Una vera e propria holding criminale, strutturata per diversificare le entrate e garantire liquidità costante: dal traffico di stupefacenti al racket delle estorsioni, passando per il recupero crediti violento, le truffe seriali sui contratti assicurativi e il sostentamento dei detenuti. È lo scenario delineato dall’articolata inchiesta della Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli, condotta sul campo dai Carabinieri della Compagnia di Casal di Principe e coordinata dal pubblico ministero Simona Belluccio.
Dal blitz alle richieste di rinvio a giudizio
Il fascicolo, scaturito da un blitz che aveva portato all’esecuzione di misure cautelari a carico dei presunti vertici e affiliati, ha superato la fase delle indagini preliminari approdando al vaglio della magistratura giudicante. Il pm ha formulato la richiesta di rinvio a giudizio per 26 imputati, tra i quali spiccano figure di rilievo del clan Di Lauro di Secondigliano e della fazione Schiavone dei Casalesi.
La parola passa ora al giudice per l’udienza preliminare del Tribunale di Napoli, Michaela Sapio, che nell’udienza calendarizzata per fine novembre dovrà decidere se disporre il processo dibattimentale o accogliere eventuali riti alternativi.
Il vertice del sodalizio e il patto criminale
Al centro dell’impianto accusatorio della Procura figura Pasquale Apicella, 58enne di Casal di Principe conosciuto negli ambienti criminali come “’o Bellommo”. Secondo gli inquirenti, una volta tornato in libertà dopo una lunga carcerazione, l’uomo avrebbe riorganizzato un’ala operativa riconducibile al gruppo Schiavone, tessendo una proficua intesa commerciale con i fornitori dell’area nord partenopea legati ai Di Lauro.
Il canale di rifornimento garantiva carichi costanti di cocaina, hashish e marijuana verso il Casertano; tra gli episodi cardine richiamati dagli investigatori figura il sequestro di oltre un chilogrammo di cocaina rinvenuto in una cantinola a Casavatore nel maggio 2022.
Pizzo, false Rc auto e cassa comune
L’indagine documenta un raggio d’azione esteso alle estorsioni e al recupero crediti con l’aggravante del metodo mafioso. Tra i casi contestati spicca la tentata estorsione ai danni di un’azienda agricola: approfittando della morte sul lavoro di Luigi Schiavone, gli indagati avrebbero preteso il versamento di denaro o l’assunzione fittizia delle figlie della vittima con stipendi da 1.500 euro al mese.
Parallelamente, un sofisticato raggiro sulle polizze Rc auto — orchestrato con finti call center e carte prepagate intestate a prestanome — garantiva ad Apicella e alla consorte Maria Giuseppa Cantiello introiti stimati in circa mille euro a settimana. I proventi confluivano nella cassa comune del clan, destinata a coprire spese legali e bisogni primari dei carcerati e dei loro nuclei familiari.
Gli imputati
Oltre a Pasquale Apicella, dinanzi al gup compariranno Salvatore Cantiello, Vincenzo Cantiello, Anna Cerullo, Giuseppe Alfano, Mariano Bianco, Augusto Bianco, Teresa Bianco, Anna Cammisa, Filippo Carannante, Giovanni Cortese (storico elemento di vertice del clan Di Lauro), Mario Cortese, Daniele Corvino, Luigi Corvino, Teresa Corvino, Domenico Fontana (“’o Malese”), Emanuela Genova, Davide Grasso, Armando Maglione, Silvana Panaro, Angela Schiavone, Valentina Ester Schiavone, Francesco Siciliano e Antonio Silvestri.
