Omicidio Cinque, subito a processo i presunti killer

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Giudizio immediato per Salvatore e Giuseppe Bove e Gennaro Ziccardi. Dopo il blitz di fine aprile, l’inchiesta della Direzione distrettuale antimafia compie un nuovo passo. Decisive le intercettazioni, comprese quelle registrate nel carcere di Prato, dove uno degli imputati avrebbe pronunciato frasi ritenute dagli investigatori gravemente indiziarie.

Dal blitz agli arresti al rinvio a giudizio

Dopo il blitz di fine aprile, culminato con l’esecuzione delle misure cautelari nei confronti dei presunti componenti del commando, la Direzione distrettuale antimafia di Napoli imprime una nuova accelerazione all’inchiesta sull’omicidio di Raffaele Cinque, conosciuto nell’ambiente criminale come “Sasà ‘a Ranf”.

Il gip Daniela De Nicola ha disposto il giudizio immediato per Giuseppe Bove, Salvatore Bove e Gennaro Ziccardi, accusati, a vario titolo, dell’omicidio volontario aggravato del cinquantunenne, assassinato il 21 gennaio 2024 nella sua abitazione di via dello Scirocco, nel quartiere Stadera.

Il processo prenderà il via il prossimo ottobre davanti alla Terza sezione della Corte d’Assise di Napoli, segnando il passaggio dell’inchiesta dalla fase investigativa a quella dibattimentale.

La guerra interna al gruppo della Stadera

Secondo la ricostruzione della Dda, il delitto rappresenta il punto più sanguinoso della guerra scoppiata dopo la frattura del gruppo criminale operante alla Stadera, ritenuto contiguo al clan Contini.

La contrapposizione sarebbe nata per il controllo delle attività illecite della zona: traffico di droga, furti, estorsioni e il redditizio sistema dei cosiddetti “cavalli di ritorno”. Raffaele Cinque avrebbe cercato di conquistare un ruolo sempre più centrale negli equilibri criminali del quartiere, entrando in rotta di collisione con il gruppo riconducibile ai Bove, soprannominati “Polpetta”.

Secondo gli investigatori, in ballo vi sarebbe stato anche il controllo delle piazze di spaccio di via dello Scirocco.

Due attentati in meno di un mese

L’eliminazione di Cinque sarebbe stata preparata nel tempo.
Il primo tentativo risale al 23 dicembre 2023, quando il cinquantenne venne investito da un’automobile mentre era in sella al proprio scooter e successivamente accoltellato. L’agguato non raggiunse però il suo obiettivo.

Poco meno di un mese dopo, alle 6.10 del mattino del 21 gennaio 2024, il commando sarebbe tornato in azione.

L’esecuzione nell’appartamento

Secondo la ricostruzione della Squadra Mobile, Giuseppe e Salvatore Bove sarebbero riusciti a entrare nell’abitazione della vittima con un pretesto.
All’interno esplosero almeno nove colpi di pistola.
Ferito gravemente a un fianco, Cinque tentò un’estrema fuga lanciandosi dal balcone della cucina verso il cortile interno.

La fuga, però, sarebbe durata pochi istanti.
Secondo gli atti dell’indagine, i killer continuarono a sparare dall’alto, colpendolo alla testa e uccidendolo sul colpo.
Un testimone presente nell’appartamento ha raccontato agli investigatori di aver sentito bussare alla porta pochi istanti prima della raffica di colpi. Dopo l’agguato, uno dei superstiti sarebbe stato minacciato con una pistola puntata alla tempia affinché non raccontasse nulla agli investigatori.

Le intercettazioni che hanno incastrato il gruppo

A dare una svolta decisiva all’indagine sono state le attività della Sezione Omicidi della Squadra Mobile di Napoli.
Gli investigatori hanno raccolto intercettazioni telefoniche e ambientali attraverso microspie installate su autovetture e durante i colloqui in carcere.
Particolarmente rilevanti sono risultate le conversazioni registrate nel carcere di Prato, dove Giuseppe Bove era detenuto per altra causa.
Durante alcune videochiamate con la fidanzata, riportate nell’ordinanza cautelare, l’uomo avrebbe pronunciato frasi che gli investigatori interpretano come gravemente indiziarie.
Quando la donna gli rinfaccia di aver ucciso Raffaele Cinque, Bove replica inizialmente negando ogni coinvolgimento, salvo poi lasciarsi sfuggire un’affermazione ritenuta significativa:
«Se tu questa cosa che stai dicendo lo sai che io prendo vent’anni?»
Per gli inquirenti quella frase rappresenta un’ammissione indiretta della propria responsabilità.
Le minacce dal carcere
Le intercettazioni delineano anche il profilo di un uomo convinto di poter continuare a esercitare il proprio potere criminale nonostante la detenzione.
In una conversazione afferma:
«A me non mi uccide nessuno, perché io sono figlio di una buona mamma.»
In un altro passaggio, rivolgendosi alla fidanzata, pronuncia minacce ancora più pesanti:
«Vi devo far uccidere… vi uccido con le mie mani quando esco.»
Gli investigatori riportano inoltre il riferimento a un presunto “libro nero” sul quale avrebbe annotato i nomi delle persone da colpire una volta tornato libero.
Sempre secondo quanto emerge dalle intercettazioni, Giuseppe Bove avrebbe cercato di procurarsi un telefono cellulare all’interno del carcere per continuare a mantenere i contatti con l’esterno e impartire direttive. Un progetto che, secondo gli investigatori, non sarebbe andato in porto anche per il rifiuto della compagna di collaborare.
Le prove raccolte dalla Dda
L’intero impianto accusatorio è contenuto nelle circa 150 pagine dell’ordinanza cautelare che ha portato agli arresti eseguiti lo scorso aprile.
Per la Procura antimafia il quadro probatorio è composto da intercettazioni, dichiarazioni testimoniali, immagini di videosorveglianza e ricostruzioni investigative che avrebbero consentito di individuare i presunti componenti del commando e ricostruire nei dettagli la dinamica dell’omicidio.
Con il giudizio immediato disposto dal gip Daniela De Nicola, l’inchiesta entra ora nella fase processuale. Sarà la Corte d’Assise di Napoli a valutare il materiale raccolto dalla Direzione distrettuale antimafia e ad accertare le responsabilità degli imputati nel delitto che, secondo gli investigatori, rappresenta uno degli episodi più significativi della recente faida interna al gruppo criminale della Stadera.