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Cronaca Giudiziaria

Scoperto il «Libro Mastro» del clan Contini: 66 fogli rivelano attività di Emanuele Catena ‘o biondo

Napoli – Un’importante operazione contro il clan Contini è stata condotta dai Carabinieri di Poggioreale, culminata nel ritrovamento di 66 fogli manoscritti, indice delle attività economiche del gruppo. L’operazione ha portato all'emissione di un’ordinanza cautelare di 342 pagine dal Giudice per le Indagini Preliminari...

Omicidio Fabio Ascione: emergono le dichiarazioni del collaboratore di giustizia Mammoliti

Napoli, Omicidio Fabio Ascione: Arrestato Francescopio Autieri Nel tardo pomeriggio del 7 aprile 2023, Fabio Ascione è stato ucciso nei pressi del parco Topolino a Ponticelli, Napoli. Il giovane, di 23 anni, è risultato vittima di uno sparo che, secondo le indagini della Direzione Distrettuale...

Succede anche

Turbativa d’asta: Coinvolti un consigliere regionale ed un sacerdote

In data odierna militari della Compagnia della Guardia di Finanza di Caserta hanno dato compiuta esecuzione alle notificazioni dell’avviso di conclusione indagini nei confronti di 7 soggetti, emesso dalla Procura della Repubblica di Santa Maria Capua Vetere, a conclusione di circa un anno d’indagine per il reato di turbativa d’asta. La gara d’appalto in esame, del valore di circa 1,5 milioni di euro, riguarda la ristrutturazione della Fondazione San Giuseppe di Tuoro, Caserta (CE) mediante utilizzo di finanziamenti europei tesi al recupero di zone del territorio italiano in difficoltà e finalizzati alla costruzione di un asilo. Le indagini, delegate alla Compagnia della Guardia di Finanza di Caserta, hanno consentito di accertare innumerevoli collegamenti esistenti tra il Presidente della Fondazione (un sacerdote), il consulente giuridico della Commissione aggiudicatrice (attualmente con carica di Consigliere Regionale) e due coniugi con funzioni di consiglieri della Fondazione (uno dei quali, poche settimane prima dell’indizione di gara ha abbandonato la carica di consigliere). In particolare, le complesse attività d’indagine, hanno permesso di provare come il soggetto aggiudicatario di gara fosse il marito di uno dei consiglieri, amico di vecchia data del sacerdote-presidente nonché responsabile (unitamente al coniuge) della campagna elettorale del consulente giuridico della Commissione di Gara per le elezioni Regionali del 31 maggio 2015. Se ciò non bastasse, è stato dimostrato inoltre come la ditta, scelta per la ristrutturazione della Fondazione, sia una ditta specializzata per l’installazione di soli pannelli fotovoltaici e non anche per la ristrutturazione di edifici. Le indagini, coordinate dalla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Santa Maria Capua Vetere, hanno consentito di acquisire un grave quadro indiziario a carico degli indagati che ha permesso di dimostrare come una gara d’appalto per il valore di circa 1,5 milioni di euro sia stata affidata, con motivazioni esclusivamente amicali, a soggetti privi dei necessari requisiti ed in spregio delle fondamentali regole di mercato e di leale concorrenza. L’attività investigativa, svolta mediante l’utilizzo di intercettazioni telefoniche ed ambientali, servizi di osservazione, pedinamento e controllo e l’escussione di molteplici persone informate sui fatti, ha consentito di documentare come gli indagati avessero artificiosamente creato tutti i presupposti tecnico-giuridici per la partecipazione e l’aggiudicazione della gara d’appalto, rendendo quindi la procedura ad evidenza pubblica una mera inutile formalità. L’attività posta in essere dalla procura, in stretta sinergie con la Guardia di Finanza, rimarca ancora una volta, l’impegno profuso nel contrasto all’illegalità e allo sperpero di denaro pubblico.

Turbativa d’asta: Coinvolti il consigliere regionale Bosco ed un sacerdote

In data odierna militari della Compagnia della Guardia di Finanza di Caserta hanno dato compiuta esecuzione alle notificazioni dell’avviso di conclusione indagini nei confronti di 7 soggetti, emesso dalla Procura della Repubblica di Santa Maria Capua Vetere, a conclusione di circa un anno d’indagine per il reato di turbativa d’asta. La gara d’appalto in esame, del valore di circa 1,5 milioni di euro, riguarda la ristrutturazione della Fondazione San Giuseppe di Tuoro, Caserta (CE) mediante utilizzo di finanziamenti europei tesi al recupero di zone del territorio italiano in difficoltà e finalizzati alla costruzione di un asilo. Le indagini, delegate alla Compagnia della Guardia di Finanza di Caserta, hanno consentito di accertare innumerevoli collegamenti esistenti tra il Presidente della Fondazione (il sacerdote Biagio Saiano), il consulente giuridico della Commissione aggiudicatrice (il Consigliere Regionale della Campania Luigi Bosco) e due coniugi Clementina Ferraiuolo e Giuseppe De Liso. con funzioni di consiglieri della Fondazione (uno dei quali, poche settimane prima dell’indizione di gara ha abbandonato la carica di consigliere). In particolare, le complesse attività d’indagine, hanno permesso di provare come il soggetto aggiudicatario di gara fosse il marito di uno dei consiglieri, amico di vecchia data del sacerdote-presidente nonché responsabile (unitamente al coniuge) della campagna elettorale del consulente giuridico della Commissione di Gara per le elezioni Regionali del 31 maggio 2015. Se ciò non bastasse, è stato dimostrato inoltre come la ditta, scelta per la ristrutturazione della Fondazione, sia una ditta specializzata per l’installazione di soli pannelli fotovoltaici e non anche per la ristrutturazione di edifici. Le indagini, coordinate dalla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Santa Maria Capua Vetere, hanno consentito di acquisire un grave quadro indiziario a carico degli indagati che ha permesso di dimostrare come una gara d’appalto per il valore di circa 1,5 milioni di euro sia stata affidata, con motivazioni esclusivamente amicali, a soggetti privi dei necessari requisiti ed in spregio delle fondamentali regole di mercato e di leale concorrenza. L’attività investigativa, svolta mediante l’utilizzo di intercettazioni telefoniche ed ambientali, servizi di osservazione, pedinamento e controllo e l’escussione di molteplici persone informate sui fatti, ha consentito di documentare come gli indagati avessero artificiosamente creato tutti i presupposti tecnico-giuridici per la partecipazione e l’aggiudicazione della gara d’appalto, rendendo quindi la procedura ad evidenza pubblica una mera inutile formalità. L’attività posta in essere dalla procura, in stretta sinergie con la Guardia di Finanza, rimarca ancora una volta, l’impegno profuso nel contrasto all’illegalità e allo sperpero di denaro pubblico. “Sono sereno e confido nell’operato degli organi inquirenti, dai quali spero di poter essere chiamato quanto prima per fornire i chiarimenti necessari e fugare eventuali dubbi” spiega in una nota Luigi Bosco. “E’ stato un fulmine a ciel sereno; sembra inverosimile trovarmi coinvolto come oggetto di indagini in una situazione in cui ho unicamente espletato la mia attività professionale di amministrativista, come segretario verbalizzante e come legale, peraltro anche con risultati positivi concreti, come la vittoria innanzi al Tar Napoli nel giudizio in cui ho difeso la Fondazione San Giuseppe. Preciso che per tutta l’attività svolta non ho ancora percepito un solo euro, rimanendo creditore nei confronti della Fondazione; come si suol dire danno e beffa”, conclude.

Omicidio Amendola: i selfie dei killer e la telefonata tra il baby boss e la madre

Il terzetto di presunti assassini di Vincenzo Amendola dopo il selfie insieme sul luogo del delitto, aveva gettato in mare la pistola usata per ucciderlo.E ieri pomeriggio è stata trovata nelle acque prospicienti il quartiere dai sommozzatori della squadra nautica della Polizia di Stato una pistola calibro 9X21, simile a quella che è stata usata dai killer per uccidere Vincenzo Amendola – il 18enne del quartiere San Giovanni a Teduccio di Napoli scomparso la notte tra il 4 e il 5 febbraio scorso e trovato cadavere, sotto un metro di terra il 19 febbraio. L’arma recuperata è, al momento, sottoposta a verifiche da parte della polizia scientifica. Si tratta di accertamenti che consentiranno di appurare se sia proprio quella adoperata dagli assassini di Amendola. La Squadra Mobile della Questura di Napoli sta ora indagando sull’accaduto basandosi sulle dichiarazioni rese dall’amico della vittima, ora pentito,Gaetano Nunziato, il giovane di 23 anni coinvolto nella vicenda accusato di concorso in omicidio, porto illegale di arma da fuoco e occultamento di cadavere. Intanto sono ancora in corso le ricerche di altre due persone, indicate da Nunziato come autori del delitto. Si tratta del baby boss Gaetano Formicola ‘o chiatt e Giovani Tabasco birillo. Il ritrovamento dell’arma ai fini dell’inchiesta è un risultato importante per la pubblica accusa: se risulterà effettivamente l’arma utilizzata, gli inquirenti avranno in mano un ulteriore elemento a favore della credibilità del neo collaborante. Intanto nel decreto di fermo a carico di Gaetano Nunziato c’è anche una conversazione telefonica tra Gaetano Formicola, indagato, e la madre, estranea alla vicenda ma al centro delle voci che avrebbe messo in giro Vincenzo Amendola per vantarsi della relazione. Va sottolineato che non c’è prova del rapporto tra i due e la stessa procura a proposito della relazione utilizza la parola “presunta”. Sembrerebbe, secondo alcuni investigatori, più di un millantato credito da parte del giovane ucciso che altro e la notizia è arrivata alle orecchie della polizia attraverso uno zio, sentito in maniera informale. Ecco la conversazione tra Gaetano Formicola e la madre. GAETANO: «Mamma». MARIA: «Pronto». GAETANO: «Ma dimmi una cosa, no». MARIA: «Eh». GAETANO: «Ma hai chiamato a Manuela?». MARIA: «No, Gaetano quella mi ha chiamato … mi ha chiamato e si sono anche svegliati questi qua». GAETANO: «Eh, mamma tu mi senti, poca confidenza». MARIA: «Eh …incomp…». GAETANO: «Buongiorno e … perché sta succedendo il cazzo per la banca dell’acqua, stanno capendo». MARIA: «Eh, bravo, poca confidenza anche tu, adesso non andare più spesso là». GAETANO: «No, non ti preoccupare, mi devi morire tu … va bene». MARIA: «Eh, eh, ciao». GAETANO: «Ciao». Secondo gli investigatori il tono e il contenuto della telefonata sarebbero appunto collegati alla sparizione di Vincenzo Amendola. E la donna viene richiamata all’ordine da suo figlio e invitata a non prendersi molta confidenza con certe persone in quanto la gente sta “capendo una cosa per un’altra”. Frase che indurrebbe a pensare appunto a un vanto da parte di Vincenzo, non corrispondente alla realtà. Ma sarà l’inchiesta a chiarire tutto. (nella foto i tre presunti killer di Amendola, Giovanni Tabasco, Gaetano Nunziato e Gaetano Formicola)

Ercolano: il killer del cantante fu pagato “solo” 800 euro. Il racconto dell’agguato

Solo 800 euro. E’ quanto ebbe come ricompensa per un omicidio, dal boss Natale Dantese, il sicario di Salvatore Barbato, Vincenzo Spagnuolo. Perche’ e’ vero che l’agguato aveva provocato una vittima, ma era quella sbagliata. Sette anni dopo una esecuzione a colpi di pistola calibro 9 millimetri, in pieno giorno, a pochi passi da un ingresso secondario degli scavi di Ercolano, le indagini dei carabinieri su mandato della Direzione distrettuale antimafia portano a 4 misure cautelari firmate dal gip Marcello De Chiara per mandanti ed esecutori, e completano la conoscenza di una delle fasi acute della ‘guerra’ di camorra nel paese vesuviano del Napoletano tra i cartelli Ascione-Papale, cui appartengono i 4 indagati, e Iacomino-Birra. Il complesso puzzle investigativo ha le sue prime tessere a ridosso dell’omicidio (avvenuto il 13 novembre 2009, poco prima delle 15) in una serie di intercettazioni che pero’ diventano elementi di prova solo nel quadro fornito da collaborazioni di pentiti, fra i quali la moglie di Dantese, Antonella Madonna, e dai riscontri a queste. Salvatore Barbato, 29 anni, conosciuto come ‘o cantante, con la camorra e con la criminalita’ non ha nulla a che vedere. E’ in auto con Nicola Angelico, un amico con cui si e’ recato in un negozio, e guida la sua Suzuki Swift grigio chiara in via Mare, ignaro del fatto che quello stesso tipo di vettura e’ in uso a Ciro Savino, legato agli Iacomino-Birra e obiettivo di un agguato deciso da Dantese. L’indicazione sbagliata al ‘commando’ arriva da Pasquale Spronello, cognato del figlio del boss Ciro Papale, insieme a Dantese, Spagnolo e Antonio Sannino destinatario del provvediemnto odierno. La macchina del 29enne e’ intercettata dai sicari a bordo di uno scooter e affiancata; partono 11 colpi dalla pistola del killer, 5 dei quali uccidono Barbato, mentre l’amico resta illeso perche’ si ranicchia nello spazio del sedile del passeggero ai primi spari, non potendo cosi’ fornire, come i custodi in turno degli scavi, alcun elemento utile alle indagini. Ne’ aiuta a comprendere cio’ che e’ accaduto il fatto che le utenze cellulari e fisse di Dantese e Spagnuolo, non che’ della convivente di questi, siano intercettate in una altra indagine gia’ avviata. Ora pero’ orari, celle telefoniche e conversazioni sono elementi di prova. E cosi’ gli inquirenti hanno ascoltato il boss e il gregario darsi appuntamento alle 11.47 di quel giorno e capito che alle 13.06 si sono incontrati perche’ i telefonini agganciano la stessa cella a Ercolano, prima che quello di Dantese risulti irraggiungibile. Il giorno dopo le conversazioni tra la moglie del boss e la fidanzata di Spagnuolo fanno capire che dopo quell’appuntamento Dantese non e’ tornato a casa, ma e’ rimasto con il complice. Un altro elemento lo forniscono le conversazioni nei giorni successivi del boss con le sue due amanti. Quella ‘in carica’, I.R., il 15 novembre lo rimprovera di non essersi fatto vivo. “Stai pieno, si vede”, apostrofa Dantese quando questi la chiama alle 12.11; “sto pieno di tuosseco”, risponde il boss arrabbiato; “cosa e’ successo, tua moglie?”, chiede la donna; “ti ha spiegato Liberata il fatto?”, dice lui; “percio’ non ti sei fatto sentire!!”, comprende alla fine lei. Il giorno dopo e’ la volta di E.P., con cui Dantese ha pure avuto una relazione extraconiugale. A lei spiega: “io non festeggio le disgrazie”. Segnale, annota il gip, dello sbaglio di persona. E se e’ Ciro Guadino, pentito, a inviare una lettera ai pm il 25 maggio scorso specifica sull’omicidio Barbaro, consentendo gli arresti attuali, gia’ nel 2012 Antonella Madonna, moglie di Dantese, la donna che ha preso il comando di quella frangia del gruppo quando il marito e’ stato arrestato nel 2010 e che si e’ pentita, aveva raccontato dell’omicidio per errore e del compenso ridotto a 800 euro per Spagnuolo. (nella foto in alto da sinistra il killer Vincenzo Spagnuolo, a destra la vittima Salvatore Barbaro)

Napoli: Amendola ucciso perché aveva mandato messaggi erotici alla moglie del boss

Vincenzo Amendola fu ucciso perché aveva inviato messaggi erotici alla donna sbagliata. Proprio alla moglie del boss Ciro Formicola e mamma di Gaetano il baby boss ricercato per l’omcidio insieme con Giovanni Tabasco. E questo lui, giovane non inserito nel clan non poteva permetterselo. Le “regole” sono “regole” e vanno rispettate. Per questo che è stata decisa la sua punizione esemplare. Ma prova dell’affronto per ora non è possibile ricostruirla perché -come ha raccontato Gaetano Nunziato agli inquirenti- la scheda del cellulare di Vincenzo Amendola è stata distrutta e il cellulare lanciato su un terrazzo di un edificio a Ponticelli. Lo avevano cercato per tutta San Giovanni a Teduccio e anche a Ponticelli. Gli dovevano parlare e rintracciarono uno dei suoi amici, Gaetano Nunziato, colui il quale lo avrebbe poi portato alla trappola mortale. E’ stato proprio NUnziato che decidendo di collaborare con la giustizia, perché temeva a sua volta di essere ucciso, che ha raccontato tutto agli investigatori. Ora come si legge nel capo di imputazione contestato a Nunziato firmato dal pm della Dda Antonella Fratello ci sono i nomi dei due ricercati “…Gaetano Nunziato perché, in concorso con Gaetano Formicola e Giovanni Tabasco, agendo con premeditazione, esplodendo contro Vincenzo Amendola molteplici colpi d’arma da fuoco calibro 9×21, ne cagionava la morte, consistendo il ruolo, in particolare, di Nunziato nell’accompagnare la vittima sul luogo del delitto, nel partecipare all’omicidio e nel recuperare l’arma utilizzata, i guanti e i capi di abbigliamento di Formicola e Tabasco, per la successiva distruzione, con l’aggravate di aver agito per favorire il clan Formicola di San Giovanni a Teduccio”. Ma “il pentito” Gaetano Nunziato oltre a fornire tuti i dettagli sul movente della morte di Enzino Amendola e aver fatto ritrovare il corpo, ha anche fornito tutti i dettagli sull’omicidio e sui momenti che lo precedettero. Ecco cosa ha raccontato Nunziato agli investigatori di come fu rintracciato Amendola e come fu portato sul luogo dell’esecuzione: “…Questi sono i fatti così come si sono verificati. Verso le ore 21 del 4 febbraio, io mi trovavo nei pressi delle panchine di viale 2 Giugno angolo via Taverna del Ferro, di fronte allo chalet “Lago” seduto sulle panchine insieme ad i vari giovani che frequentano quel bar. Verso le ore 22-22,30 è venuto Giovanni Tabasco, il quale giunto a piedi dalle palazzine del Bronx, mi chiedeva dove fosse Vincenzo Amendola. Io gli risposi di non saperlo in quanto non lo avevo visto e contemporaneamente gli chiesi i motivi della sua domanda, anzi gli chiesi se casomai Amendola avesse dovuto fare qualche servizio. Gli dissi ciò perché sapevo che Vincenzo era un po’ il factotum della famiglia di Formicola Gaetano, tant’è che sapevo per quello che mi dicevano altri conoscenti che lo stesso dormiva a casa loro per lunghi periodi e svolgeva per essi ogni tipo di commissione. Giovanni Tabasco mi rispose in maniera evasiva senza spiegarmi perché effettivamente cercava Amendola. Poi consegnò il suo telefono cellulare ad una ragazza presente sul posto, di cui non sono in grado di fornirvi le relative generalità, e le chiese di chattare sino al suo ritorno con chiunque…In tale frangente giunse sul posto proprio quest’ultimo a bordo del suo scooter, ovvero quello che poco prima era stato usato da Gaetano Formicola. Una volta giunto sul posto Giovanni Tabasco, rivolgendosi ad Amendola gli chiese di dargli il suo telefono cellulare. A tanto Amendola Vincenzo ubbidì e gli diede il suo cellulare. Tabasco Giovanni una volta preso il telefono chiese ad Amendola di allontanarsi da lui e di attendere poco lontano, poi mi chiamò e mi disse se gli potevo fare la cortesia di portagli Amendola dietro al Bronx”.

Dissociazione “non sincera”: chiesta la conferma dell’ergastolo per il boss degli scissionisti Cesare Pagano

La confessione di due omicidi e la “presunta dissociazione” non potrebbero servire al boss degli scissionisti di Scampia, Cesare Pagano “Paciotti” ad evitare l’ergastolo. Le sue confessioni sarebbero state non sincere, dettata più da logiche di opportunità, di fronte alle prove schiaccianti raccolte dagli inquirenti e alle dichiarazioni di sempre più numerosi collaboratori di giustizia. Con questo convincimento il sostituto procuratore generale Carmine Esposito che, al termine della requisitoria pronunciata al processo in Corte d’assise d’appello (presidente Domenico Zeuili), ha chiesto la condanna all’ergastolo e nessuno sconto per Cesare Pagano. Il boss del clan degli scissionisti nell’ udienza della scorso settimana aveva ammesso le sue responsabilità dissociandosi dalla camorra. Per l’accusa non vanno concesse attenuanti al boss ma va confermata la condanna di primo grado, cioè il carcere a vita per l’omicidio di Salvatore Dell’Oioio, assassinato il 24 febbraio 2005 a Qualiano per motivi interni al clan, e per l’omicidio di Carmine Amoruso, prima uomo dei Di Lauro poi passato con gli scissionisti e da questi ucciso, secondo la ricostruzione accusatoria, per dissidi interni al gruppo. L’agguato avvenne il 6 marzo 2006 nei pressi della sala bingo di Mugnano, la vittima morì durante la disperata corsa in ospedale. “Fui io a ordinare quei delitti” ha confessato in aula Cesare Pagano nell’udienza di una settimana fa quando per la prima volta ha fatto sentire la sua voce dal carcere di massima sicurezza di Ascoli Piceno dove si trova detenuto e per la prima volta ha comunicato la sua decisione: “Mi dissocio da tutto, voglio uscire dalla camorra”. Nel processo, con l’accusa di aver partecipato all’omicidio Dell’Oioio, sono imputati anche Teresa Marrone detta Nikita e lo zio Antonio Marrone, accusati di aver studiato le abitudini della vittima e i suoi spostamenti offrendo informazioni e supporto ai killer: per entrambi il pg ha chiesto la condanna a 20 anni di carcere.

Napoli, clan Mariano chiesto rinvio a giudizio

Estorsione, associazione camorristica, falso , droga chiesto il rinvio a giudizio per tutti il clan Mariano. Affiliati , boss e gregari per tutti la Procura di Napoli ha chiesto il rinvio a giudizio da Ciro Mariano detto o “picuozz” alla moglie al figlio Marco. Un sistema consolidato quello del clan che emerse in seguito a delle indagini fatte dai carabinieri del comando provinciale guidato dal generale Antonio De Vita che portarono all’esecuzione di 43 sulle 45 ordinanze di custodia cautelare in carcere (nove delle quali ai domiciliari). “La cosca – come rivelarono allora le indagini coordinate dal comandante del reparto operativo di Napoli, il tenente colonnello Alfonso Pannone – esercitava il suo potere criminale attraverso lo spaccio di droga, imponendo il pizzo ad operatori commerciali e nella contraffazione di capi di abbigliamento ed orologi di lusso”. All’epoca dell’ultima retata effettuata per gli uomini del clan attivo nei Quartieri Spagnoli vennero arrestati anche due ristoratori “esponenti del clan titolari di attività imprenditoriali”.

150 anni al clan D’Alterio-Pianese di Qualiano

150 anni e sei mesi a tanto assomma la condanna complessiva dei 19 affiliati al clan D’Alterio- Pianese . La sentenza di condanna per tutti gli imputati,condannati a vario titolo per la loro appartenenza al clan operativo nella città di Qualiano, è arrivata ieri. La doccia fredda per gli imputati era già arrivata lo scorso mese di novembre, poiché ritenuti responsabili di associazione di tipo mafioso nonché di associazione finalizzata al traffico di stupefacenti, detenzione e porto illegale di armi da fuoco e di estorsione aggravati da finalità mafiose, il pm Gloria Sanseverino aveva chiesto in totale 181 anni e 4 mesi di carcere nel processo col rito abbreviato. L’operazione che ha portato all’arresto dei 19 imputati risale al novembre del 2014 e fu eseguita dai Carabinieri della Compagnia di Giugliano su indagine coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia che individuò i ruoli di ciascuno degli indagati all’interno della faida, in cui si contrapposero le due fazioni sorte dopo la morte nel 2006 del boss Nicola Pianese. Da una parte la moglie, rimasta vedova del boss Raffaella D’Alterio , con il fratello Bruno contrapposti al gruppo di Paride De Rosa. Dei 19 furono documentate le dinamiche operative del clan e soprattutto le estorsioni fatte ad imprenditori, commercianti, liberi professionisti e normali cittadini. Al centro delle attività illecite lo spaccio di droga, soprattutto hashish, cocaina e marijuana. Nelle corso delle perquisizione furono rinvenute anche armi tra cui 8 pistole, 5 fucili ( tra cui due a canne mozze), una carabina da guerra, una pistola mitragliatrice, 5 machete, 3 scimitarre, 2 balestre nonchè 200 tra munizioni e proiettili. 10 anni per Eugenio Nocera 12 anni e 4 mesi per Domenico Cante 6 anni per Dario Correale 11 anni per Giovanni Correale 6 anni per Bruno d’Alterio 6 anni per Antonio Palumbo 14 anni per Nicola Raffaele Pianese – 9 anni per Mario Polizzy 7 anni per Carmine Sgariglia 6 anni per Luigi Strazzulli 5 anni per Ciro De Meo 5 anni per Vincenzo Di Maro 6 anni per Antonio Esposito 11 anni e 8 mesi per Gaetano Iovine 6 anni per Luigi Loffredo 6 anni per Pasquale Leone 6 anni per Luigi Strazzulli 5 anni per Ciro De Meo 5 anni per Vincenzo Di Maro 6 anni per Antonio Esposito 11 anni e 8 mesi per Gaetano Iovine 6 anni per Luigi Loffredo 6 anni per Pasquale Leone 6 anni per Nicola Margiore 6 anni per Filippo Mastrantuono

Piano, assolti i soci del circolo Acli il loro non fu gioco d’azzardo

E’ arrivata l’assoluzione per i sei soci del circolo “Acli” di Piano di Sorrento, imputati di gioco d’azzardo all’intemo dell’associazione. I sei furono accusati dalla Procura di Torre Annunziata di aver trasformato l’associazione cattolica in una bisca clandestina, specializzata nel”Texas Hold’Em”. Un’accusa dalla quale gli indagati si sono liberati la difesa degli imputati ha dimostrato che i soci giocavano solo un caffè o delle coppe. Per il giudice del tribunale di Torre Annunziata, Federica De Maio, “il fatto non è previsto dalla legge come reato”. Secondo la Cassazione, infatti, “i giochi di carte organizzati in forma di torneo, ove la posta in gioco sia costituita esclusivamente dalla quota d’iscrizione, sono considerati di abilità e non d’azzardo. La mancanza di una disciplina per il poker sportivo non a distanza non rende illecito il gioco”.

Ercolano: condannate la moglie e la figlia del boss Papale

Dodici anni di carcere per Gelsomina Sepe, moglie del boss Luigi Papale di Ercolano , e nove per figlia, Antonietta detenuta agli arresti domiciliari. E’ il verdetto emesso ieri dal Tribunale di Napoli (presidente Rosa Romano) che ha accolto in parte le richieste del pm Pier Paolo Filippelli della DDa di Napoli che aveva chiesto per Gelsomina Sepe, accusata di associazione a delinquere con l’aggravate del 416 bis ed estorsione ai danni di alcuni imprenditori di Ercolano, sedici anni di carcere, mentre per la figlia Antonietta Papale, chiamata a rispondere di associazione a delinquere e armi, la richiesta della pubblica accusa era stata di dodici anni di carcere. Nel corso del processo non sono mancati i colpi di scena. Infatti, nel corso di una delle udienze Antonietta Papale, in lacrime, chiese alla corte di poter abbracciare la madre che non aveva avuto modo di vedere da dopo l’arresto. I giudici e il pubblico ministero acconsentirono e alla fine dell’udienza Antonietta abbracciò la madre Gelsomina Sepe.

Scafati: la Procura chiede l’arresto di Romolo Ridosso, del nipote e di Alfonso Loreto

Romolo Ridosso deve essere arrestato per il tentato omicidio di Generoso Di Lauro; il figlio Gennaro, insieme al nipote Luigi e ad Alfonso Loreto devono andare in carcere per aver costituito un’organizzazione criminale sul territorio di Scafati a partire dal 2008. Si salvano dall’arresto Antonio Romano, Luigi e Salvatore Ridosso, figli di Romolo. I giudici del Tribunale del Riesame di Salerno hanno accolto l’Appello dei pubblici ministeri Maurizio Cardea e Giancarlo Russo nei confronti di quattro coinvolti nell’inchiesta della Dda sull’esistenza di un’organizzazione criminale sul territorio di Scafati. Il Gip aveva negato l’arresto di Romolo Ridosso e di altri coimputati per alcuni episodi molto gravi tra cui due omicidi e un tentato omicidio avvenuti tra il 2002 e il 2003 a Scafati. I pm avevano chiesto l’arresto per Alfonso Loreto, figlio del pentito Pasquale; Salvatore, Luigi e Gennaro Ridosso, figli di Romolo, Luigi Ridosso, figlio di Salvatore ucciso nel 2002, e per Romolo Ridosso. Quest’ultimo, in particolare, veniva indicato dalla Procura come il mandante degli omicidi di Andrea Carotenuto e Luigi Muollo e del tentato omicidio di Generoso Di Lauro. Medesime accuse per gli altri componenti della famiglia Ridosso, mentre ad Alfonso Loreto veniva contestata la partecipazione all’organizzazione criminale operante a partire dal 2008 e gestita oltre che da Romolo, dal padre pentito. L’appello dei pm della Dda è stato parzialmente accolto dai giudici del Riesame – presidente Vincenzo Di Florio – che hanno avallato la tesi della Procura per quanto riguarda alcuni dei reati più gravi. L’ordinanza del Riesame è molto articolata e avvalora la tesi dell’esistenza a Scafati di due gruppi criminali, operanti a partire dal 2002. A partire dal 2008 – grazie all’appoggio di Pasquale Loreto e alla sua fama criminale – il clan Ridosso ha visto la partecipazione proprio del collaboratore di giustizia e del figlio Alfonso. I giudici del Riesame hanno ritenuto, nonostante la sua collaborazione ballerina, attendibile Pasquale Loreto. “Nel decidere di collaborare nuovamente con la giustizia, si è accusato di diversi delitti ed ha accusato anche il figlio Alfonso, con ciò ponendo in essere una scelta anche di vita radicale e grave”, scrivono i giudici. Ma d’altra parte convengono con la Procura che “Loreto Pasquale abbia, dal 2008 in poi, utilizzando il figlio Alfonso ed i componenti della famiglia Ridosso creato un gruppo di giovani i quali, sfruttando l’aura criminale di profonda soggezione e intimidazione che, in un piccolo centro come Scafati, incute ancora un personaggio come il Loreto, si sono imposti sul territorio”. Indubitabile per il Riesame anche il coinvolgimento di Romolo Ridosso nell’omicidio di Luigi Muollo, ritenuto uno degli esecutori materiali dell’uccisione del fratello Salvatore, e nel tentato omicidio di Generoso Di Lauro. La Cassazione dovrà avallare la decisione dell’arresto per i quattro. A quel punto scatteranno le manette. (nella foto da sinistra Romolo Ridosso, il nipote Gennaro e Alfonso LOreto)

Il clan Nuvoletta progettava un omicidio in Sicilia: sequestrati panetti di droga col marchio Apple

Napoli. Il clan Nuvoletta progettava un omicidio in Sicilia per un debito di droga. E’ quanto emerso nell’ambito dell’indagine che stamattina ha portato all’arresto di 21 persone. Il pagamento di un ingente quantitativo di droga tardava e, così, il clan stava progettando di uccidere, in Sicilia, uno dei figli dell’uomo che l’aveva ordinato: la circostanza è emersa nel corso delle indagini che hanno portato stamattina al blitz antidroga dei carabinieri nei comuni a Nord di Napoli, concluso con 21 arresti e con il sequestro di beni per 5 milioni di euro. A programmare l’omicidio – secondo quanto accertato dall’attività investigativa – è stato Antonio Nuvoletta, elemento di spicco del clan Nuvoletta di Marano. Alla fine la ritorsione non è stata messa in atto perché il debitore siciliano pagò la somma dovuta. L’ordinanza cautelare in carcere emessa dal gip di Napoli su richiesta della Dda partenopea riguarda 22 persone ma sono stati eseguiti 21 arresti. Uno dei destinatari, infatti, è irreperibile. Hanno impresso il noto marchio della Apple e somigliano agli Ipad, la metà dei 35 panetti di cocaina da un chilogrammo ciascuno, trovati stamattina dai carabinieri durante il blitz antidroga nell’abitazione di Marano di una delle 21 persone arrestate per traffico di stupefacenti. I panetti erano nell’abitazione di Gabriele Andreozzi, 57 anni, preso dai militari del Nucleo Investigativo di Napoli, dopo che, per sfuggire all’arresto, si era lanciato da una finestra al primo piano fratturandosi un piede. L’uomo, quando si è accorto dell’arrivo dei militari, ha preso i borsoni con la cocaina e li ha portati vicino alla finestra per lanciarli. Quando si è accorto che l’abitazione era circondata si è lanciato, nell’estremo ma vano tentativo di sfuggire alle manette. Nel blitz sono stati sequestrati anche due chilogrammi di hashish, che Gaetano Chianese, 25 anni, anche lui tra i 21 arrestati, aveva nascosti in casa. Quando i carabinieri lo hanno bloccato si stava liberando, gettandoli nel gabinetto, di una ventina di grammi di cocaina.

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