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Cronaca Giudiziaria

Napoli, furto alle cassette di sicurezza: guida per richiedere il risarcimento agli istituti bancari

Rapina da film al Crédit Agricole di Napoli: la pista dei banditi si complica Una rapina imponente è stata perpetrata alla filiale del Crédit Agricole di Napoli, nella zona del Vomero, nella giornata di ieri. Secondo una prima ricostruzione, i malviventi hanno svuotato numerose cassette...

Napoli: liberati gli ostaggi della Credit Agricole, presente il Procuratore Gratteri sul luogo dell’intervento

Napoli: Concluso l’assalto alla Credit Agricole, liberati gli ostaggi Napoli – Il silenzio è tornato a regnare in Piazza Medaglie d’Oro, interrotto solo dal suono delle ambulanze e dal brusio di una folla finalmente sollevata. L’assalto alla filiale della Credit Agricole, iniziato in mattinata con...

Succede anche

Napoli: inchiesta della Procura sulla morte in ospedale di Giulio Murolo, l’infermiere della “strage dal balcone” a Secondigliano

La Procura di Napoli ha aperto un’inchiesta sulla morte di Giulio Murolo, il 48enne infermiere autore della famosa “strage dal balcone di Secondigliano” . Il 15 marzo Murolo è morto dopo aver ingerito, due giorni prima nella sua cella del carcere di Poggioreale dove era detenuto, una dose massiccia di medicinali che gli erano stati somministrati nel corso delle setti- mane precedenti e che invece non aveva mai preso.Due gioroni prima era stato ricoverato d’urgenza in “codice rosso” all’ospedale Loreto Mare. Dopo un momentaneo miglioramento delle sue condizioni di salute il 15 marzo fu stroncato da un arresto cardiocircolatorio. Ma secondo il fratello c’è qualcosa che non convince e per questo ha deciso di presentare un esposto-denuncia agli agenti del commissariato Scampia. Il magistrato Stefania Castaldi, il pm che fino a pochi mesi fa era nella Dda di Napoli e che si era occupato proprio delle indagini sulla faida di Scampia, ha bloccato la sepoltura e disposto autopsia ed esami tossicologici. Si vuole fare luce su una serie di circostanze che al momento non sono del tutto chiare. Non è eslcusa l’ipotesi di un avvelenamento. Si vuole capire perché nessuno si è accorto che Murolo non ingerisse i farmaci, visto che già a luglio aveva provato a suicidarsi allo stesso modo? E poi è stato prudente dal punto di vista medico lasciare che il paziente respirasse da solo e senza l’ausilio di macchinari a 24 ore dal tentativo di suicidio? E inoltre la salma del 48enne fu sbloccata dopo 24 ore, prim’ancora che il pm autorizzasse i funerali, cosa alquanto inusuale per un decesso avvenuto dopo un tentativo di suicidio in carcere. Per il momento no ci sono persone iscritte nel registro degli indagati ma ora sarnno i risultati dell’autopsia e dei periti medici a cercare di chiarire quanto meno il perché della morte di Giulio Murolo. E’ quello che chiede il fratello.

Casalinga di San Tammaro trovata strangolata in casa: rinviato a giudizio il marito

Il Gup Sergio Enea del Tribunale di Santa Maria Capua Vetere ha rinviato a giudizio Emilio Lavoretano, marito di Katia Tondi, la casalinga di 31 anni uccisa il 20 luglio 2013 nella sua abitazione di San Tammaro nel Casertano. Il magistrato ha accolto la ricostruzione del sostituto procuratore Domenico Musto che sia in sede di indagine che durante la discussione di qualche settimana fa ha sostenuto la tesi che solo il 35enne Lavoretano potesse aver ucciso la donna, che fu strangolata con un cordone sulla cui natura però non è stata mai fatta chiarezza. Al momento del delitto, in casa c’era anche il figlio della coppia, che allora aveva sette mesi, e sul cui affidamento è nata una battaglia giudiziaria tra Lavoretano e i nonni materni; il piccolo infatti fu affidato al padre, ma i genitori della Tondi si rivolsero al Tribunale dei Minori di Napoli ottenendo di poter incontrare il bimbo seppur alla presenza del padre. “L’ho trovata che era già morta” raccontò il 34enne agli investigatori della Squadra Mobile della Questura di Caserta intervenuti nell’abitazione della coppia. L’uomo affermò di essere uscito poco prima delle 19, quando la moglie era ancora viva, di essere rincasato intorno alle 20, e di aver rinvenuto il corpo della moglie accasciato vicino alla porta di casa; a conferma del suo alibi consegnò anche uno scontrino della spesa, e fu inizialmente creduto. Ma le discrepanze sull’orario della morte della donna emersero già con la prima perizia eseguita dal medico-legale incaricato dalla Procura, secondo cui la Tondi sarebbe stata uccisa tra la 14 e le 16, orario in cui Lavoretano non era presente in casa in quanto a lavoro (era dipendente presso un’officina di cambio gomme), mentre la 31enne in quell’arco temporale era in compagnia della madre. Determinante per la contestazione della Procura di omicidio volontario a carico dell’uomo e per la successiva richiesta di rinvio a giudizio è stata però la relazione presentata da un secondo consulente nominato dalla Procura, Giovanni Garofalo, ex comandante del Ris di Parma, che tramite intercettazioni telefoniche e nuove analisi medico-scientifiche stabilì che la Tondi sarebbe morta tra le 18 e le 19 del 20 luglio, in un orario in cui, dunque, Lavoretano sarebbe stato a casa. I consulenti della difesa Carmelo Lavorino e Giuseppe De Rosa hanno invece sempre contestato le modalità con cui sono state svolte le indagini affermando che nell’immediatezza del delitto non furono prelevate né la temperatura del corpo della Tondi, né quella dell’abitazione e dell’esterno, rendendo di fatto molto difficile se non impossibile stabilire con precisione l’orario del decesso. Gli stessi legali del 34enne, Raffaele Gaetano Crisileo e Natalina Mastellone, anche oggi in sede di discussione davanti al Gup, hanno ribadito la natura indiziaria degli elementi raccolti. Il delitto aveva rappresentato subito un rompicapo per gli inquirenti, dal momento che nessun testimone aveva visto il presunto assassino entrare nell’abitazione della Tondi, nonostante il delitto fosse avvenuto in un giorno di piena estate ad un orario in cui c’è parecchia gente per strada. Il processo inizierà davanti alla Corte d’Assise – seconda sezione – del tribunale di Santa Maria Capua Vetere il prossimo 11 maggio.

Rapina al supermercato Etè di Ottaviano: chiesto l’ergastolo per i carabinieri-rapinatori

Ottaviano. Carabinieri-rapinatori: chiesto l’ergastolo per Claudio Vitale e Jacomo Nicchetto, all’epoca in servizio nell’arma dei carabinieri che il 25 marzo scorso rapinarono il supermercato Etè di Ottaviano. I due dopo il colpo partirono a folle velocità sua Statale 268, inseguiti dai titolari del market, originari di Somma Vesuviana, e da alcuni dipendenti. Spararono all’impazzata quando furono raggiunti lungo la Statale ferendo sei persone e colpendo a morte Pasquale Prisco. Uno dei proiettili, infatti, colpì al cuore Pasquale Prisco, 28 anni, uno dei proprietari dell’esercizio commerciale dal quale i due banditi avevano portato via 1.500 euro. L’uomo morì poco dopo il ricovero all’ospedale Villa Martiri di Sarno. Per Claudio Vitale e Jacomo Nicchetto, all’epoca due carabinieri, il pubblico ministero Carlo Bianco, nel corso della requisitoria durata due ore, alla presenza del capo della Procura di Nola, Paolo Mancuso, ha chiesto per entrambi la pena dell’ergastolo. Il pm ha escluso che i Prisco avessero sparato o come aveva sostenuto la difesa ingaggiato una colluttazione con i carabinieri-rapinatori. Prossima udienza, il 24 maggio, quando dovranno discutere gli avvocati di parte civile. La sentenza è prevista per i primi di giugno.

Asl Benevento: Procura chiede giudizio per De Girolamo

Arriva davanti al gip l’inchiesta sulle presunte irregolarità nella gestione della Asl di Benevento che, il 26 gennaio 2014, ha portato alle dimissioni di Nunzia De Girolamo da ministro delle Politiche agricole dopo la pubblicazione di colloqui privati registrati da un indagato all’insaputa degli interlocutori, fra i quali la stessa de Girolamo. Al termine delle indagini preliminari, la Procura della Repubblica di Benevento ha chiesto il rinvio a giudizio della parlamentare (all’epoca Ncd e ora Forza Italia) e di altre cinque persone. I reati ipotizzati, a vario titolo, sono abuso di ufficio, turbativa di gara e offerta di utilità per ottenere il voto elettorale e fanno riferimento a provvedimenti adottati dall’Asl di Benevento fra il 2010 e il 2013. Oltre a De Girolamo, il procuratore della Repubblica Giovanni Conzo e il sostituto Nicoletta hanno chiesto il rinvio a giudizio del direttore sanitario della Asl Gelsomino Ventucci, del direttore generale Michele Rossi, dell’ ex capo della segreteria di De Girolamo, Luigi Barone (oggi componente del Direttivo Nazionale di Ncd), di un altro collaboratore della deputata, Giacomo Papa, e del sindaco di Airola (Benevento), Michele Napoletano. Le richieste saranno esaminate dal gup il prossimo 29 aprile. De Girolamo dice di non essere “sorpresa dalla richiesta di rinvio a giudizio per tutti i reati” che la Procura le contesta “avendo da tempo maturato il convincimento – spiega – che la conduzione delle indagini da parte dei due pm di Benevento sia avvenuta in palese violazione di precise norme processuali che ho da tempo sottoposto alla valutazione sia del gip, sia della Procura generale e del Ministero di Grazia e Giustizia”. “La celerità nel richiedere il mio rinvio a giudizio – attacca De Girolamo – senza neanche attendere le decisioni del gip che ha già fissato una udienza camerale per il 23 marzo per decidere sulla richiesta di inutilizzabilità delle registrazioni abusivamente effettuate nel mio domicilio e sulla sorprendente richiesta di archiviazione di Arnaldo Falato (dirigente della Asl di Benevento, ndr) e Pisapia è inspiegabile e non potrà non essere oggetto di ulteriori iniziative da parte dei miei legali”. Nei giorni scorsi il gip Flavio Cusani ha respinto le richieste dei pm di archiviazione per Pisapia e per Arnaldo Falato. La vicenda comincia il 27 dicembre 2013 quando quattro imprenditori finiscono in carcere e due dirigenti della Asl di Benevento vengono colpiti da provvedimenti cautelari con l’accusa di truffa aggravata e continuata in concorso e peculato ai danni della Pubblica Amministrazione per aver causato un danno da 700 mila euro all’Asl da cui avrebbero intascato decine di mandati di pagamento in cambio di prestazioni mai erogate. Al centro dell’inchiesta c’è la figura dell’ex direttore amministrativo Pisapia, sottoposto agli obblighi di dimora e licenziato a fine 2012. E’ lui a registrare i colloqui degli incontri tenuti nell’estate del 2012 a casa del padre di De Girolamo. Nelle registrazioni – pubblicate dai giornali nel gennaio 2014 – si parla di pressioni sul direttore generale dell’Asl Michele Rossi perché disponga dei controlli al Fatebenefratelli di Benevento, ospedale religioso convenzionato, e per la gestione, appaltata a una cugina di De Girolamo, di un bar all’interno dello stesso ospedale. Registrazioni che portano il gip Cusani a parlare di un “direttorio partitico-politico” che “in funzione di interessi privati e di ricerca del consenso elettorale”, si occupava “con modalità a dir poco deprimenti e indecorose – scrive il gip – di ogni aspetto della gestione della Asl”.

L’imprenditore di S.Antonio Abate conferma in aula le tangenti pagate all’ex sindaco di Sant’Anastasia

Fu arrestato mentre intascava una mazzetta dal titolare della ditta che si occupava di igiene urbana. Ieri Carmine Esposito, ex sindaco di Sant’Anastasia si è ritrovato faccia a faccia con il suo accusatore, l’imprenditore di S. Antonio Abate, Nicola Alfano. Il testimone chiave nel processo che si sta celebrando al Tribunale di Nocera Inferiore è arrivato in aula per confermare le accuse nei confronti dell’ex primo cittadino. Acquisite le denunce e le dichiarazioni dell’imprenditore della provincia di Napoli, i giudici – presidente Raffaele Donnarumma, i difensori e il pubblico ministero Roberto Lenza si sono riservati di controesaminare il testimone nel corso della prossima udienza. Sono agli atti del processo le due denunce di Alfano, presentate ai carabinieri il 9 e il 10 dicembre del 2013, pochi giorni prima che scattassero le manette ai polsi del sindaco-medico anestesista dell’ospedale Cardarelli di Napoli. Nel corso dell’udienza è emerso che lo stesso Alfano fu inizialmente indagato dalla Procura di Nola, ma le accuse nei suoi confronti furono poi archiviate. I carabinieri arrestarono Esposito mentre intascava una mazzetta di 15mila euro, le banconote furono ritrovate nell’auto in cui si svolse l’incontro tra il sindaco e l’imprenditore. Lo scambio di soldi avvenne dinanzi ad un bar di Angri e il processo per competenza si svolge presso il Tribunale di Nocera Inferiore. Agli atti del procedimento i colloqui e il filmato dell’incontro per la consegna del danaro. In aula, mercoledì mattina, era presente l’ex sindaco Esposito – volto sereno, giacca tessuto ‘pied de poule’ e un foulard sportivo, ha aspettato qualche ora che iniziasse l’udienza, accompagnato dal suo avvocato Vincenzo Maiello. Teso il superteste, Nicola Alfano, sostenuto da alcuni familiari e assistito dall’avvocato Domenico Ciruzzi, si è presentato sul banco dei testimoni per confermare le denunce. Ma ad anticiparlo l’accordo tra difesa e accusa di acquisire i verbali e le dichiarazioni rese. Quelle che spinsero gli inquirenti ad arrestare l’allora sindaco di Sant’Anastasia.(r.f.)

Anziano di Pagani morto a Villa Chiarugi: due indagati

E’ stato conferito stamattina l’incarico al medico legale, Giovanni Zotti, che dovrà effettuare la perizia su corpo di Carmine Mosca, il degente di villa Chiarugi morto lunedì all’Umberto I di Nocera Inferiore. Il pm Mafalda Cioncada ha inviato ieri pomeriggio gli avvisi agli indagati. Si tratta di due persone in servizio a Villa Chiarugi. La notifica è arrivata anche ai familiari del paziente deceduto, assistiti dall’avvocato Luigi Calabrese. La perizia autoptica dovrà accertare le cause della morte dell’uomo, ricoverato per gravi disturbi psichici nella clinica di Nocera Inferiore, e ricoverato per un’emorragia celebrale, probabilmente dovuta a delle percosse. A gennaio scorso, la sorella di Carmine Mosca, 62 anni, scoprì che il congiunto era stato più volte picchiato. Lesioni al volto, pare causate dal un pugno, sarebbero state la causa scatenante di un’emorragia che lo ha portato alla morte dopo circa un mese di agonia. Il pm ha fatto acquisire dai carabinieri le cartelle cliniche del degente ed ha identificato due responsabili dell’assistenza e delle cure al paziente ricoverato da molto tempo nella struttura psichiatrica di Nocera. L’autopsia chiarirà le cause della morte. (r.f.)

Napoli: 78 anni di carcere per il clan dei “tatuati” del baby ras Salvatore “Bodo” De Micco

E’arrivata ieri la condanna complessiva a 78 anni di carcere per gli uomini del clan De Micco. Accusati di racket delle estorsioni, spedizioni punitive e attentati a suon di bombe. Fondamentali sono state le rivelazioni di un pentito Domenico Esposito, detto “o cinese”. Lo scorso mese di marzo,infatti, la Polizia di Stato emise dodici ordinanze di custodia cautelare in carcere nei confronti di persone ritenute affiliate al clan camorristico ”De Micco”, operante prevalentemente nella zona di Ponticelli. Gli uomini del clan impegnati nel controllo armato del territorio e nell’imposizione del pizzo ad operatori economici della zona, utilizzava per riconoscersi tatuarsi una scritta sul braccio. Le condanne inflitte ammontano a 78 anni complessivi di carcere: Moreno Cocozza 9 anni Luigi De Liguori 7 anni Michele Gentile 6 anni Giovanni Ottaiano 6 anni Roberto Pane 7 anni Roberto Scala 12 anni Gennaro Sorrentino 10 anni Giuseppe De Martino 7 anni Giuseppe Napolitano 6 anni Salvatore De Micco, già condannato per altra causa 8 anni

Nocera: l’assassino di Dario “millebolle” a processo l’11 aprile

La morte di Dario “Millebolle” approda in Corte d’Assise a Salerno. Il prossimo 11 aprile Francesco Paolo Ferraro, comparirà dinanzi ai giudici del Tribunale di Salerno, per rispondere dell’omicidio volontario aggravato del giovane ultrà della Nocerina. A stabilire il rinvio a giudizio, il Gup Giovanna Pacifico, nell’udienza preliminare che si è celebrata ieri a Nocera. Gli avvocati Michele Alfano e Giovanni Castaldi si sono costituiti parte civile per i genitori della giovane vittima e i due fratelli. Il pm Cacciapuoti si è riportato alla richiesta di rinvio a giudizio già formulata a conclusione delle indagini preliminari, mentre il difensore del 27enne Ferraro ha chiesto il “non luogo a procedere per mancanza di elementi atti a sostenere l’accusa in giudizio”. Una richiesta che non è stata accolta dal giudice che ha rinviato a giudizio il nocerino accusato di aver colpito mortalmente, con un casco, Dario Ferrara il 26 aprile dello scorso anno. Il giovane riportò lesioni gravissime che – dopo due giorni di agonia – lo condussero alla morte. Gli agenti del commissariato di Polizia di Nocera Inferiore ricostruirono le fasi dell’aggressione avvenuti a Villanova. I due giovani litigarono pesantemente, su questo nessuno dei testimoni ha dubbi. Cosa accadde e quando fu colpito con un oggetto contundente, presumibilmente un casco, questo è il vero nodo sul quale ha fatto leva in questi mesi la difesa – rappresentata dall’avvocato Vincenzo Calabrese – di Francesco Paolo Ferraro. In questo anno, il 27enne, indagato fin dal primo momento, ha mantenuto la linea del silenzio. Non ha mai voluto fare dichiarazioni. Fu consegnato nelle ore successive all’aggressione il casco, individuato come arma per colpire il 18enne nocerino. Dario Ferrara riportò lesioni celebrali gravissime, tanto che rimase in coma per due giorni poi spirò. Gli accertamenti medico legali, sia della Procura che dei periti dei familiari, hanno portato alle medesime conclusioni. A decretare la morte di Dario Ferrara furono i colpi inferti con un casco. Colpi violentissimi che provocarono lesioni irreversibili. La ricostruzione degli agenti di polizia del Commissariato portò all’identificazione di Francesco Paolo Ferraro che, ieri pomeriggio, è stato rinviato a giudizio con l’accusa di omicidio volontario. A sostenere l’accusa dinanzi ai giudici della Corte d’Assise a partire dal prossimo 11 aprile sarà il pm Giuseppe Cacciapuoti che seguì le indagini sulla morte di Dario “Millebolle”. Pare che dietro la lite ci fosse una questione legata alla droga, ma non è stato chiarito. (r.f.) (nella foto lo striscione dei tifosi della nocerina all’esterno dello stadio san Francesco e nel riquadro la giovane vittima Dario Ferrara)

Torre del Greco, omicidio Merlino: settimo ergastolo per il boss Stefano Zeno di Ercolano

Un altro ergastolo per il boss di Ercolano, Stefano Zeno. E’ il settimo, un vero e proprio record nella camorra Campania. Nonostante il giudizio immediato il gup Roberto D ’Auria lo ha condannato al fine pena mai. E’ accusato di essere il mandante dell’omicidio di Ettore Merlino, uomo degli Ascione -Papale, rivali storici dei Biarra-Iacomino di Ercolano di cui Zeno era uno dei capi, avvenuto a Torre del Greco nel maggio del 2007 per mano dei killer della cosca dei Valentini a cui Zeno chiese aiuto. Sono stati i pentiti e le inchieste dei carabinieri a svelare gli intrecci tra i clan delle due Torri. Per quell’omicidio sono stati già condannati una decina di uomini dei due clan alleati. Per Zeno si tratta di un processo bis. E’ stato il nuovo pentito del clan Gionta, Michele Palumbo, detto “munnezza” a svelare particolari inediti dell’omicidio Merlino. L’uomo, ritenuto un esattore del clan Ascione_Papale, fu convocato a palazzo Fienga, roccaforte dei Gionta a Torre Annunziata, con lo strategemma di dover fare una cortesia al boss Pasquale Gionta, doveva consegnargli “un pizzino” inviato dagli scissionisti di Torre del Greco. Le immagini dell’incontro di Merlino co gli uomini dei Gionta e la preparazione dell’omicidio sono state ritrovate dai carabinieri un un hard disk sequestrato nele croso dell’indagini a Palazzo Fienga e che provengono da una delle tante telecamere di video sorveglianza che il clan aveva piazzato a a difesa del fortino.

Ercolano, condanna per i vertici del clan Birra e Lo Russo

Sono stati condannati all’ergastolo, in primo grado, Stefano Zeno, Ciro Uliano , Raffaele Perfetto, Salvatore Viola. Sedici anni, invece , per Vincenzo Esposito e Francesco Ruggiero. Un patto di sangue quello stretto agli inizi del Duemila, tra il clan Lo Russo di Miano e il clan Birra di Ercolano, “all’epoca impegnati rispettivamente nello scontro con gli Stabile e gli Ascione-Papale” Un patto di sangue dal quale sono scaturiti diversi omicidi. Come quello di Vincenzo e Gennaro Montella. Morti che la procura ha ricostruito grazie al pentimento di alcuni malavitosi che ebbero un ruolo da protagonisti in quelle vicende. Ieri per gli esponenti delle due organizzazioni criminali è arrivata la condanna all’ergastolo proprio per l’omicidio dei due Montella, padre e figlio avvenuto nel gennaio del 2007. I due netturbini furono massacrati all’alba del 15 gennaio a colpi di pistola ai piedi del municipio di Torre del Greco.

Clan Giuliano, condanna cancellata per Giuseppe Roberti

Inattendibili è così che la Corte di Cassazione ha definito le rivelazioni riguardo a Giuseppe Roberti. Una storia durata ventiquattro anni che ha visto da una parte Giuseppe Roberti, marito di Celeste Giuliano e dall’altra Luigi e Raffaele Giuliano. I due fratelli raccontarono che Giuseppe Roberti in accordo con un maresciallo dei carabinieri avevano preparato un finto blitz per incastrare delle persone. Troppe le circostanze che non quadravano ai giudici della Cassazione che hanno bollato come inattendibili le rilevazioni date dai fratelli Giuliano. Luigi Giuliano, il boss dell’omonimo clan Giuliano, nel 2002 prese la decisione di diventare un collaboratore di giustizia. Nel corso delle sue testimonianze, Luigi Giuliano, consapevole di aver creato attorno a lui un mito, invitò i giovani a non affiliarsi alla camorra e a seguire altre strade, fatte non di sangue e di violenza ma di onestà e sacrifici.

Cava de Tirreni, indagato ispettore del lavoro: aveva foto pedopornografiche sul computer dell’ufficio

Decine di foto, immagini di sesso e minorenni: una scoperta fatta per caso nel corso delle attività di indagine sulle truffe Inps. Una scoperta, a carico di uno degli indagati nell’indagine “Mastrolindo” ha fatto scattare accuse gravissime per M.V., 61enne cavese, ispettore dell’ispettorato del lavoro. Il caso del ritrovamento è ora al vaglio della procura distrettuale di Salerno, dove per competenza è stato inviato dal pm Roberto Lenza della Procura di Salerno. L’uomo, sottoposto ad indagini nell’ambito del procedimento per le aziende fantasma e le truffe ai danni dell’Inps con falsi lavoratori, fu destinatario due anni fa di un decreto di sequestro. Quando i carabinieri della sezione di Pg del Tribunale, insieme agli ispettori dell’ispettorato, arrivarono presso la sua abitazione sequestrarono – su delega del pm – tutti i supporti informatici in suo possesso che furono poi analizzati da un perito della Procura. Ed è stata proprio l’analisi dei file scaricati sul pc del cavese a permettere agli inquirenti di scoprire le foto “compromettenti”. File a sfondo pedopornografico, probabilmente scaricati da siti vietati o da internet, hanno spinto il pm a formulare nuove accuse nei confronti del 61enne cavese. Le prove raccolte e i file scoperti, sono stati inviati – insieme al fascicolo – per ompetenza alla Procura di Salerno che – secondo quanto prevede la legge – è competente per i reati in materia di pedopornografia e prostituzione minorile. Il fascicolo sarà assegnato ad un pm salernitano che dovrà valutare le prove a carico dell’ispettore, formalmente indagato dalla Procura di Nocera Inferiore. Il fascicolo rappresenta uno stralcio del maxi processo per le truffe Inps. Fin dall’inizio gli inquirenti si erano insospettiti per quelle foto scoperte nella memoria del pc ed hanno voluto vederci chiaro. L’analisi tecnica dei file e il contenuto delle immagini ha fatto ipotizzare il coinvolgimento dell’uomo in un giro di immagini di minori vietate. Vi è da stabilire come l’indagato sia venuto in possesso delle foto se abbia frequentato o navigato su siti vietati e quale utilizzo, o scambio abbia fatto delle foto. Ad approfondire questi aspetti, sarà la Procura salernitana che alla conclusione delle indagini formalizzerà eventualmente le accuse nei confronti del 61enne cavese. L’uomo, comunque, è rimasto già pesantemente coinvolto nell’indagine su migliaia di truffe ai danni dell’Inps con la creazione di imprese fantasma e falsi lavoratori che beneficiavano di indennità di disoccupazione e maternità dall’istituto di previdenza sociale nazionale.(r.f.)

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