Rubavano i ciclomotori nelle aree parcheggio del centro commerciale ”La Cartiera” di Pompei, senza tenere conto che le zone fossero videosorvegliate. Le telecamere infatti hanno catturato particolari importanti – come la targa del ciclomotore usata da uno dei malviventi – utili per identificare i due ladri. E così, a seguito delle indagini coordinate dalla Procura di Torre Annunziata, personale della sezione investigativa del commissariato di polizia e della stazione carabinieri di Pompei ha dato esecuzione ad un provvedimento emesso dal gip del tribunale oplontino. Agli arresti domiciliari sono finiti Angelo Antonucci, 32 anni, e Gennaro Verdemare, 23 anni, entrambi del quartiere napoletano di Ponticelli, già gravati di precedenti penali specifici. Le indagini sono partite dalle denunce presentate dai proprietari di alcuni ciclomotori rubati. Dalle immagini del sistema di videosorveglianza è stato possibile, grazie anche alla banca dati ‘sdi’ in dotazione alle forze dell’ordine, risalire al mezzo su cui viaggiava Antonucci. Durante la perquisizione domiciliare, sono state ritrovate le scarpe indossate dall’uomo nel momento del furto. Antonucci, messo alle strette, ha confessato la propria colpevolezza per due furti di motoveicoli. Anche per Verdemare decisive sono state le immagini dell’impianto a circuito chiuso del centro commerciale.
Ieri sera, gli agenti della polizia di San Giuseppe Vesuviano, in provincia di Napoli, hanno arrestato un pluripregiudicato 39enne di Boscoreale, ritenuto responsabile dei reati di tentata estorsione, ricettazione e resistenza a pubblico ufficiale. Ieri mattina, un 56enne napoletano era stato derubato della propria Volkswagen Golf in Via Madonna del Principio. Era bastato che la moglie si allontanasse un attimo dall’autovettura perché una persona salisse a bordo, mettesse in modo e sparisse nel nulla. Nell’auto la donna aveva lasciato la borsa con il suo cellulare ed il portafogli. Dopo nemmeno mezz’ora e a denuncia depositata presso l’ufficio prevenzione generale, qualcuno aveva provato a chiamare sul numero di casa dei coniugi derubati. La richiesta era stata diretta: soldi in cambio della restituzione dell’auto.Dopo una serie di telefonate ed una estenuante trattativa sul prezzo del riscatto, attestatosi a 1.500 euro, l’uomo, dichiaratosi autore del furto, ha dato appuntamento per la restituzione all’uscita di Boscoreale della SS 268. Contattati su indicazione della questura gli agenti del commissariato San Giuseppe Vesuviano, con un poliziotto in auto fintosi il figlio, il 56enne si è recato sul luogo dell’appuntamento. Con un’altra telefonata il malvivente ha spostato l’incontro vicino al cimitero di Boscoreale. Lì arrivati i due sono stati raggiunti dal malvivente che in sella ad un motociclo e con il casco integrale ha fatto loro cenno di seguirli. Appena si è fermato ed ha offerto la borsa della moglie del 56enne in cambio dei soldi, il poliziotto seduto al fianco della vittima con un balzo e dopo una colluttazione, è riuscito a bloccare l’estorsore. In pochi attimi sono arrivati gli altri poliziotti di San Giuseppe che hanno anche trovato l’autovettura parcheggiata non lontano dal luogo dell’appuntamento. Dopo averlo portato in commissariato ed identificato, i poliziotti hanno scoperto che il 39enne era sottoposto alla misura di prevenzione della sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno nel Comune di residenza. L’autovettura è stata pertanto restituita al proprietario e l’uomo arrestato e subito condotto al carcere di Poggioreale.
Sono stati condannati all’ergastolo, in primo grado, Stefano Zeno, Ciro Uliano , Raffaele Perfetto, Salvatore Viola. Sedici anni, invece , per Vincenzo Esposito e Francesco Ruggiero. Un patto di sangue quello stretto agli inizi del Duemila, tra il clan Lo Russo di Miano e il clan Birra di Ercolano, “all’epoca impegnati rispettivamente nello scontro con gli Stabile e gli Ascione-Papale” Un patto di sangue dal quale sono scaturiti diversi omicidi. Come quello di Vincenzo e Gennaro Montella. Morti che la procura ha ricostruito grazie al pentimento di alcuni malavitosi che ebbero un ruolo da protagonisti in quelle vicende. Ieri per gli esponenti delle due organizzazioni criminali è arrivata la condanna all’ergastolo proprio per l’omicidio dei due Montella, padre e figlio avvenuto nel gennaio del 2007. I due netturbini furono massacrati all’alba del 15 gennaio a colpi di pistola ai piedi del municipio di Torre del Greco.
Inattendibili è così che la Corte di Cassazione ha definito le rivelazioni riguardo a Giuseppe Roberti. Una storia durata ventiquattro anni che ha visto da una parte Giuseppe Roberti, marito di Celeste Giuliano e dall’altra Luigi e Raffaele Giuliano. I due fratelli raccontarono che Giuseppe Roberti in accordo con un maresciallo dei carabinieri avevano preparato un finto blitz per incastrare delle persone. Troppe le circostanze che non quadravano ai giudici della Cassazione che hanno bollato come inattendibili le rilevazioni date dai fratelli Giuliano. Luigi Giuliano, il boss dell’omonimo clan Giuliano, nel 2002 prese la decisione di diventare un collaboratore di giustizia. Nel corso delle sue testimonianze, Luigi Giuliano, consapevole di aver creato attorno a lui un mito, invitò i giovani a non affiliarsi alla camorra e a seguire altre strade, fatte non di sangue e di violenza ma di onestà e sacrifici.
Decine di foto, immagini di sesso e minorenni: una scoperta fatta per caso nel corso delle attività di indagine sulle truffe Inps. Una scoperta, a carico di uno degli indagati nell’indagine “Mastrolindo” ha fatto scattare accuse gravissime per M.V., 61enne cavese, ispettore dell’ispettorato del lavoro. Il caso del ritrovamento è ora al vaglio della procura distrettuale di Salerno, dove per competenza è stato inviato dal pm Roberto Lenza della Procura di Salerno. L’uomo, sottoposto ad indagini nell’ambito del procedimento per le aziende fantasma e le truffe ai danni dell’Inps con falsi lavoratori, fu destinatario due anni fa di un decreto di sequestro. Quando i carabinieri della sezione di Pg del Tribunale, insieme agli ispettori dell’ispettorato, arrivarono presso la sua abitazione sequestrarono – su delega del pm – tutti i supporti informatici in suo possesso che furono poi analizzati da un perito della Procura. Ed è stata proprio l’analisi dei file scaricati sul pc del cavese a permettere agli inquirenti di scoprire le foto “compromettenti”. File a sfondo pedopornografico, probabilmente scaricati da siti vietati o da internet, hanno spinto il pm a formulare nuove accuse nei confronti del 61enne cavese. Le prove raccolte e i file scoperti, sono stati inviati – insieme al fascicolo – per ompetenza alla Procura di Salerno che – secondo quanto prevede la legge – è competente per i reati in materia di pedopornografia e prostituzione minorile. Il fascicolo sarà assegnato ad un pm salernitano che dovrà valutare le prove a carico dell’ispettore, formalmente indagato dalla Procura di Nocera Inferiore. Il fascicolo rappresenta uno stralcio del maxi processo per le truffe Inps. Fin dall’inizio gli inquirenti si erano insospettiti per quelle foto scoperte nella memoria del pc ed hanno voluto vederci chiaro. L’analisi tecnica dei file e il contenuto delle immagini ha fatto ipotizzare il coinvolgimento dell’uomo in un giro di immagini di minori vietate. Vi è da stabilire come l’indagato sia venuto in possesso delle foto se abbia frequentato o navigato su siti vietati e quale utilizzo, o scambio abbia fatto delle foto. Ad approfondire questi aspetti, sarà la Procura salernitana che alla conclusione delle indagini formalizzerà eventualmente le accuse nei confronti del 61enne cavese. L’uomo, comunque, è rimasto già pesantemente coinvolto nell’indagine su migliaia di truffe ai danni dell’Inps con la creazione di imprese fantasma e falsi lavoratori che beneficiavano di indennità di disoccupazione e maternità dall’istituto di previdenza sociale nazionale.(r.f.)