HomeCronaca

Cronaca

Napoli, operazione anti-narcos: arrestati 6 trafficanti tra Italia e Spagna per 10 milioni di euro

Operazione antidroga: sei arresti tra Italia e Spagna, colpita una rete di traffico da 10 milioni di euro Alle prime luci dell'alba di oggi, i militari della Guardia di Finanza di Aversa hanno eseguito un'importante operazione antidroga, coordinata dalla Procura della Repubblica presso il Tribunale...

Castellammare, la ricostruzione minuto per minuto dell’agguato a Alfonso Fontana tramite telecamere di sorveglianza

Torre Annunziata: Omicidio di Alfonso Fontana, agguato documentato dalle telecamere Torre Annunziata, 7 febbraio 2024. Alle 21:13, Alfonso Fontana, noto come "o paglialone", è stato ucciso in un agguato che ha scosso la comunità locale. L’omicidio è avvenuto a seguito di un furto milionario nella...

Succede anche

Controlli e perquisizioni a Scafati per scoprire gli assassini del magrebino

A Scafati, in provincia di Salerno, i carabinieri stanno indagando sulla morte di un cittadino marocchino di 38 anni, irregolare sul territorio italiano. L’uomo è stato rinvenuto agonizzante nella serata di martedì ed è deceduto la scorsa notte presso l’ospedale Umberto I di Nocera Inferiore per l’aggravarsi delle sue condizioni di salute. L’extracomunitario era stato ricoverato in codice rosso. I carabinieri del reparto territoriale di Nocera sono stati allertati da una segnalazione avanzata dai vicini di casa dell’immigrato che non avevano sue notizie da alcune ore. Una volta entrati nell’abitazione, al pianoterra di un cortile nel centro della cittadina, hanno rinvenuto il 38enne con i piedi legati da una corda, ma ancora vivo. Sul corpo dell’uomo una serie di contusioni e di lesioni che, secondo una prima analisi, erano state procurate almeno 24 ore prima. Gli investigatori stanno indagando a tutto campo per accertare gli autori dell’omicidio e il movente. Il 38enne non era già noto alle forze dell’ordine e non aveva legami con la criminalità. Il magistrato di turno ha disposto l’autopsia che potrà fornire qualche indicazione in più circa le cause del decesso.

Marano: il killer di Candela portò lo stipendio di 5mila euro alla moglie vedova

Qualche mese dopo il delitto il killer portò lo ‘stipendio’ – 5000 euro – alla vedova dell’affiliato al clan che egli stesso aveva ammazzato. E’ quanto emerge dal racconto di un collaboratore di giustizia che ha consentito di far luce sull’omicidio di Giuseppe Candela, soprannominato Peppe tredici anni, con l’emissione di quattro ordinanze di custodia, una delle quali nei confronti del boss di Marano, Giuseppe Polverino. Candela, affiliato ai Polverino, fu ucciso per ordine del boss del suo clan, per una serie di sgarri nei confronti di esponenti dell’organizzazione: è lo scenario del delitto ricostruito dalle indagini dei pm della Dda di Napoli, Henry John Woodcock e Maria Di Mauro, coordinati dai procuratori aggiunti Filippo Beatrice e Giuseppe Borrelli. Esecutore materiale dell’omicidio sarebbe stato Giuseppe Simioli, latitante, e destinatario di una delle quattro misure cautelari emesse dal gip Rosa De Ruggiero. Un contributo importante alle indagini è stato offerto dal pentito Biagio Di Lanno che avrebbe procurato al killer il motorino utilizzato da Simioli per l’omicidio avvenuto a Marano il 15 luglio 2009. Quando Candela fu ucciso, ha riferito Di Lanno, era ancora ”stipendiato” dal clan con 2000 euro al mese. ”Una settimana dopo il delitto – ha dichiarato il pentito ai pm – Giuseppe Simioli inviò Antonio Granata a casa della moglie di Candela alla quale fece portare 5000 euro. E diede incarico a Granata di dire alla signora che lui non sapeva chi avesse ucciso il marito e che si sarebbe adoperato per scoprirlo. Per tutta risposta la signora disse a Granata che sapeva benissimo che ad ammazzare il marito era stato Peppe Simioli aggiungendo che gli avrebbero potuto dare un’altra possibilità. Dopo qualche mese alla moglie di Candela sono stati dati altri 5000 euro in mia presenza”. (nella foto a sinistra la vittima, Giuseppe Candela, a destra il killer, Giuseppe Simioli)

Ercolano, Salvio il cantante prima di morire invocò la mamma: “Aiutami”

La giovane vittima innocente di camorra, Salvatore Barbaro, Salvio il cantante, ucciso la sera del 13 novembre del 2009 ad Ercolano prima di esalare l’ultimo respiro chiamò la madre dicendo: “Aiutami”. E’ l’agghiacciante racconto che viene fatto da una donna e che è contenuto nell’ordinanza di custodia cautelare che ieri ha colpito mandant e sicari facendo luce dopo sei su quel delitto orrendo. Salvio il cantante fu ucciso pe errore perchè guidava la stessa auto di un affiliato al clan Birra-Iacomino, rivali degli Ascione-Papale di cui Natale Dantese (il mandante) era ritenuto il capo in quel periodo. A parlare dell’omicidio sono stati i pentiti Giuseppe Capasso, Andrea Esposito, Ciro Gaudino e Antonella Madonna, quest’ultima moglie del boss Natale Dantese, l’uomo che diede l’ordine di uccidere. Il vero obiettivo della cosca, come ha raccontato il collaboratore di giustizia Ciro Gaudino, “…avrebbe dovuto essere Ciro Savino, l’uomo che insieme a Marco Cefariello era uno dei principali obiettivi del clan Ascione-Papale, che aveva iniziato in quel periodo una vera e proprio caccia all’uomo per far fuori tutti i nemici del cartello criminale avversa”. Ma a dare indicazioni precise è stato l’ex killer Giuseppe Capasso, che in un interrogatorio dell’aprile del 2015 ha spiegato come durante un periodo di detenzione presso il carcere di Secondigliano fu Vincenzo Spagnuolo, killer degli Ascione- Papale, a confidargli che sarebbe stato lui, insieme ad Antonio Sannino – conosciuto negli ambiento criminali ercolanesi con il soprannome di “cul rutt” – ad uccidere in via Mare un ragazzo che faceva il cantante. Capasso,ha anche raccontato che i due sapevano di aver ucciso un innocente e che a dare l’indicazione sbagliata sarebbe stato Pasquale Spronello cognato del boss Pietro Papale.

La Finanza sequestra gli autonoleggi della camorra in provincia di Napoli

Tre societa’ di autonoleggio ‘fantasma’, oltre 600 tra veicoli e moto, alcune auto usate anche da soggetti affiliati a clan camorristici al fine di commettere attivita’ delittuose, ovvero di circolare senza il rispetto delle norme stradali ed essere esenti da contestazioni; vetture prive di copertura assicurativa, oppure poste in esenzione dal pagamento del bollo perche’ fittiziamente intestate ai noleggi e pero’ in realta’ regolarmente usate da altre persone. E’ il quadro emerso dalle indagini della Polizia stradale e della Guardia di Finanza di Isernia che ha portato alla perquisizione di tre societa’ fantasma di autonoleggio operanti nella provincia di Napoli. Societa’ che avevano sede legale nella provincia partenopea al solo fine – dicono gli investigatori – di giovare delle tariffe piu’ vantaggiose per la copertura Rca delle vetture possedute. Le vetture e le moto venivano date in uso senza il rispetto delle prescritte formalita’ di legge inerente registri di carico e scarico. Nel corso delle perquisizioni sono stati sequestrati documenti inerenti altre societa’ operanti in svariati settori intestate a prestanome, il tutto al fine di produrre redditi virtuali, che infatti non trovavano riscontro in alcuna dichiarazione fiscale, e si profila pertanto l’ipotesi di evasione totale, essendo tutte queste attivita’ completamente sconosciute al fisco. Tra le tre societa’ in questione sono risultati dalle indagini di Polstrada e Gdf connessioni evidenti, riscontrate anche dai passaggi di auto avvenuti tra esse, che hanno permesso agli inquirenti di ipotizzare a carico dei titolari l’ipotesi di una vera e propria associazione finalizzata alla truffa in danno dello stato oltre l’evasione fiscale totale.

GEOGRAFIA E STRATEGIA DEI CLAN SOTTO IL VULCANO: La mappa della Dia

Storici clan in declino, vecchie conferme e nuove organizzazioni che scalpitano per imporre i loro business illeciti: la relazione del primo semestre 2015 ad opera della Direzione Investigativa Antimafia fotografa la “geografia” e la strategia della Camorra sotto il Vesuvio. Il contesto criminale vesuviano continua a presentasi dilaniato da numerosi episodi violenti, e il reiterarsi di omicidi ed atti intimidatori tra gruppi eversivi contribuisce ad alterare ancor di più i già precari equilibri modificando costantemente la mappatura dei clan. Si registra infatti, specie nella città di Napoli e nella sua periferia, uno scenario frammentario in cui si fronteggiano, senza alcune regola né famigerati codici d’onore, sodalizi storici in momentanea difficoltà operativa e gruppi emergenti che si caratterizzano, a loro volta, per l’assenza di una strategia unitaria, per il “frequente turnover di alleanze” e per l’accesa conflittualità armata. Una guerra cruenta, sporca, in cui non vi è spazio per le imprese e le gesta di eroi, ma soltanto per vili agguati, spesso, troppo spesso, messi in atto da ragazzini strafatti a cocaina. Una serie di conflitti volti unicamente alla ricerca di un nuovo raggio d’azione su cui allungare i tentacoli di una piovra che si ritiene possa ancora continuare nell’opera di condizionamento “culturale” delle fasce più deboli della popolazioni, ambendo “a porsi quale modello di riferimento unitario ed alternativo ad uno Stato assente” e incapace di rispondere alle esigenze occupazionali: specialmente lì, nelle aree socialmente più deboli, e quindi maggiormente esposte alle “insidie dei clan che sfruttano la possibilità di offrire opportunità di guadagno per reclutare quanti più adepti“. In tutta l’area vesuviana fino alla fascia costiera il traffico di stupefacenti rappresenta, tra i gruppi locali, la principale fonte di guadagno da reinvestire in attività apparentemente legali. Tuttavia la zona più lacerata da questi conflitti tra banditi per il controllo del narcotraffico alle pendici del vulcano coincide con la periferia Est di Napoli: terra lontana dal sole e dal mare. Zona d’ombra del capoluogo campano dove mancano gli spazi verdi, opportunità per i giovani e dove regnano i grigi palazzi fatiscenti che, costruiti per divenire macro città per cittadini bisognosi, per la loro imponente, inaccessibile e obbrobriosa architettura, hanno contribuito a rendere i bui meandri delle palazzine popolari vere e proprie roccaforti dei clan: come il rione Conocal a Ponticelli, nota piazza di spaccio, per anni “casbah” dei Sarno, implosa nel 2009 per la collaborazione con la giustizia intrapresa dai vertici della famiglia del boss “Ciro ‘o sindaco” (così chiamato per la gestione abitativa delle case di edilizia residenziale pubblica). L’area è ormai contesa tra i De Micco e i D’Amico, protagonisti di una battaglia che continua nonostante gli arresti eccellenti e l’opera di repressione delle forze dell’ordine. Operazioni che non solo hanno permesso di decimare i clan ma anche di “far emergere i contatti con pubblici funzionari corrotti e capaci di garantire i benefici penali redigendo false relazioni sulla pericolosità sociale degli esponenti di primo piano coinvolti“. A scalpitare dalle retrovie gli emergenti Cito del rione De Gasperi, discendenti dei Sarno e alleati dei D’Amico. A San Giovanni a Teduccio, invece, l’affermato clan Mazzarella continua a “regnare egemone” a discapito dei Rinaldi-Reale, alleati con gli spietati Cuccaro di Barra e i Formicola che, nel tentativo di espandere il loro spazio d’azione, hanno consolidato una fitta rete di affari con i Giuliano di Napoli. Tentativo di espansione che si registra anche a Barra, dove il consorzio malavitoso Cuccaro-Aprea “mina” persino i comuni della provincia orientale: San Sebastiano, Pollena Trocchia e Massa di Somma. Se i Fabbrocino, a Ottaviano, grazie alle loro ingenti quantità di capitale umano ed economico, continuano a imporre la loro supremazia nel business del racket del calcestruzzo, a discapito dei rivali gruppi Di Domenico-Sangermano; aVolla, il vuoto di potere lasciato dai Veneruso, dagli Aprea e dai Piscopo ha fatto emergere personalità considerate, fino a poco tempo fa, di basso spessore criminale. Diversa la situazione, invece, lungo il tratto costiero. A Ercolano emergono sempre più elementi volti a far chiarezza sulla cruente faida tra gli Iacomino-Birra e gli Ascione Papale che, per anni, ha scosso la cittadina degli Scavi e che, nonostante le maxiretate nel corso del tempo e il famoso modello Ercolano per la Legalità, continua a riproporsi sporadicamente sul territorio. A Portici, infine, permane l’egemonia Vollaro, nonostante la recente scomparsa del boss sciupafemmine Luigi. La prepotente storia del clan di o’Califfo, l’assenza di famiglie rivali, e il business del pizzo (recentemente estesosi anche nel settore del gioco d’azzardo) contribuiscono alla forte territorialità dello storico consorzio di malavita organizzata, sebbene i continui e recenti acciacchi causati dall’azione pressante della magistratura. Basterà l’esercito mandato dal Ministero dell’Interno a porre un freno a questo ciclico ed infinito susseguirsi di faide, sfilate e ascese camorristiche? Al ministro Alfano l’ardua sentenza…

Marano: il killer di Candela si fece la sauna dopo l’omicidio. I nomi degli arrestati

Per eliminare tracce di polvere da sparo dal suo corpo, il killer Giuseppe Simioli del clan Polverino, dopo l’omicidio di Giuseppe Candela, detto “Peppe tredici anni”, si recò, con lo “specchiettista” Salvatore Liccardi, a casa della sorella di Roberto Perrone, affiliato al clan e poi diventato collaboratore di giustizia, per farsi una sauna. La circostanza emerge dall’interrogatorio reso dallo stesso Roberto Perrone. Il sicario non fece in tempo a cambiarsi i vestiti prima dell’omicidio e temeva di essere stato ripreso dalle telecamere di un istituto bancario dove si era recato su indicazione dello “specchiettista” (cioè di colui che doveva segnalare la presenza dell’obiettivo) mezz’ora prima dell’agguato. Dopo l’assassinio di Candela, Simioli, temendo di poter essere individuato dalle forze dell’ordine proprio grazie a quelle immagini, andò a farsi una sauna per eliminare eventuali residui degli spari. A decidere che il loro affiliato, Giuseppe Candela, detto “Peppe tredici anni”, doveva essere ucciso – come poi avvenne il 15 luglio del 2009 davanti a un negozio di Marano sono stati il boss Giuseppe Polverino e un elemento di vertice del clan, Giuseppe Simioli. E’ quanto emerge dalle indagini dei carabinieri del Nucleo Investigativo del Comando Provinciale di Napoli. Secondo la ricostruzione, Giuseppe Simioli aveva maturato un odio nei confronti della vittima che si mostrava irriguardosa nel suoi confronti e che faceva uso di sostanze stupefacenti, comportamento non accettato dal clan, anche se il sodalizio si occupava principalmente di traffico internazionale di stupefacenti. Giuseppe Simioli fu proprio colui che, in sella a uno scooter guidato da un complice, sparò materialmente a Candela. Nell’omicidio sono anche coinvolti Salvatore Cammarota, Sabatino Cerullo, Carlo Nappi e Roberto Perrone, a cui fu demandato, tra l’altro, il compito di organizzare l’agguato. Biagio Di Lanno, invece, con Salvatore Simioli, procurò lo scooter Honda Sh utilizzato per entrare in azione e poi fuggire. A indicare la presenza dell’obiettivo, cioè a svolgere la funzione di “specchiettista”, fu Salvatore Liccardi. Raffaele D’Alterio, infine, guidava lo scooter con a bordo il killer Giuseppe Simioli. La vicenda è stata ricostruita grazie alle dichiarazioni rese da tre collaboratori di giustizia, elementi di vertice del clan Polverino. In due fasi, secondo quanto riferisce uno dei pentiti, venne deciso che Candela doveva morire: in un summit tenuto dal boss Polverino, in Spagna, dove si era rifugiato nel 2000 dopo avere trovato delle microspie nell’abitazione di Cascina (Pisa) dove stava trascorrendo la latitanza; e anche in un secondo summit, al quale prese parte l’intero gotha del clan, che si tenne invece a Quarto. (nella foto il luogo dell’omicidio e nel riquadro la vittima Giuseppe Candela)

Da Torre del Greco e Milano per rapinare banche: arrestati in 4, c’è anche una donna

I Carabinieri del Comando Provinciale di Milano con i colleghi del capoluogo partenopeo, hanno eseguito a Napoli e Torre del Greco 4 ordinanze di custodia cautelare in carcere emesse dal G.I.P. del Tribunale di Milano. Agli autori delle rapine i militari dell’Arma sono arrivati partendo dalle riprese dei circuiti di video-sorveglianza degli istituti, da alcune impronte, raccolte dalla Sezione Investigazioni Scientifiche su entrambe le scene del crimine, e dalle testimonianze delle vittime; hanno quindi identificato i malviventi “trasfertisti” che, partiti dalla Campania con la vettura di proprieta’, hanno raggiunto il capoluogo lombardo, dove hanno agito sempre a capo scoperto, confidando di non essere riconosciuti per la loro estraneita’ alla criminalita’ locale. Non si sono mai preoccupati di nascondere un fortissimo accento campano e, in un’occasione, sono persino giunti a salutare le vittime, prima di andarsene, mentre venivano ripresi dalle telecamere della video-sorveglianza. I Carabinieri hanno ricostruito la dinamica dei “colpi” e il ruolo avuto dai singoli criminali: mentre il “palo” rimaneva a vista sull’esterno, gli altri tre banditi entravano negli istituti pochi minuti prima della chiusura, intimidivano i dipendenti simulando di disporre di armi da fuoco, per poi rinchiuderli in bagno. Subito dopo svuotavano le casseforti, gli sportelli bancomat e si dileguavano a piedi, confondendosi tra i passanti del centro citta’. Le indagini hanno documentato la presenza nel gruppo di una donna, nata nel 1982, che ha sempre avuto un ruolo di primo piano, imponendosi per la forte personalita’ sui 3 complici, di eta’ compresa tra i 51 e i 36 anni d’eta’, il primo dei quali ha ammesso di essere divenuto rapinatore perche’ lo stipendio di casellante autostradale non gli sarebbe piu’ bastato.

Il boss Polverino ordinò dalla latitanza l’omicidio Candela: 4 arresti

Quattro ordinanze di custodia cautelare per omicidio sono state eseguite dai Carabinieri nell’ambito dell’inchiesta sull’omicidio di Giuseppe Candela, soprannominato “Peppe tredici anni”, ucciso il 15 luglio 2009 in un agguato di camorra. Tra i destinatari anche il boss Giuseppe Polverino accusato di aver ordinato il delitto nel corso di un summit svoltosi in Spagna dove era latitante. A Polverino, già detenuto per altri reati, il provvedimento è stato notificato in carcere. I provvedimenti sono stati emessi a conclusione delle indagini coordinate dai pm della Dda di Napoli, Henry John Woodcoock e Mariella Di Mauro e dal Procuratore aggiunto Filippo Beatrice. Secondo la ricostruzione degli inquirenti, Candela fu ucciso per essersi legato a gruppi rivali dediti al traffico di stupefacenti. Una eliminazione interna al clan decisa in una lussuosa villa in Spagna, dove il boss conduceva la sua latitanza dorata. E’ lo scenario tracciato da un’indagine dei carabinieri che ha portato all’emissione di quattro misure cautelari, di cui una destinata al boss Giuseppe Polverino, a capo di uno dei clan storici del Napoletano ed economicamente tra i piu’ potenti. L’omicidio al centro dell’inchiesta della Dda e’ quello di Giuseppe Candela, detto ‘Peppe 13 anni’, avvenuto il 15 luglio 2009; Candela, affiliato della cosca, fu ucciso con sei colpi di pistola in strada. Un agguato pianificato in una villa di Coma Ruga, a Barcellona, proprio dal boss Giuseppe Polverino, e poi deliberato da un successivo summit in un covo segreto nelle campagne di Quarto Flegreo, di nuovo alla presenza del capo clan che era rientrato in Italia proprio perche’ voleva seguire in prima persona la vicenda. Candela, nella ricostruzione degli inquirenti, pur essendo uno storico componente della ‘famiglia’, se ne era allontanato per seguire autonomamente il traffico di stupefacenti con altri gruppi. La sua dunque fu una epurazione interna al clan, che non tollerava atteggiamenti autonomi di un vecchio affiliato. Alle indagini hanno contributo dichiarazioni di pentiti.

Bancarotta fraudolenta. Ai domiciliari noto avvocato di Gragnano e Castellammare. Truffa da 17 milioni di euro

ASSOCIAZIONE A DELINQUERE FINALIZZATA ALL’ABUSIVISMO FINANZIARIO E ALLA BANCAROTTA. IN CORSO DI ESECUZIONE N. 13 ORDINANZE DI CUSTODIA CAUTELARE: EMESSE ILLECITE FIDEIUSSIONI PER CENTINAIA DI MILIONI DI EURO DI CAPITALE GARANTITO. Dalle prime ore di questa mattina i finanzieri del Nucleo Speciale Polizia Valutaria stanno eseguendo su tutto il territorio nazionale 13 ordinanze di misure cautelari (3 in carcere, 7 ai domiciliari e 3 obblighi di firma) emesse dal G.I.P. del Tribunale di Roma, nei confronti di altrettanti soggetti indagati, a vario titolo, per associazione a delinquere finalizzata all’abusivo esercizio dell’attività finanziaria e alla bancarotta fraudolenta. Tra gli arrestati figura anche un noto avvocato civilista di Gragnano che lavora anche a Castellammare.

seguono aggiornamenti

Le attività investigative, coordinate dalla locale Procura della Repubblica e condotte dal Nucleo Valutario, hanno consentito di individuare ed identificare una strutturata associazione criminale operante su tutto il territorio nazionale nel comparto finanziario del rilascio delle polizze fideiussorie: i promotori di tale organizzazione, attraverso la gestione “occulta” di consorzi di garanzia collettiva dei fidi (non autorizzati all’esercizio di questa attività nei confronti del pubblico) e la strumentale costituzione di molteplici società “veicolo” costituite ad hoc, sono riusciti a drenare ingenti somme di denaro conseguite a fronte delle illecite attività esercitate. E’ stato accertato, in particolare, che le citate società erano divenute, nel tempo, referenti principali di numerosi soggetti privati e, soprattutto, di istituzioni pubbliche, di fatto sostituendosi agli intermediari abilitati (come le banche) in quanto, a differenza di questi ultimi, garantivano un’istruttoria più rapida e snella per l’emissione delle polizze proponendosi sul mercato del credito a condizioni economiche sensibilmente più vantaggiose rispetto a quelle normalmente praticate. Per tali motivi, numerosi contraenti/beneficiari hanno subito gravi danni economici allorquando si sono trovati di fronte all’impossibilità di escutere la fideiussione sottoscritta. Numerosi, tra l’altro, gli enti pubblici (Ministeri, Regioni, Comuni, Prefetture, Università ed altri enti), che risultano tra le vittime di questo sistema, in quanto principali beneficiari delle garanzie “abusive”. Le indagini svolte dalle Fiamme Gialle hanno permesso di accertare l’emissione di un Guardia di Finanza NUCLEO SPECIALE POLIZIA VALUTARIA numero elevatissimo di polizze fideiussorie illecite – in assenza di qualsiasi adeguato fondo per i rischi assunti – a garanzia di centinaia di milioni di euro e di ricavi illecitamente conseguiti per oltre 17 milioni di euro. I premi raccolti venivano – attraverso bonifici per il pagamento di fatture, prelevamenti in contanti e ricariche di carte prepagate – sistematicamente sottratti dalle casse dei Confidi che venivano così lasciati privi dei fondi necessari per le eventuali escussioni delle polizze e, di conseguenza, portati fino allo stato di decozione e alla bancarotta. L’operazione complessivamente svolta ha consentito, inoltre, di sottoporre a sequestro preventivo le quote e le azioni di 10 società, tutte riconducibili agli indagati.

Bancarotta fraudolenta. Ai domiciliari noto avvocato

ASSOCIAZIONE A DELINQUERE FINALIZZATA ALL’ABUSIVISMO FINANZIARIO E ALLA BANCAROTTA. IN CORSO DI ESECUZIONE N. 13 ORDINANZE DI CUSTODIA CAUTELARE: EMESSE ILLECITE FIDEIUSSIONI PER CENTINAIA DI MILIONI DI EURO DI CAPITALE GARANTITO. Dalle prime ore di questa mattina i finanzieri del Nucleo Speciale Polizia Valutaria stanno eseguendo su tutto il territorio nazionale 13 ordinanze di misure cautelari (3 in carcere, 7 ai domiciliari e 3 obblighi di firma) emesse dal G.I.P. del Tribunale di Roma, nei confronti di altrettanti soggetti indagati, a vario titolo, per associazione a delinquere finalizzata all’abusivo esercizio dell’attività finanziaria e alla bancarotta fraudole *seguono aggiornamenti*

Bancarotta fraudolenta. Ai domiciliari noto avvocato di Gragnano e Castellammare

ASSOCIAZIONE A DELINQUERE FINALIZZATA ALL’ABUSIVISMO FINANZIARIO E ALLA BANCAROTTA. IN CORSO DI ESECUZIONE N. 13 ORDINANZE DI CUSTODIA CAUTELARE: EMESSE ILLECITE FIDEIUSSIONI PER CENTINAIA DI MILIONI DI EURO DI CAPITALE GARANTITO. Dalle prime ore di questa mattina i finanzieri del Nucleo Speciale Polizia Valutaria stanno eseguendo su tutto il territorio nazionale 13 ordinanze di misure cautelari (3 in carcere, 7 ai domiciliari e 3 obblighi di firma) emesse dal G.I.P. del Tribunale di Roma, nei confronti di altrettanti soggetti indagati, a vario titolo, per associazione a delinquere finalizzata all’abusivo esercizio dell’attività finanziaria e alla bancarotta fraudolenta. Tra gli arrestati figura anche un noto avvocato civilista di Gragnano che lavora anche a Castellammare. *seguono aggiornamenti*

Turbativa d’asta: Coinvolti un consigliere regionale ed un sacerdote

In data odierna militari della Compagnia della Guardia di Finanza di Caserta hanno dato compiuta esecuzione alle notificazioni dell’avviso di conclusione indagini nei confronti di 7 soggetti, emesso dalla Procura della Repubblica di Santa Maria Capua Vetere, a conclusione di circa un anno d’indagine per il reato di turbativa d’asta. La gara d’appalto in esame, del valore di circa 1,5 milioni di euro, riguarda la ristrutturazione della Fondazione San Giuseppe di Tuoro, Caserta (CE) mediante utilizzo di finanziamenti europei tesi al recupero di zone del territorio italiano in difficoltà e finalizzati alla costruzione di un asilo. Le indagini, delegate alla Compagnia della Guardia di Finanza di Caserta, hanno consentito di accertare innumerevoli collegamenti esistenti tra il Presidente della Fondazione (un sacerdote), il consulente giuridico della Commissione aggiudicatrice (attualmente con carica di Consigliere Regionale) e due coniugi con funzioni di consiglieri della Fondazione (uno dei quali, poche settimane prima dell’indizione di gara ha abbandonato la carica di consigliere). In particolare, le complesse attività d’indagine, hanno permesso di provare come il soggetto aggiudicatario di gara fosse il marito di uno dei consiglieri, amico di vecchia data del sacerdote-presidente nonché responsabile (unitamente al coniuge) della campagna elettorale del consulente giuridico della Commissione di Gara per le elezioni Regionali del 31 maggio 2015. Se ciò non bastasse, è stato dimostrato inoltre come la ditta, scelta per la ristrutturazione della Fondazione, sia una ditta specializzata per l’installazione di soli pannelli fotovoltaici e non anche per la ristrutturazione di edifici. Le indagini, coordinate dalla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Santa Maria Capua Vetere, hanno consentito di acquisire un grave quadro indiziario a carico degli indagati che ha permesso di dimostrare come una gara d’appalto per il valore di circa 1,5 milioni di euro sia stata affidata, con motivazioni esclusivamente amicali, a soggetti privi dei necessari requisiti ed in spregio delle fondamentali regole di mercato e di leale concorrenza. L’attività investigativa, svolta mediante l’utilizzo di intercettazioni telefoniche ed ambientali, servizi di osservazione, pedinamento e controllo e l’escussione di molteplici persone informate sui fatti, ha consentito di documentare come gli indagati avessero artificiosamente creato tutti i presupposti tecnico-giuridici per la partecipazione e l’aggiudicazione della gara d’appalto, rendendo quindi la procedura ad evidenza pubblica una mera inutile formalità. L’attività posta in essere dalla procura, in stretta sinergie con la Guardia di Finanza, rimarca ancora una volta, l’impegno profuso nel contrasto all’illegalità e allo sperpero di denaro pubblico.

Ultime News

Napoli, operazione anti-narcos: arrestati 6 trafficanti tra Italia e Spagna per 10 milioni di euro

Operazione antidroga: sei arresti tra Italia e Spagna, colpita una rete di traffico da...

Castellammare, la ricostruzione minuto per minuto dell’agguato a Alfonso Fontana tramite telecamere di sorveglianza

Torre Annunziata: Omicidio di Alfonso Fontana, agguato documentato dalle telecamere Torre Annunziata, 7 febbraio 2024....

Rifiuti tossici in Campania e Puglia: l’asse criminale che minaccia l’ambiente italiano

Una rete criminale per il traffico illecito di rifiuti è stata scoperta dalle autorità,...

Napoli, sei ergastoli per gli omicidi della faida di Ponticelli

Il gup Santoro infligge il carcere a vita ai responsabili di tre delitti maturati...