alla Vanella Grassi di colpire i corrieri del clan Amato-Pagano. E la punizione non deve solo consumarsi nel segreto dei boschi dell’Aspromonte: deve essere mostrata, esibita sui canali tecnologici di mezza Europa come un severissimo ammonimento per tutti i cartelli criminali della piattaforma.

I dettagli horror di questa esecuzione punitiva scorrono sui display dei criptofonini Exclu in uso ai reggenti di Scampia. A svelarlo, nel corso del suo interrogatorio del 23 dicembre 2024, è il pentito ed esecutore materiale della rapina, Luigi Esposito:

Il pentito Luigi Esposito: “I calabresi fecero girare un video di un omicidio“

«A seguito di questa vicenda, c’è scappato anche un omicidio. Poiché i calabresi ritenevano responsabile del fatto un altro calabrese, quest’ultimo fu ucciso in diretta, nel senso che sui criptati girava un video, che Iazzetta sul proprio criptato, in cui si vedeva una persona che veniva prima torturata e poi uccisa. Jazzetta fece vedere il video a mio fratello Camillo, credo nell’estate del 2024. Il video fu fatto girare “pubblicamente” sui criptati, in modo che tutti i gruppi criminali (siciliani, casalesi, ecc., che stanno sulla piattaforma) avessero contezza che la n’drangheta non può essere impunemente truffata.»

La proiezione di quel video sui circuiti protetti della malavita organizzata chiude simbolicamente il cerchio dello smacco di Casavatore. La cocaina resta a Scampia per finanziare il welfare delle famiglie Petriccione ed Angrisano, ma il messaggio inviato da San Luca rimbalza nitido sulle chat cifrate da Barcellona a Secondigliano: l’onore delle famiglie della Locride non si negozia nei summit, si riscatta col sangue.