Cronaca Giudiziaria

Napoli: 78 anni di carcere per il clan dei “tatuati” del baby ras Salvatore “Bodo” De Micco

E’arrivata ieri la condanna complessiva a 78 anni di carcere per gli uomini del clan De Micco. Accusati di racket delle estorsioni, spedizioni punitive e attentati a suon di bombe. Fondamentali sono state le rivelazioni di un pentito Domenico Esposito, detto “o cinese”. Lo scorso mese di marzo,infatti, la Polizia di Stato emise dodici ordinanze di custodia cautelare in carcere nei confronti di persone ritenute affiliate al clan camorristico ”De Micco”, operante prevalentemente nella zona di Ponticelli. Gli uomini del clan impegnati nel controllo armato del territorio e nell’imposizione del pizzo ad operatori economici della zona, utilizzava per riconoscersi tatuarsi una scritta sul braccio. Le condanne inflitte ammontano a 78 anni complessivi di carcere: Moreno Cocozza 9 anni Luigi De Liguori 7 anni Michele Gentile 6 anni Giovanni Ottaiano 6 anni Roberto Pane 7 anni Roberto Scala 12 anni Gennaro Sorrentino 10 anni Giuseppe De Martino 7 anni Giuseppe Napolitano 6 anni Salvatore De Micco, già condannato per altra causa 8 anni

Nocera: l’assassino di Dario “millebolle” a processo l’11 aprile

La morte di Dario “Millebolle” approda in Corte d’Assise a Salerno. Il prossimo 11 aprile Francesco Paolo Ferraro, comparirà dinanzi ai giudici del Tribunale di Salerno, per rispondere dell’omicidio volontario aggravato del giovane ultrà della Nocerina. A stabilire il rinvio a giudizio, il Gup Giovanna Pacifico, nell’udienza preliminare che si è celebrata ieri a Nocera. Gli avvocati Michele Alfano e Giovanni Castaldi si sono costituiti parte civile per i genitori della giovane vittima e i due fratelli. Il pm Cacciapuoti si è riportato alla richiesta di rinvio a giudizio già formulata a conclusione delle indagini preliminari, mentre il difensore del 27enne Ferraro ha chiesto il “non luogo a procedere per mancanza di elementi atti a sostenere l’accusa in giudizio”. Una richiesta che non è stata accolta dal giudice che ha rinviato a giudizio il nocerino accusato di aver colpito mortalmente, con un casco, Dario Ferrara il 26 aprile dello scorso anno. Il giovane riportò lesioni gravissime che – dopo due giorni di agonia – lo condussero alla morte. Gli agenti del commissariato di Polizia di Nocera Inferiore ricostruirono le fasi dell’aggressione avvenuti a Villanova. I due giovani litigarono pesantemente, su questo nessuno dei testimoni ha dubbi. Cosa accadde e quando fu colpito con un oggetto contundente, presumibilmente un casco, questo è il vero nodo sul quale ha fatto leva in questi mesi la difesa – rappresentata dall’avvocato Vincenzo Calabrese – di Francesco Paolo Ferraro. In questo anno, il 27enne, indagato fin dal primo momento, ha mantenuto la linea del silenzio. Non ha mai voluto fare dichiarazioni. Fu consegnato nelle ore successive all’aggressione il casco, individuato come arma per colpire il 18enne nocerino. Dario Ferrara riportò lesioni celebrali gravissime, tanto che rimase in coma per due giorni poi spirò. Gli accertamenti medico legali, sia della Procura che dei periti dei familiari, hanno portato alle medesime conclusioni. A decretare la morte di Dario Ferrara furono i colpi inferti con un casco. Colpi violentissimi che provocarono lesioni irreversibili. La ricostruzione degli agenti di polizia del Commissariato portò all’identificazione di Francesco Paolo Ferraro che, ieri pomeriggio, è stato rinviato a giudizio con l’accusa di omicidio volontario. A sostenere l’accusa dinanzi ai giudici della Corte d’Assise a partire dal prossimo 11 aprile sarà il pm Giuseppe Cacciapuoti che seguì le indagini sulla morte di Dario “Millebolle”. Pare che dietro la lite ci fosse una questione legata alla droga, ma non è stato chiarito. (r.f.) (nella foto lo striscione dei tifosi della nocerina all’esterno dello stadio san Francesco e nel riquadro la giovane vittima Dario Ferrara)

Torre del Greco, omicidio Merlino: settimo ergastolo per il boss Stefano Zeno di Ercolano

Un altro ergastolo per il boss di Ercolano, Stefano Zeno. E’ il settimo, un vero e proprio record nella camorra Campania. Nonostante il giudizio immediato il gup Roberto D ’Auria lo ha condannato al fine pena mai. E’ accusato di essere il mandante dell’omicidio di Ettore Merlino, uomo degli Ascione -Papale, rivali storici dei Biarra-Iacomino di Ercolano di cui Zeno era uno dei capi, avvenuto a Torre del Greco nel maggio del 2007 per mano dei killer della cosca dei Valentini a cui Zeno chiese aiuto. Sono stati i pentiti e le inchieste dei carabinieri a svelare gli intrecci tra i clan delle due Torri. Per quell’omicidio sono stati già condannati una decina di uomini dei due clan alleati. Per Zeno si tratta di un processo bis. E’ stato il nuovo pentito del clan Gionta, Michele Palumbo, detto “munnezza” a svelare particolari inediti dell’omicidio Merlino. L’uomo, ritenuto un esattore del clan Ascione_Papale, fu convocato a palazzo Fienga, roccaforte dei Gionta a Torre Annunziata, con lo strategemma di dover fare una cortesia al boss Pasquale Gionta, doveva consegnargli “un pizzino” inviato dagli scissionisti di Torre del Greco. Le immagini dell’incontro di Merlino co gli uomini dei Gionta e la preparazione dell’omicidio sono state ritrovate dai carabinieri un un hard disk sequestrato nele croso dell’indagini a Palazzo Fienga e che provengono da una delle tante telecamere di video sorveglianza che il clan aveva piazzato a a difesa del fortino.

Ercolano, condanna per i vertici del clan Birra e Lo Russo

Sono stati condannati all’ergastolo, in primo grado, Stefano Zeno, Ciro Uliano , Raffaele Perfetto, Salvatore Viola. Sedici anni, invece , per Vincenzo Esposito e Francesco Ruggiero. Un patto di sangue quello stretto agli inizi del Duemila, tra il clan Lo Russo di Miano e il clan Birra di Ercolano, “all’epoca impegnati rispettivamente nello scontro con gli Stabile e gli Ascione-Papale” Un patto di sangue dal quale sono scaturiti diversi omicidi. Come quello di Vincenzo e Gennaro Montella. Morti che la procura ha ricostruito grazie al pentimento di alcuni malavitosi che ebbero un ruolo da protagonisti in quelle vicende. Ieri per gli esponenti delle due organizzazioni criminali è arrivata la condanna all’ergastolo proprio per l’omicidio dei due Montella, padre e figlio avvenuto nel gennaio del 2007. I due netturbini furono massacrati all’alba del 15 gennaio a colpi di pistola ai piedi del municipio di Torre del Greco.

Clan Giuliano, condanna cancellata per Giuseppe Roberti

Inattendibili è così che la Corte di Cassazione ha definito le rivelazioni riguardo a Giuseppe Roberti. Una storia durata ventiquattro anni che ha visto da una parte Giuseppe Roberti, marito di Celeste Giuliano e dall’altra Luigi e Raffaele Giuliano. I due fratelli raccontarono che Giuseppe Roberti in accordo con un maresciallo dei carabinieri avevano preparato un finto blitz per incastrare delle persone. Troppe le circostanze che non quadravano ai giudici della Cassazione che hanno bollato come inattendibili le rilevazioni date dai fratelli Giuliano. Luigi Giuliano, il boss dell’omonimo clan Giuliano, nel 2002 prese la decisione di diventare un collaboratore di giustizia. Nel corso delle sue testimonianze, Luigi Giuliano, consapevole di aver creato attorno a lui un mito, invitò i giovani a non affiliarsi alla camorra e a seguire altre strade, fatte non di sangue e di violenza ma di onestà e sacrifici.