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Cronaca

Arrestato a Napoli il latitante Gennaro Russo, presunto capo della camorra: era ricercato da marzo

Arrestato a Casalnuovo Gennaro Russo, noto esponente del clan Contini: fine della latitanza Casalnuovo di Napoli – È terminata la latitanza di Gennaro Russo, conosciuto con il soprannome di “o suricillo”, catturato dalla Squadra Mobile di Napoli in collaborazione con i Carabinieri del Comando Provinciale....

Individuati i presunti esattori del pizzo del clan Giannelli a Bagnoli: dettagli sull’inchiesta

Estorsioni a Bagnoli: il racket del clan Giannelli soffoca le attività commerciali Negli ultimi anni, Bagnoli e le zone circostanti come Agnano e Cavalleggeri hanno subito una pressione costante e opprimente da parte del clan Giannelli, che ha imposto un vero e proprio sistema di...

Succede anche

Torre Annunziata: scarcerato il “provetto killer” del Penniniello assoldato dalla mantide di Pompei, Lucia Casciello per uccidere l’ex marito

E’ stato scarcerato il giovane mancato killer di Torre Annunziata assoldato dalla 40enne pompeiana Lucia Casciello per uccidere il suo ex marito, Vincenzo Tufano di 42 anni. Ieri il giudice del Tribunale per i minorenni di Napoli, Maurizio Pierantoni, ha accolto la tesi della difesa del minore V. F. del rione Penniniello, e ne ha ordinato la scarcerazione. Troppi i dubbi, sia legati ai presunti dissapori della coppia di Pompei, che alla precisa ricostruzione della dinamica del raid. Il Tribunale ha anche disposto con ordinanza l’ammissione d’ufficio di nuove prove in dibattimento. L’agguato dai motivi passionali, avvenne il 9 agosto 2014 nei pressi di un noto pub della periferia di Pompei, in via Giuliana. Il giovane provetto killer che agì con il volto coperto da un casco integrale, fortunatamente mancò il bersaglio sia per la sua inesperienza sia per la scarsa luce nella zona. Lucia Casciello è già stata condannata ad otto anni in primo grado come mandante. (nella foto lucia casciello)

Nuova camorra acerrana, in Appello richiesta la conferma delle condanne di primo grado

Il Procuratore generale della terza sezione della Corte d’Appello del tribunale di Napoli (presidente dottoressa Giovanna Grasso) ha chiesto la conferme delle condanne di primo grado per i 9 imputati dei clan di Acerra accusati di estorsione. In primo grado erano arrivati 76 anni anni di carcere con pene tra i 14 e i 4 anni per tutti gli imputati con una sola assoluzione. Pena più alta (14 anni)per Domenico Basile, alias o’nir, mentre Gaetano De Rosa, meglio conosciuto come o’ maravizz, fu condannato a 13 anni. Condannati a 10 anni a testa, invece, Pasquale Tortora, o’ stagnaro e Gennaro Pacilio, o’ furnaro. Bruno Avventurato a 8 anni e 10 mesi, suo figlio Domenico, invece, 4 anni e 8 mesi. Alfonso Piscitelli condannato a 8 anni mentre Giacomo Doni e Antonio Fatigati rimediano 4 anni a testa. Assolto l’imprenditore Francesco De Simone, accusato di essere un mediatore. I fatti contestati risalgono al periodo a cavallo tra il gennaio e settembre 2014.L’indagine partì grazie alla denuncia di due imprenditori edili che consentirono di ricostruire le attività criminose di una nuova cosca camorristica, sorta sulle ceneri del clan Crimaldi, capeggiata da personaggi già vicini alle vecchie organizzazioni malavitose locali e già condannati per altri reati di matrice mafiosa. Il nuovo sodalizio aveva avviato un’attività estorsiva contro sei imprese edili impegnate ad Acerra (tra cui una che stava costruendo una palestra a cui veniva ‘chiesto’ se avesse bisogno di una ditta di pulizie), ai quali veniva anche imposto a chi rivolgersi per l’esecuzione dei lavori e la fornitura dei materiali, oltre al pagamento di una percentuale sul valore complessivo dell’appalto. Alcuni indagati, poche settimane prima del blitz del 2014, fermarono una betoniera che aveva appena scaricato materiale in un cantiere edile, malmenando l’autista e appiccando il fuoco al mezzo. A fine settembre, invece la Dda emise altre due ordinanze per estorsione, tentata e consumata, contro imprenditori del territorio, tra cui un noto centro meccanico/collaudi ed una Onlus che gestiva il servizio di ambulanze presso la clinica Villa dei Fiori: a questa, infatti, venne imposta l’assunzione lavorativa del figlio di uno dei capi. (nella foto il boss domenico basile ‘o nir)

Giugliano, processo “Puff Village”: assolti tutti i 30 imputati tra ex sindaci, politici, funzionari, imprenditori e camorristi

Sono stati tutti assolti i 30 imputati tra politici, ex amministratori, imprenditori e camorristi di Giugliano coinvolti nella famosa inchiesta “Puff Village”, la lottizzazione di 98 appartamenti e un albergo realizzati nel Parco l’Obelisco. Sono stati i giudici della VII sezione collegio IV del Tribunale Penale di Roma ad emettere la sentenza: tutti gli imputati accusati di truffa sono stati assolti perché il fatto non sussiste, mentre per gli altri è stata accertata la prescrizione del reato, tra cui la lottizzazione. Il processo partì nel 2011 in seguito ad una vasta operazione della guardia di finanza che sottopose a sequestro preventivo il parco L’Obelisco composta da 98 appartamenti e un albergo per un valore complessivo di 20 milioni di euro. Immobili realizzati a mezzo di concessioni edilizie che, secondo la Guardia di Finanza, il comune di Giugliano non avrebbe dovuto rilasciare poiché il complesso da edificare era in contrasto con i piani urbanistici, per questo tra gli indagati ci sono anche tre ex sindaci del comune, due dei quali Pasquale Basile e Giacomo Gerlini hanno amministrato nel ’93 e nel 2003 e un altro, Francesco Taglialatela che all’epoca dei fatti era assessore all’Urbanistica e componente della commissione edilizia, l’ex assessore ai Lavori pubblici Arturo Botta, l’ex ingegnere capo dell’Ufficio Tecnico Vittorio Russo, tecni- ci comunali ed altri. I reati contestati erano lottizzazione abusiva, falsi in atto pubblico e truffa edilizia aggravata dalle fi- nalità dell’agevolazione camorristica dei clan Mallardo e Nuvoletta. Questi i nomi di tutti gli imputati assolti: Mario Altamura; Eleonora Basso; Pasquale Basile ex sindaco Comune di Giugliano; Arturo Botta ex assessore ai lavori Pubblici; Giuliano Cacciapuoti; Angelo Cirella membro commissione edilizia; Vincenzo D’Alterio membro commissione edilizia; Domenico Ferraro membro commissione edilizia; Sandro Ferraro membro commissione edilizia; Risiede Frascogna; Alfonso Germano membro commissione edilizia; Giacomo Gerlini ex sindaco di Giugliano; Rocco Granata membro commissione edilizia; Giovanni Mallardo membro commissione edilizia; Franz Marchese membro commissione edilizia; Giuliano Morlando membro commissione edilizia; Marina Murolo membro commissione edilizia; Antonio Nugnes membro commissione edilizia; Raffaele Pennacchio membro commissione edilizia; Giuliano Perpetua membro commissione edilizia; Raffaele Pirozzi membro commissione edilizia; Felice Pirozzi membro commissione edilizia; Gioacchino Pirozzi ; Vittorio Russo ingegnere capo ufficio tecnico comune di Giugliano; Francesco Taglialatela componente della commissione edilizia; Domenico Tartaron; Ciro Testa impiegato comune di Giugliano ; Manlio Tomeo ex dirigente ufficio tecnico comune di Giugliano; Alfredo Vitelli tecnico; Luigi Mallardo funzionario comune di Giugliano.

Ponticelli: fine pena mai per il boss Antonio De Luca Bossa, Roberto Schisa, Antonio Ippolito e Ciro Confessore

La Corte d’Assise d’Appello ha condannato all’ergastolo quattro capiclan della camorra di Ponticelli: Antonio De Luca Bossa, Roberto Schisa, Antonio Ippolito e Ciro Confessore. Condannati a 30 anni invece, dopo la confessione, Giuseppe Marfella e Antonio Circone, assoluzione per il boss di Sant’Antimo Stefano Ranucci. Sono stati anche condannati i pentiti: 15 anni per i fratelli Ciro e Vincenzo Sarno, 12 anni per Pasquale e Luciano Sarno, Carmine Caniello, Raffaele Cirella, Ferdinando Adamo e Luigi Casella. Sono state le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia a fare luce fu quattro efferati omicidi compiuti negli anni novanta durante la cruenta gurra di camorra in atto in quello che fu ribattezzato “il Triangolo della morte di Barra-Ponticelli e San Giovanni”. Si tratta degli omicidi di Mario Scala, Anna Sodano, Gennaro Busiello e Giuseppe Schisa: tutti torturati nel corso di un “interrogatorio” e poi uccisi. Omicidi violentessimi tanto che il gip che firmò le ordinanze di custodia cautelare per i 15 dei vari clan della zona coinvolti li definì “macellai”. Mario Scala si occupava, prima di avere dei ripensamenti, della vendita di eroina per conto del clan. Il tronco e altre parti del suo corpo furono trovati carbonizzati il 3 dicembre 1994 in contenitori per la raccolta di rifiuti in località Varcaturo di Giugliano in Campania. Il cadavere era talmente irriconoscibile che solo con l’autopsia si stabilì che apparteneva a un maschio e non a una donna, come sembrava inizialmente. L’uomo, prima di essere assassinato, fu sottoposto a terribili torture per svelare i contenuti della sua collaborazione con la giustizia. Anna Sodano scomparve il 29 gen- naio 1998 da un albergo di Napoli mentre era in attesa di esse- re trasferita in località segreta e sotto protezione, in ragione della sua collaborazione. Il suo corpo non è mai stato trovato, ma secondo i pentiti anch’ella fu interrogata brutalmente prima del- l’omicidio. Gennaro Busiello, compagno di Anna Sodano, fu ammazzato il 18 marzo 2000 con 4 colpì di pistola calibro 7,65 per la sua volontà di pentirsi. L’omicidio fu deciso, secondo la procura antimafia, a condizione che la stessa sorte fosse toccata ad al- tri componenti del clan che avevano manifestato analoghi intenti collaborativi. Infine, Giuseppe Schisa, dedito alle estorsioni fin dai tempi della sua appartenenza alla Nco di Raffaele Cutolo, fu assassinato a Ponticelli il 18 marzo 2002 a colpi di pistola dopo che si sparse la voce che era andato in procura per pentirsi.

I fratelli gemelli stabiesi nella banda della rapina del secolo a Verona. Uno degli arrestati dal carcere: “Chiedo scusa all’Italia”

“Chiedo umilmente perdono a Verona, all’Italia, a tutto il mondo, provo tanta vergogna per quello che ho fatto e sono molto pentito”. Cosi ha scritto al Corriere del Veneto due giorni fa Pasquale Ricciardi Silvestri nativo di Castellammare di Stabia ma da anni residente in Veneto dal carcere di Montorio dove si trova rinchiuso da due settimane per la rapina milionaria che la sera del 19 novembre 2015 ha depredato il museo di Castelvecchio e l’intera città di 17 opere dall’inestimabile pregio storico e culturale. Ed è a “tutti i veronesi” che Pasquale Ricciardi Silvestri, fratello gemello della guardia giurata di Sicuritalia che secondo gli inquirenti avrebbe fatto da basista al saccheggio da 17 milioni di euro, indirizza la sua lettera di scuse e di pentimento. Parole poste nero su bianco a cuore aperto, frasi accorate in cui il 41enne ribadisce la versione resa fin dal primo interrogatorio. “A settembre del 2015 sono stato avvicinato da alcuni individui moldavi che mi chiedevano aiuto per effettuare dei furti in Italia, mostrandomi anche alcuni quadri di Castelvecchio – sostiene Pasquale Ricciardi Silvestri (il doppio cognome è motivato dall’adozione dopo la nascita) -. Io li avevo allontanati da quell’idea per l’assurdità del furto, e perché non potevo aiutarli in alcun modo. Loro avrebbero voluto delle chiavi per entrare di notte nel museo…». Difeso dall’avvocato Teresa Bruno che venerdì al Riesame ne chiederà l’alleggerimento dell’attuale misura detentiva, finora il fratello del vigilante è l’unico tra i fermati per la rapina che, insieme alla convivente ucraina Svitlana Tkachuck, ha iniziato a collaborare con gli investigatori. Ed entrambi, dal primo momento, hanno rilasciato ai magistrati dichiarazioni pressoché sovrapponibili pur non essendosi mai parlati dopo i provvedimenti di fermo effettuati all’alba del 15 marzo scorso: «Dopo aver appreso dai giornali della rapina, incuriosito li ho contattati e mi hanno confermato di essere stati loro, vantandosi di esserci riusciti senza il mio aiuto, mi hanno promesso un borsone pieno di soldi se fossi stato zitto”. Secondo il racconto di Pasquale Silvestri, padre di tre figli (di cui una bimba di pochi mesi avuta dalla compagna Svitlana,che proprio per la piccola ha ottenuto dal gip i domiciliari), tra lui e i moldavi i rapporti si sarebbero interrotti fino al colpo, di cui lui avrebbe «appreso dai giornali »: a quel punto li avrebbe ricontattati sperando di ricavarci qualcosa (Svitlana ha parlato agli inquirenti di un «regalino , lui accenna a un «borsone di soldi»). Nessuna responsabilità diretta nell’organizzazione né nell’effettuazione della rapina al museo: continua a essere questa la tesi di Pasquale Silvestri, che invece ammette di aver sbagliato a non denunciare subito i moldavi: « Io qui chiedo umilmente perdono a Verona, all’Italia, a tutto il mondo. Provo tanta vergogna per quello che ho fatto e sono molto pentito, a sentire che mi avrebbero dato dei soldi sono caduto nella tentazione. Il dolore più forte che sento nel cuore è di non aver avvisato subito le forze dell’ordine, sono molto pentito di quello che ho fatto e spero che un giorno mi perdonerete. Spero che i quadri vengano recuperati, e tornino al loro posto». È l’auspicio di tutti.All’indomani della rapina si era parlato di un colpo milionario messo a segno da tre banditi che avevano immobilizzato la guardia giurata e portato via opere d’arte del valore stimato di oltre quindici milioni di euro. Dalle indagini, però, è emerso che proprio il vigilante sarebbe il basista della banda italo-moldava. Gli arresti sono stati effettuati pochi giorni fa dal Reparto Operativo del Nucleo Tutela Patrimonio Culturale dei carabinieri che ha portato avanti l’inchiesta assieme agli agenti della Squadra mobile della Questura di Verona e del Servizio Centrale Operativo (Sco) della polizia di stato. Secondo gli inquirenti le opere d’arte sarebbero nascoste in Moldavia.

Castello di Cisterna: alla sbarra gli assassini di Anatholy, l’ucraino eroe

Castello di Cisterna. Al via il processo per l’omicidio dell’ucraino ammazzato mentre tentava di sventare una rapina al supermercato. Per l’omicidio dell’ucraino 38enne Anatoliy Korol alla sbarra ci saranno i due assassini Marco di Lorenzo e Gianluca Ianuale e i loro presunti complici Emiliano Esposito e Mario Ischero. I quattro imputati saranno giudicati con rito abbreviato compariranno stamattina dinanzi al giudice per le udienze preliminari, Giuseppe Sepe, del Tribunale di Nola. La Procura aveva chiesto per i quattro imputati il giudizio immediato, tramutato in rito abbreviato dalla difesa. I killer, rispettivamente figliastro e figlio del boss detenuto Vincenzo Ianuale, detto “’o squadrone”, devono rispondere di omicidio, rapina, ricettazione e porto abusivo d’arma. Di Lorenzo la sera del 29 agosto entrò nel supermercato di via Selva impugnando la pistola – un revolver calibro 38 mai ritrovato – ma ad aprire il fuoco fu, invece, Ianuale. Verso le 19,30 di quel giorno l’ucraino finito di fare la spesa e stava uscendo con la figlia nel carrello, quando incrociò i banditi si girò capì che era in corso una rapina e provò a trattenere uno dei banditi tirandolo per la borsa. Uscì, portò al sicuro la piccola e rientrò scagliandosi contro il rapinatore armato. Nel corso della colluttazione Ianuale riuscì a prendere l’arma e, per liberare il fratellastro dalla morsa di Anatoliy, sparò due colpi, il secondo mortale: uno alla coscia sinistra, l’altro all’altezza della milza. Il proiettile raggiunse il cuore. Anatholy morì mentre i banditi scapparono con un bottino di 300 euro, lasciando altri 2900 euro accanto al corpo dell’uomo. Il 5 settembre scorso, a distanza di una settimana, i carabinieri della compagnia di Castello di Cisterna a Scalea, in Calabria, catturarono i banditi. Confessarono e da allora sono in carcere, hanno iniziato a collaborare con la giustizia e le loro dichiarazioni sono al vaglio della Dda. Ad Emiliano Esposito e Mario Ischero, la Procura di Nola contesta il concorso in rapina, ad Esposito, invece, anche l’omicidio, porto d’arma in luogo pubblico e ricettazione. Secondo gli inquirenti Ischero, acquistando un panino pochi minuti prima della rapina, fece un sopralluogo per dare il via libera ai due fratellastri, mentre Esposito fornì arma e scooter per poter eseguire il colpo. Nel procedimento si costituirà parte civile la famiglia Korol, la moglie Nadiya e le due figlie di Anatholy. (nella foto gli assassini di Anatoliy, Gianluca Ianuale e Marco Di Lorenzo, il giorno dell’arresto)

Napoli: inchiesta della Procura sulla morte in ospedale di Giulio Murolo, l’infermiere della “strage dal balcone” a Secondigliano

La Procura di Napoli ha aperto un’inchiesta sulla morte di Giulio Murolo, il 48enne infermiere autore della famosa “strage dal balcone di Secondigliano” . Il 15 marzo Murolo è morto dopo aver ingerito, due giorni prima nella sua cella del carcere di Poggioreale dove era detenuto, una dose massiccia di medicinali che gli erano stati somministrati nel corso delle setti- mane precedenti e che invece non aveva mai preso.Due gioroni prima era stato ricoverato d’urgenza in “codice rosso” all’ospedale Loreto Mare. Dopo un momentaneo miglioramento delle sue condizioni di salute il 15 marzo fu stroncato da un arresto cardiocircolatorio. Ma secondo il fratello c’è qualcosa che non convince e per questo ha deciso di presentare un esposto-denuncia agli agenti del commissariato Scampia. Il magistrato Stefania Castaldi, il pm che fino a pochi mesi fa era nella Dda di Napoli e che si era occupato proprio delle indagini sulla faida di Scampia, ha bloccato la sepoltura e disposto autopsia ed esami tossicologici. Si vuole fare luce su una serie di circostanze che al momento non sono del tutto chiare. Non è eslcusa l’ipotesi di un avvelenamento. Si vuole capire perché nessuno si è accorto che Murolo non ingerisse i farmaci, visto che già a luglio aveva provato a suicidarsi allo stesso modo? E poi è stato prudente dal punto di vista medico lasciare che il paziente respirasse da solo e senza l’ausilio di macchinari a 24 ore dal tentativo di suicidio? E inoltre la salma del 48enne fu sbloccata dopo 24 ore, prim’ancora che il pm autorizzasse i funerali, cosa alquanto inusuale per un decesso avvenuto dopo un tentativo di suicidio in carcere. Per il momento no ci sono persone iscritte nel registro degli indagati ma ora sarnno i risultati dell’autopsia e dei periti medici a cercare di chiarire quanto meno il perché della morte di Giulio Murolo. E’ quello che chiede il fratello.

Casalinga di San Tammaro trovata strangolata in casa: rinviato a giudizio il marito

Il Gup Sergio Enea del Tribunale di Santa Maria Capua Vetere ha rinviato a giudizio Emilio Lavoretano, marito di Katia Tondi, la casalinga di 31 anni uccisa il 20 luglio 2013 nella sua abitazione di San Tammaro nel Casertano. Il magistrato ha accolto la ricostruzione del sostituto procuratore Domenico Musto che sia in sede di indagine che durante la discussione di qualche settimana fa ha sostenuto la tesi che solo il 35enne Lavoretano potesse aver ucciso la donna, che fu strangolata con un cordone sulla cui natura però non è stata mai fatta chiarezza. Al momento del delitto, in casa c’era anche il figlio della coppia, che allora aveva sette mesi, e sul cui affidamento è nata una battaglia giudiziaria tra Lavoretano e i nonni materni; il piccolo infatti fu affidato al padre, ma i genitori della Tondi si rivolsero al Tribunale dei Minori di Napoli ottenendo di poter incontrare il bimbo seppur alla presenza del padre. “L’ho trovata che era già morta” raccontò il 34enne agli investigatori della Squadra Mobile della Questura di Caserta intervenuti nell’abitazione della coppia. L’uomo affermò di essere uscito poco prima delle 19, quando la moglie era ancora viva, di essere rincasato intorno alle 20, e di aver rinvenuto il corpo della moglie accasciato vicino alla porta di casa; a conferma del suo alibi consegnò anche uno scontrino della spesa, e fu inizialmente creduto. Ma le discrepanze sull’orario della morte della donna emersero già con la prima perizia eseguita dal medico-legale incaricato dalla Procura, secondo cui la Tondi sarebbe stata uccisa tra la 14 e le 16, orario in cui Lavoretano non era presente in casa in quanto a lavoro (era dipendente presso un’officina di cambio gomme), mentre la 31enne in quell’arco temporale era in compagnia della madre. Determinante per la contestazione della Procura di omicidio volontario a carico dell’uomo e per la successiva richiesta di rinvio a giudizio è stata però la relazione presentata da un secondo consulente nominato dalla Procura, Giovanni Garofalo, ex comandante del Ris di Parma, che tramite intercettazioni telefoniche e nuove analisi medico-scientifiche stabilì che la Tondi sarebbe morta tra le 18 e le 19 del 20 luglio, in un orario in cui, dunque, Lavoretano sarebbe stato a casa. I consulenti della difesa Carmelo Lavorino e Giuseppe De Rosa hanno invece sempre contestato le modalità con cui sono state svolte le indagini affermando che nell’immediatezza del delitto non furono prelevate né la temperatura del corpo della Tondi, né quella dell’abitazione e dell’esterno, rendendo di fatto molto difficile se non impossibile stabilire con precisione l’orario del decesso. Gli stessi legali del 34enne, Raffaele Gaetano Crisileo e Natalina Mastellone, anche oggi in sede di discussione davanti al Gup, hanno ribadito la natura indiziaria degli elementi raccolti. Il delitto aveva rappresentato subito un rompicapo per gli inquirenti, dal momento che nessun testimone aveva visto il presunto assassino entrare nell’abitazione della Tondi, nonostante il delitto fosse avvenuto in un giorno di piena estate ad un orario in cui c’è parecchia gente per strada. Il processo inizierà davanti alla Corte d’Assise – seconda sezione – del tribunale di Santa Maria Capua Vetere il prossimo 11 maggio.

Rapina al supermercato Etè di Ottaviano: chiesto l’ergastolo per i carabinieri-rapinatori

Ottaviano. Carabinieri-rapinatori: chiesto l’ergastolo per Claudio Vitale e Jacomo Nicchetto, all’epoca in servizio nell’arma dei carabinieri che il 25 marzo scorso rapinarono il supermercato Etè di Ottaviano. I due dopo il colpo partirono a folle velocità sua Statale 268, inseguiti dai titolari del market, originari di Somma Vesuviana, e da alcuni dipendenti. Spararono all’impazzata quando furono raggiunti lungo la Statale ferendo sei persone e colpendo a morte Pasquale Prisco. Uno dei proiettili, infatti, colpì al cuore Pasquale Prisco, 28 anni, uno dei proprietari dell’esercizio commerciale dal quale i due banditi avevano portato via 1.500 euro. L’uomo morì poco dopo il ricovero all’ospedale Villa Martiri di Sarno. Per Claudio Vitale e Jacomo Nicchetto, all’epoca due carabinieri, il pubblico ministero Carlo Bianco, nel corso della requisitoria durata due ore, alla presenza del capo della Procura di Nola, Paolo Mancuso, ha chiesto per entrambi la pena dell’ergastolo. Il pm ha escluso che i Prisco avessero sparato o come aveva sostenuto la difesa ingaggiato una colluttazione con i carabinieri-rapinatori. Prossima udienza, il 24 maggio, quando dovranno discutere gli avvocati di parte civile. La sentenza è prevista per i primi di giugno.

Napoli: arrestato il falso avvocato che truffava gli anziani

Ha truffato un uomo di 91 anni con la tecnica del ‘falso avvocato’, riuscendo a portargli via quasi 2 mila euro, ma mentre si allontanava dall’abitazione è stato notato dai carabinieri. L’uomo, un 30enne di Napoli, è stato arrestato dopo un lungo inseguimento a piedi per le vie di Firenze. Secondo quanto ricostruito, ieri l’anziano è stato contattato al telefono da un presunto maresciallo dei carabinieri, che lo ha convinto a pagare denaro per la ‘liberazione’ della figlia, a suo dire trattenuta in caserma dopo aver provocato un incidente. Poco dopo il 30enne ha suonato alla porta di casa, spacciandosi per l’avvocato della figlia venuto a ritirare il denaro. Mentre usciva dall’appartamento con oltre 1.900 euro è stato però visto da una pattuglia dei carabinieri, intervenuta nel palazzo dopo che un’altra residente, di 88 anni, aveva contattato il 112 dicendo di aver ricevuto la chiamata di un presunto avvocato che gli aveva chiesto 10 mila euro come cauzione per la figlia. Accortosi dei militari il truffatore è uscito di corsa dallo stabile, seguito da un vero maresciallo dei carabinieri, che lo ha bloccato in strada. Sempre ieri, altre truffe ad anziani sono state tentate in zone della città non lontane a dove vive il 91enne.

Avellino, uomo arrestato per stalking

Arrestato per stalking un 22enne residente ad Avellino, che da oltre un anno minacciava di morte la sua convivente, dalla quale ha anche avuto una bambina, che la donna non ha potuto allattare per le ripercussioni fisiche e psicologiche. Ad effettuare l’arresto, gli uomini del commissariato di Acerra (Napoli), coordinati dal vicequestore Antonio Cristiano, che hanno eseguito un’ordinanza di misura cautelare in carcere emessa dal gip del Tribunale di Nola nei confronti di Mario Rosario De Martino. Secondo quanto accertato dagli agenti della polizia di Stato, l’uomo minacciava dagli inizi del 2015 una giovane del posto, inducendola a totale sottomissione, fino a quando la donna non era scappata per rifugiarsi a casa dei suoi genitori. L’uomo, quindi, aveva cercato di far tornare la giovane a casa distruggendo l’auto della famiglia della vittima, mostrando anche una pistola con la quale aveva più volte intimorito la donna per evitare una denuncia. La situazione era peggiorata quando la ragazza ha dato alla luce la bambina concepita con il suo aguzzino, che in ospedale ha aggredito i genitori della donna. La ragazza, però, non ha impedito allo stalker di fare visita alla piccola, nonostante l’intensificarsi delle minacce, che le avevano procurato uno stato d’ansia tale da impedirle l’allattamento. Minacce continuate fino ad oggi, quando gli agenti hanno eseguito l’arresto disposto dal Tribunale di Nola

Casavatore: ecco i retroscena dell’ inchiesta Politica & Camorra e tutti i nomi degli indagati

Ecco alcuni retroscena dell’inchiesta della Dda di Napoli sulle infiltrazioni della camorra alle scorse eelezioni amministrative al comune di casavaatore. Inchiesta che ha porta ieri all’avviso di conclusione indagine per il sindaco Lorenza Orefice, eletta in una lista civica, sia il suo antagonista alle comunali del 2015, Salvatore Silvestri, a capo della lista ‘Pd Silvestri Sindaco’ e altri 13. Tra questi ci sono Salvatore Ferone, elemento di spicco dell’omonimo clan e nipote del boss Ernesto, che appoggiava Lorenza Orefice, il comandante dei vigili urbani, Antonio Piricelli, e il maresciallo della polizia locale, Vincenzo Orefice (per entrambi, però, il magistrato ha escluso la matrice mafiosa). Mentre la pesante accusa compare nel capo di imputazione per tutti gli altri, tra cui i consiglieri comunali Ciro Minichini e Salvatore Pollice (entrambi sostenitori di Silvestri e ora in minoranza nell’assise cittadina) e Giuseppe Pranzile, (maggioranza). Coinvolti, inoltre, gli aspiranti consiglieri che avevano svolto la campagna elettorale per il candidato sindaco Salvatore Silvestri ma che sono risultati non eletti, Ciro Rossi, Barbara Cozzolino e Mauro Ramaglia e Paolo Spinuso che aveva sostenuto, ma solo al ballottaggio, Lorenza Orefice.Tra i destinatari dell’avviso anche Massimo Minichini, fratello di Ciro; Nadia Sarnataro, moglie di Ramaglia; Giuseppe Pellegrino, operaio addetto all’affissione di manifesti elettorali per conto di una società privata. Silvestri, Ramaglia, Sarnataro, Cozzolino, Piricelli, Vincenzo Orefice e Pollice sono indagati per voto di scambio perché, “in concorso tra loro e con altre persone in corso di identificazione, durante la campagna elettorale per il rinnovo del consiglio comunale del 31 maggio 2015 e del successivo turno di ballottaggio del 15.06.2015 per ottenere il voto in favore della liste collegate al sindaco Democrat promettevano beni e varie utilità”.Il comandante dei vigili urbani Piricelli, che è anche presidente del consorzio cimiteriale e consigliere comunale ad Ischia, eletto in una lista civica) insieme al maresciallo Orefice “…nel sovraintendere alle normali operazioni di tutela del territorio (disinfestazioni e derattizzazioni) evidenziavano ai cittadini che tali operazioni erano state realizzate per il diretto interessamento e su insistenza di Mauro Ramaglia, Salvatore Silvestri e Salvatore Pollice…si attivavano anche per evitare che i manifesti elettorali di Silvestro e Ramaglia venissero strappati, modificando anche in modo evidente e riconoscibile dalla cittadinanza l’orientamento delle telecamere di videosorveglianza comunale”. Il comandante Piricelli avrebbe omesso anche di denunciare all’autorità giudiziaria alcuni fatti di reato di cui aveva avuto notizia e sempre riguardanti le elezioni amministrative. Silvestri, Ciro Minichini, Rossi, Ramaglia e Pollice, invece, “…si avvalevano ai fini della propaganda elettorale di Massimo Minichini, pur consapevoli che lo stesso era sottoposto alla misura di prevenzione della sorveglianza speciale ai sensi della normativa antimafia, quale appartenente al clan Ferone, sottogruppo degli Amato-Pagano”.Massimo Minichini invece “…il 13 giugno fu pubblicamente picchiato da Paolo Spinuso, Salvatore Ferone e Giuseppe Pellegrino che favorivano il candidato sindaco della cordata elettorale contrapposta a Silvestri e facente capo a Lorenza Orefice… Questi ultimi avrebbero anche esercitato pressioni con mezzi illeciti atti a diminuire la libertà elettorale per costringere numerosi elettori dei quartieri di Casavatore a votare in favore dei candidati Lorenza Orefice e Giuseppe Pranzile, suocero di Salvatore Ferone”. Scrive il magistrato: “…L’intento dei clan era di creare e beneficiare dei canali di collegamento istituzionali, derivanti dalla elezione di soggetti eletti anche attraverso il metodo della corruzione elettorale di tipo mafioso”.

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