Canorra, il «Sistema» della Stadera: l’eredità di Mimì ‘o Mericano

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L’omicidio di Raffaele Cinque non è stato un semplice fatto di sangue, ma l’epilogo violento di una scossa tellurica interna al cuore della Stadera, feudo storico del clan Contini. Le radici di questa violenza affondano nella morte di un “colonnello” del crimine: Domenico Cimminiello, noto come Mimì ‘o Merican.

Deceduto nel 2011, Cimminiello era il garante dell’ordine per conto dell’Alleanza di Secondigliano. Con la sua uscita di scena, l’equilibrio nel quartiere Poggioreale si è spezzato, innescando una scissione che ha diviso il gruppo in due fazioni: da una parte gli abitanti del cosiddetto “Priatorio”, dall’altra i fedelissimi dei fratelli Lucarelli, pronti a spostare l’asse criminale verso Casoria e la Cittadella.

La vittima e il “peccato originale” dei Cimminiello

Raffaele Cinque, la vittima, portava un cognome pesante e legami di sangue ancora più pericolosi. Cugino di Leonardo Cimminiello e nipote del defunto boss Mimì, si trovava al centro di una ragnatela di sospetti. Leonardo Cimminiello, infatti, era stato indicato dagli inquirenti come l’esecutore materiale del tentato omicidio di Gioele Lucarelli. In questo clima di “tutti contro tutti”, la figura di Cinque era diventata scomoda, un bersaglio mobile in una guerra di posizionamento dove anche lo zio, Salvatore Cinque, risultava già monitorato per i suoi contatti stretti con i vertici dei Contini.

L’impero dei “Polpetta”: i fratelli Bove al servizio dei Contini

Sul fronte opposto dello scacchiere troviamo la famiglia Bove, alias i “Polpetta”. Un nucleo familiare che gli inquirenti descrivono come una vera e propria cellula operativa integrata nel clan Contini. Guidati dai fratelli Luigi “Baffone” e Pietro “Pierino”, i Bove non erano semplici gregari, ma gestori di un lucroso business: la piazza di spaccio delle palazzine popolari di Via dello Scirocco 55.

Il loro legame con Luigi Folchetti, elemento di spicco del Gruppo della Stadera e riferimento assoluto per il traffico di stupefacenti, ha garantito ai “Polpetta” una protezione d’acciaio e un ruolo di primo piano nelle dinamiche dell’Alleanza. I controlli delle forze dell’ordine negli anni avevano già disegnato una mappa chiara: i Bove erano i guardiani del territorio per conto dei signori di Secondigliano.

Il movente: perché l’agguato?

L’agguato a Raffaele Cinque si inserisce, secondo la lettura dell’ordinanza, in una logica di epurazione e vendetta trasversale. Le ipotesi investigative tracciano un quadro preciso:

La Scissione: Dopo la morte di Mimì ‘o Merican, il gruppo si è frammentato. Colpire Cinque significava colpire i Cimminiello, rei di aver cercato un’autonomia o di aver partecipato a scontri interni (come il tentato omicidio Lucarelli) che destabilizzavano gli affari del clan madre.

Il Controllo del Territorio: I Bove, gestendo lo spaccio a ridosso di via della Stadera, avevano bisogno di eliminare ogni interferenza. La vittima, legata a soggetti con precedenti per tentato omicidio e porto d’armi, rappresentava una minaccia alla pax mafiosa necessaria per il traffico di droga.

Messaggio di Potere: L’arresto dell’intera famiglia Bove dimostra come il delitto sia stato una decisione “di nucleo”, un atto corale per ribadire la fedeltà a Luigi Folchetti e, di riflesso, alla cupola dei Contini.

Un curriculum di violenza

Il profilo dei componenti della famiglia Bove emerso dalle indagini è inquietante. Tra condanne per armi, ricettazione e persino accuse gravissime come la violenza sessuale di gruppo e la rapina aggravata (per le quali è indagato Giuseppe Bove), il clan dei “Polpetta” si muoveva in un cono d’ombra di totale illegalità. Un’egemonia che ora la magistratura ha tentato di smantellare con l’ordinanza eseguita dalla Squadra Mobile, mettendo fine – almeno per ora – alla lunga scia di sangue iniziata tra i vicoli della Stadera.

Il curriculum della famiglia Cinque-Cimminiello non è da meno:

Leonardo Cimminiello: Cugino della vittima, è considerato un elemento organico al clan. Su di lui pende l’accusa di aver tentato di uccidere Gioele Lucarelli, un atto che ha accelerato la frattura interna al gruppo della Stadera.

Salvatore Cinque (zio della vittima): Un profilo noto alle forze dell’ordine per reati associativi e frequentazioni costanti con i quadri direttivi dei Contini.

Salvatore Cinque (figlio della vittima): Nonostante la giovane età, vantava già una denuncia per tentato omicidio e porto d’armi in concorso con Leonardo Cimminiello.

I “Polpetta”: una vita tra piazze di spaccio e tribunali

Dall’altra parte della barricata, la famiglia Bove, soprannominata i “Polpetta”, rappresenta il braccio operativo e spietato del gruppo di Luigi Folchetti. La loro non è una semplice parentela, ma una vera e propria struttura gerarchica:

Luigi “Baffone” e Pietro “Pierino” Bove: I due fratelli occupano un ruolo apicale. Già destinatari di ordinanze di custodia cautelare nel 2013, sono ritenuti “organici” al clan Contini. I loro nomi compaiono in decine di verbali di controllo del territorio, sempre in compagnia di affiliati di alto rango.

Salvatore Bove (detto “Totore”): Un curriculum segnato da una condanna definitiva a 4 anni per reati inerenti le armi e la ricettazione, con sentenza passata in giudicato nel 2019.

Costantino Bove: La sua carriera criminale è iniziata prestissimo. Già nel 2011 veniva arrestato per fatti commessi da minorenne: rapine aggravate, lesioni e porto d’armi. Una scalata violenta che lo ha portato a essere un elemento chiave del gruppo di Via dello Scirocco.

L’orrore dietro le sbarre: il profilo di Giuseppe Bove

Tra i membri della famiglia, spicca per la gravità dei reati recenti Giuseppe Bove. Attualmente detenuto nel carcere di Terni (con fine pena fissato al 2028), ha accumulato condanne per truffa ma, soprattutto, è stato raggiunto in cella da una nuova misura cautelare nel gennaio 2024. Le accuse sono pesantissime: violenza sessuale di gruppo e rapina aggravata. Un dettaglio che delinea un profilo di particolare pericolosità sociale, ben oltre le dinamiche mafiose tradizionali.