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Ferragosto a Napoli: 13 arresti e 52 denunce, che cosa dicono i numeri sui controlli

Il bilancio operativo del Ferragosto tra arresti e denunce mette alla prova strategie di presidio e prevenzione: efficacia immediata o palliativo stagionale?

Ferragosto a Ischia e Procida: controlli serrati, multe e il nodo del contenzioso

I servizi straordinari nelle isole del golfo hanno aumentato le contestazioni formali. Occorre chiarezza sui protocolli operativi e garanzie procedurali per evitare che la gestione dell'ordine pubblico diventi fonte di contenzioso.

Succede anche

Ercolano, condanna per i vertici del clan Birra e Lo Russo

Sono stati condannati all’ergastolo, in primo grado, Stefano Zeno, Ciro Uliano , Raffaele Perfetto, Salvatore Viola. Sedici anni, invece , per Vincenzo Esposito e Francesco Ruggiero. Un patto di sangue quello stretto agli inizi del Duemila, tra il clan Lo Russo di Miano e il clan Birra di Ercolano, “all’epoca impegnati rispettivamente nello scontro con gli Stabile e gli Ascione-Papale” Un patto di sangue dal quale sono scaturiti diversi omicidi. Come quello di Vincenzo e Gennaro Montella. Morti che la procura ha ricostruito grazie al pentimento di alcuni malavitosi che ebbero un ruolo da protagonisti in quelle vicende. Ieri per gli esponenti delle due organizzazioni criminali è arrivata la condanna all’ergastolo proprio per l’omicidio dei due Montella, padre e figlio avvenuto nel gennaio del 2007. I due netturbini furono massacrati all’alba del 15 gennaio a colpi di pistola ai piedi del municipio di Torre del Greco.

Clan Giuliano, condanna cancellata per Giuseppe Roberti

Inattendibili è così che la Corte di Cassazione ha definito le rivelazioni riguardo a Giuseppe Roberti. Una storia durata ventiquattro anni che ha visto da una parte Giuseppe Roberti, marito di Celeste Giuliano e dall’altra Luigi e Raffaele Giuliano. I due fratelli raccontarono che Giuseppe Roberti in accordo con un maresciallo dei carabinieri avevano preparato un finto blitz per incastrare delle persone. Troppe le circostanze che non quadravano ai giudici della Cassazione che hanno bollato come inattendibili le rilevazioni date dai fratelli Giuliano. Luigi Giuliano, il boss dell’omonimo clan Giuliano, nel 2002 prese la decisione di diventare un collaboratore di giustizia. Nel corso delle sue testimonianze, Luigi Giuliano, consapevole di aver creato attorno a lui un mito, invitò i giovani a non affiliarsi alla camorra e a seguire altre strade, fatte non di sangue e di violenza ma di onestà e sacrifici.

Cava de Tirreni, indagato ispettore del lavoro: aveva foto pedopornografiche sul computer dell’ufficio

Decine di foto, immagini di sesso e minorenni: una scoperta fatta per caso nel corso delle attività di indagine sulle truffe Inps. Una scoperta, a carico di uno degli indagati nell’indagine “Mastrolindo” ha fatto scattare accuse gravissime per M.V., 61enne cavese, ispettore dell’ispettorato del lavoro. Il caso del ritrovamento è ora al vaglio della procura distrettuale di Salerno, dove per competenza è stato inviato dal pm Roberto Lenza della Procura di Salerno. L’uomo, sottoposto ad indagini nell’ambito del procedimento per le aziende fantasma e le truffe ai danni dell’Inps con falsi lavoratori, fu destinatario due anni fa di un decreto di sequestro. Quando i carabinieri della sezione di Pg del Tribunale, insieme agli ispettori dell’ispettorato, arrivarono presso la sua abitazione sequestrarono – su delega del pm – tutti i supporti informatici in suo possesso che furono poi analizzati da un perito della Procura. Ed è stata proprio l’analisi dei file scaricati sul pc del cavese a permettere agli inquirenti di scoprire le foto “compromettenti”. File a sfondo pedopornografico, probabilmente scaricati da siti vietati o da internet, hanno spinto il pm a formulare nuove accuse nei confronti del 61enne cavese. Le prove raccolte e i file scoperti, sono stati inviati – insieme al fascicolo – per ompetenza alla Procura di Salerno che – secondo quanto prevede la legge – è competente per i reati in materia di pedopornografia e prostituzione minorile. Il fascicolo sarà assegnato ad un pm salernitano che dovrà valutare le prove a carico dell’ispettore, formalmente indagato dalla Procura di Nocera Inferiore. Il fascicolo rappresenta uno stralcio del maxi processo per le truffe Inps. Fin dall’inizio gli inquirenti si erano insospettiti per quelle foto scoperte nella memoria del pc ed hanno voluto vederci chiaro. L’analisi tecnica dei file e il contenuto delle immagini ha fatto ipotizzare il coinvolgimento dell’uomo in un giro di immagini di minori vietate. Vi è da stabilire come l’indagato sia venuto in possesso delle foto se abbia frequentato o navigato su siti vietati e quale utilizzo, o scambio abbia fatto delle foto. Ad approfondire questi aspetti, sarà la Procura salernitana che alla conclusione delle indagini formalizzerà eventualmente le accuse nei confronti del 61enne cavese. L’uomo, comunque, è rimasto già pesantemente coinvolto nell’indagine su migliaia di truffe ai danni dell’Inps con la creazione di imprese fantasma e falsi lavoratori che beneficiavano di indennità di disoccupazione e maternità dall’istituto di previdenza sociale nazionale.(r.f.)

Truffe all’Inps nell’agronocerino: indagate 40 persone

Inchiesta “Mastrolindo II”: richiesta di rinvio a giudizio per oltre 40 imputati. False assunzioni con società di comodo per truffare l’Inps, arriva davanti al Gup Paolo Valiante la richiesta di rinvio a giudizio per Carmine Toscano e i fratelli Giovanni e Donato Napolano che insieme a Gianluca Santilli e ad altri complici avevano costituito società di comodo per assumere lavoratori fasulli. Nei giorni scorsi, il pm Roberto Lenza ha inviato il fascicolo processuale che a giugno scorso aveva portato all’arresto di funzionari dell’Inps e ispettori. Stralciata la posizione per gli indagati colpiti da misura cautelare per i quali era stato chiesto il giudizio immediato, nel fascicolo della Procura erano rimasti oltre quaranta indagati: factotum, professionisti, ispettori, dipendenti dell’ispettorato del lavoro e consulenti per i quali il pm ha chiesto ora il rinvio a giudizio. Le accuse a vario titolo contestate sono associazione per delinquere finalizzata alla truffa ai danni dello Stato. A capo del gruppo di truffatori i responsabili di due patronati, situati a Pagani, che si avvalevano della collaborazione di consulenti del lavoro e della complicità degli ispettori dell’ispettorato del lavoro che avrebbero dovuto verificare la veridicità delle assunzioni e l’esistenza delle ditte. Con la complicità dei funzionari i lavoratori avrebbero incassato indennità di disoccupazione, malattia, maternità provocando un danno alle casse dello Stato di centinaia di milioni di euro. Il pm ha stralciato dall’inchiesta la posizione dell’ex consigliere comunale e dipendente delle poste Luigi Mongibello, accusato di aver permesso l’incasso degli assegni indebitamente percepiti, presso l’ufficio di Pagani. Archiviate alcune posizioni, chiesto il processo per i factotum che procuravano ai patronati paganesi i falsi lavoratori. Saranno processati anche imprenditori e dipendenti infedeli dell’ispettorato del lavoro, alcuni dei quali inguaiati dalle dichiarazioni dello stesso Toscano e dei Napolano che – nel corso delle indagini – avevano collaborato con i carabinieri della sezione di Pg del Tribunale di Nocera Inferiore che hanno condotto le indagini. Stralciate anche le posizioni dei funzionari dell’Inps, coinvolti nell’inchiesta madre, e sui quali si è appuntata l’attenzione della Procura nocerina. Nei prossimi giorni, il Gip fisserà la data dell’udienza preliminare e darà avviso agli indagati. Il maxi processo, dopo il vaglio del giudice, approderà dinanzi al Tribunale di Nocera. (r. f.)

Politica & Camorra a Pagani, Gambino in aula: “Petrosino? Non l’ho mai conosciuto”

Salerno. L’abbraccio con il figlio del boss, gli incontri elettorali, i favori per i parcheggi, l’appoggio della camorra: tutto falso. Il consigliere regionale Alberico Gambino non esita un momento e per quattro ore snocciola, date, documenti, fatti emersi nel processo a suo carico e fornisce la propria versione. Interrogatorio fiume nel processo d’appello Linea d’ombra, concluso solo nel tardo pomeriggio, nel quale l’ex sindaco di Pagani ha provato la sua rivincita contro pentiti, accusatori e Procura. Un interrogatorio studiato nei dettagli, insieme ai suoi difensori Giovanni Annunziata e Alessandro Diddi, nel quale sono state elencate delibere, atti consiliari e date che nei prossimi giorni saranno depositati ai giudici della Corte d’Appello di Salerno – presidente Claudio Tringali – per avvalorare le dichiarazioni di ieri mattina. “E’ falso che nel 2002 Michele D’Auria Petrosino (figlio del boss Gioacchino e detenuto al 41 bis, ndr) abbia fatto la campagna elettorale per me – ha detto Gambino – neanche lo conoscevo”. E poi, il famoso abbraccio del Palazzurro nella campagna per le regionali del 2010: “Si è detto del famoso abbraccio – ha sostenuto l’ex sindaco – ho visto la foto del mio abbraccio con Nicola Cosentino, Michele D’Auria Petrosino era sullo sfondo appoggiato a un muro. Invece io ho letto dai giornali che avrei abbracciato lui”. Poi, ricorda: “Michele D’Auria l’ho conosciuto nel 2009 quando non ero più sindaco”. L’ex sindaco poi passa a smontare la tesi dei collaboratori di giustizia: “Sandro Contaldo lo conoscevo perché nel 1995 fece un’estorsione a mio padre, ed è l’unico che ho conosciuto”. E ancora: “Gianluca Principale sostiene che io e Michele D’Auria eravamo sempre insieme, che al Palazzurro D’Auria era quasi un protagonista: è una storiella come tante altre raccontate. Principale sbaglia anche la data, dice che era il 2007. Non ho mai fatto cene e pranzi con Michele D’Auria Petrosino”. L’ex sindaco aggiunge: “Nel 2007 sono stato eletto con circa l’80% dei voti, in campagna elettorale incontravo tantissima gente, non potevo stare più di 5, 10 minuti nello stesso posto, non avevo tempo per pranzi e cene”. E poi Antonio Petrosino D’Auria? “L’ho conosciuto nel 2011 in caserma quando sono stato arrestato”. Gambino, su sollecitazione dei difensori e del pm Vincenzo Montemurro, ha anche ripercorso alcune vicende di tipo amministrativo, puntando sempre a scardinare i suoi legami con la famiglia mafiosa dei Petrosino D’Auria. A partire dalle agevolazioni sulla casa affidata alla signra Giuseppina Ruggiero, mamma dei D’Auria: “Dagli atti del comune si capisce che non ho favorito nessuno. La precedente amministrazione aveva incassato gli oneri di urbanizzazione per l’area Pep una delle opere da realizzare era la strada che insisteva sulla proprietà. Sono stato io a sollecitare il comune per avviare le procedure”. Poi cita, atti amministrativi, sentenze del Tar e del consiglio di Stato e i pareri legali del Comune. Anche sulla Multiservice e sui parcheggi, l’ex sindaco ha rigettato tutte le accuse. Il prossimo 8 marzo i giudici si sono riservati di fare altre domande all’imputato, poi ha chiesto di rendere dichiarazioni spontanee proprio Michele D’Auria Petrosino, l’uomo più volte tirato in ballo dall’ex sindaco nell’udienza di ieri. La requisitoria del pg è attesa per aprile prossimo.

Salerno, delitto di Fornelle: indagato anche il padre dell’assassino

Per il delitto di Eugenio Tura De Marco, il carrozziere del quartiere Fornelle di Salerno avvenuto due settimane fa ora è idagato anche il padre di Luca Gentile, l’assassino reo confesso. E’ il terzo dopo che da ieri si è appreso che anche Daniele Tura De marco, figlia della vittima e fidanzata di Gentile è iscritta nel registro degli indagati per favoreggiamento nei suoi confronti. E’ quadro a tinte fosche quello che si sta delieando e che viene fuori man mano che le indagini della Procura di Salerno, coordinate dalla pm Elena Guarino, prendono corpo. Una storia familiare torbida fatta di abusi, soprusi e violenze sessuali tanto che la ragazza ha confessato agli investigatori “… non so neanche se era mio padre”. Il padre dell’assassino secondo quanto accertato dagli investigatori nel pomeriggio del sabato si sarebbe affacciato dalla finestra per controllare che il sessantenne fosse morto. La notizia è stata rivelata ai carabinieri da alcuni residenti delle Fornelle, e addirittura pare che nel rione la notizia che il carrozziere era stato ucciso si fosse diffusa già in mattinata, molto prima che alle 19.39 la figlia chiamasse il 112 dicendo di essere preoccupata perché il genitore non rispondeva al telefono.Il padre di Luca Gentile sarebbe salito sul tettuccio di una vettura in sosta per affacciarsi nell’appartamento al piano ammezzato. La finestra era solo appoggiata (come confermato dal racconto del ragazzo secondo cui Tura l’aveva chiusa prima di tentare il suo ultimo approccio) e lui l’avrebbe aperta riuscendo a scorgere il cadavere. La procura quindi sta raccogliendo tutte le prove per ipotizzare sia che il delitto fosse stato pianificato dai due fidanzati e non si esclude che la ragazza abbia spinto il fidanzato a farlo e che anche i genitori del ragazzo (sicuramente il padre) fossero a conoscenza di quanto accaduto. Il prosieguo delle indagini chiarirà lo squallido scenario in cui è maturato il delitto del carrozziere.

Caso De Siano e i 30 mila euro pagati da Ciummo per il tesseramento di Forza Italia

La richiesta di arresto rigettata dall’Aula del Senato a carico del senatore Domenico De Siano era stata avanzata dal Gip del Tribunale di Napoli, Claudia Picciotti. La richiesta di custodia cautelare in carcere era stata presentata dai pm Graziella Arlomede e Maria Sepe. Il 15 gennaio scorso la Squadra mobile di Napoli arrestò lo stretto collaboratore del senatore De Siano, Oscar Rumolo, tuttora ai domiciliari ed il patron della “Ego Eco”, Vittorio Ciummo, anch’egli ai domiciliari, con l’accusa di tangenti sugli appalti della raccolta rifiuti nei Comuni di Lacco Ameno, Forio d’Ischia e Monte di Procida. Nelle ore successive allo scoppio dello scandalo De Siano affermò che avrebbe rinunciato all’immunità e che si sarebbe dimesso da coordinatore di Forza Italia in Campania. Il 3 febbraio il Tribunale del Riesame, pur confermando la richiesta d’arresto a carico del senatore De Siano, aveva escluso l’esistenza dei gravi indizi per l’associazione a delinquere. Le indagini sono state già chiuse dai pm della sezione reati contro la Pubblica Amministrazione della Procura che l’11 febbraio hanno notificato l’avviso di chiusura indagini, contestando comunque a De Siano – nonostante la pronuncia del Riesame – l’associazione per delinquere finalizzata alla corruzione e alla turbata libertà degli incanti. Secondo quanto emerso dalle indagini della Squadra mobile le tangenti versate a Rumolo (30mila euro in tre tranches da 10mila euro ciascuna) da parte di Ciummo erano state utilizzate per il tesseramento di Forza Italia nel 2012. Il tesseramento fu eseguito da collaboratori e dallo stesso Rumolo nella sala Bingo del Comune di Forio d’Ischia. L’ inchiesta della Procura ha coinvolto 14 persone. I reati di corruzione e turbativa d’asta sono stati contestati anche a Vincenzo Rando, ex responsabile ragioneria del Comune di Forio; Giulia Di Matteo, ex segretario generale del Comune di Monte di Procida ed ex segretario generale del comune di Lacco Ameno; Francesco Iannuzzi, già sindaco di Monte di Procida; Carmine Gallo, legale rappresentante del Consorzio Cite, Carlo Savoia, dipendente della Cite, ed all’ex sindaco di Lacco Ameno, Restituta Irace. Le indagini cominciarono da un esposto di tre consiglieri del comune di Forio d’Ischia sull’affidamento del servizio di raccolta e smaltimento di rifiuti solidi urbani nei comuni di Lacco Ameno, Forio d’Ischia e Monte di Procida.

L’inchiesta sul comune di Casavatore nata dal duplice omicidio Cortese-Pezone legati ai “Vanella-Grassi”

E’ scaturita da una indagine su un omicidio camorra l’inchiesta sulle infiltrazioni della criminalità organizzata nel comune di Casavatore dalla quale è emerso, secondo la ricostruzione dei carabinieri e dei magistrati della Dda di Napoli che il clan Ferone avrebbe appoggiato entrambi gli schieramenti che si sono fronteggiati alle elezioni amministrative dello scorso anno. Una indagine che ha portato ieri all’emissione di 15 avvisi di conclusione delle indagini per il reato di voto di scambio aggravato dalla modalità mafiosa. Tra i destinatari dei provvedimenti, firmati dai pm della Dda Vincenza Marra e Maurizio De Marco, coordinati dal procuratore aggiunto Filippo Beatrice, figurano anche il sindaco uscente e riconfermato Lorenza Orefice, a capo di una lista civica, e lo sfidante sconfitto al ballottaggio Salvatore Silvestri, alla guida della lista ”Pd Silvestri Sindaco”. Tutto ha inizio il 24 aprile 2015 quando in un bar di Casavatore vengono uccisi Ciro Cortese e Aldo Pezone, ritenuti legati al gruppo camorristico dei Vanella-Grassi. Cortese aveva in tasca un bigliettino con il nome di un candidato, Mauro Ramaglia, e con l’annotazione accanto di una cifra, 2000. Dalle intercettazioni telefoniche sull’utenza di Ramaglia e di alcuni suoi familiari è venuta alla luce una intensa e generalizzata attività di ”compravendita” di voti. Voti acquistati con buoni pasto, o con 50 euro a testa o ancora con posti di lavoro. Le telefonate ascoltate dagli inquirenti documentano anche le lamentele di alcuni elettori: (”Mauro, mi ha mandato un paio di pacchi di pasta in meno”, ”non ti preoccupare, il vino, ti devo regalare il vino? già è regalato va bene? te lo do o stasera o domani va bene?”). C’è anche chi protesta per non aver ricevuto i cinquanta euro pattuiti: come una tale Nancy, la quale si lamenta per non essere stata pagata e sostiene che, come sottolineano gli inquirenti ”se non le verrà corrisposta la somma frutto della promessa fatta in campagna elettorale, denuncerà tutti quanti, e soprattutto Ramaglia per quel ‘fatto suo’. Una indagine che si estende a macchia d’olio con il coinvolgimento di altri candidati, nonché dei vertici della polizia municipale e con una serie di episodi indicativi del clima di intimidazione camorristica, come il pestaggio del fratello di un candidato, anch’egli ritenuto legato al clan, che stazionava nei pressi del comitato elettorale di Silvestri. (nella foto il uogo dell’omicidio e nel riquadro ciro cortese, una delle due vittime)

Secondigliano: il boss Cesare Pagano “Paciotti” evita l’ergastolo

Aveva confessato e aveva dichiarato di dissociarsi dalla camorra: il capo degli scissionisti dei quartieri di Napoli di Secondigliano e Scampia, Cesare Pagano, quasta mattina, ha evitato l’ergastolo che invece aveva chiesto in Corte d’Assise d’Appello il procuratore generale di Napoli, Carmine Esposito, nel corso della sua requisitoria per gli omicidi di Salvatore Dell’Oio, freddato il 24 febbraio del 2005 a Qualiano, e Carmine Amoruso, ucciso il 5 marzo dello stesso anno a Mugnano. La quarta sezione presieduta dal giudice Zeuli ha concesso le attenuanti generiche a Pagano proprio per la confessione, e ha condannato il capoclan a 30 anni di reclusione. Cesare Pagano per questo duplice omicidio era accusato da numerosi collaboratori di giustizia e in primo e secondo grado era gia’ stato condannato all’ergastolo come mandante. Poi la Cassazione aveva annullato il processo e rinviato tutto ad una nuova sezione di Corte d’Assise d’Appello. A meta’ febbraio la svolta con la decsione di confessare i delitti: “Sono io il mandante di questi omicidi”, aveva detto il boss in aula.

Salerno, delitto di Fornelle: indagata anche la figlia della vittima

Daniela Tura De Marco, la figlia di Eugenio Tura De Marco ucciso nel quartiere Fornelle di Salerno due settimane fa, dal fidanzato Luca Gentile, è indagata per favoreggiamento nei confronti del suo compagno per l’omicidio del padre. Per questa ipotesi di reato la pm Elena Guarino della Porcura di Salerno che sta coordinando le indagini sul caso l’ha iscritta nel registro degli indagati. L’ipotesi è alimentata dai messaggini che i due si sono scambiati nel giorno del delitto. Si sospetta che i ragazzi abbiano deciso insieme la resa dei conti con Eugenio Tura De Marco, stanchi di minacce, maltrattamenti e tentativi di estorcere al 22enne rapporti sessuali. È per cercare riscontri a questa ipotesi che i cellulari dei fidanzati sono stati inviati a Roma al Racis, il raggruppamento investigazioni scientifiche dei carabinieri: si prova a capire se prima o dopo i dialoghi già confluiti nell’inchiesta vi siano state altre conversazioni, ora cancellate, in cui i due avrebbero concordato l’incontro con il sessantenne e le modalità con cui tentare un depistaggio delle indagini. Secondo gli inquirenti le avance della vittima a Gentile, e l’ostracismo alla relazione con la figlia dopo che il giovane aveva respinto gli approcci, potrebbero non essere l’unico movente del delitto. La stessa ragazza ha confermato percosse e maltrattamenti che risalirebbero a qualche anno fa e si sa che Gentile temeva che l’uomo potesse ancora farle del male e fosse deciso a evitarlo. Uno scenario di disagio familiare e sociale quello emerso dalle dichiarazioni dei ragazzi e dalle prove fin qui raccolte. Anche perché la dinamica dell’omicidio così come ricostruita nella confessione da Luca Gentile , ma anche dalle dichiarazioni di Daniela, non convince del tutto. C’è ancora molto da scoprire.

Fissata per il 4 aprile l’udienza preliminare per Giulio Murolo, l’uomo della “strage dal balcone” a Secondigliano

E’ stata fissata per il 4 aprile prossimo l’udienza preliminare a carico di Giulio Murolo, l’uomo che nel maggio scorso fu protagonista di un pomeriggio di follia a Secondigliano sparando con un fucile dal suo balcone sui passanti. E’ stato il pm Roberta Simeone a chiderne il giudizio davanti al gup Attena dopo l’incidente probatorio e la visita degli specialisti(medici e psicologici) che ne hanno stabilito la sua corretta capacità di intendere al momento degli omicidi, ma anche sulla sua capacità di stare a giudizio, di sostenere un eventuale processo dinanzi a una Corte di assise. E’ accusato di strage e porto e detenzione di armi. Ma i suoi avvocati ( Carlo Bianco e Maria Grazia Padula) invece sostengono che Murolo non solo non era in possesso della propria lucidità, ma è attualmente incapace di stare a giudizio: è depresso parla di suicidio, vive alle prese con continui atti autolesionistici. Si sono affidati ai consulenti di parte Salvati e Bruno, ma anche alle relazioni fatte dalle strutture penitenziarie e ospedaliere in cui è stato ristretto in questi mesi Murolo. sarà una battaglia legale in aula il 4 aprile prossimo. Era il 15 maggio scorso quando ci fu la strage: Murololitigò con il fratello e la cognata, motivi banali di convivenza domestica. Panni stesi, sconfinamento da un balcone e l’altro, una parola di troppo e la lite che degenera: l’uomo, un infermiere di 48 anni, si impossessa del fucile da caccia e dà inizio a una carneficina. Vengono uccisi il fratello Luigi, sua cognata Concetta Uliano, che si trovavano sul ballatoio della sua abitazione; ma anche il capitano della polizia municipale Francesco Bruner, e Luigi Cantone; Vincenzo Cinque; mentre sono stati feriti Cristoforo Cozzolino, Umberto De Falco, Luigi Cristian Infante, Michele Salvatore Varriale, Luigi Capasso. Tutte parti offese nel corso di un possibile processo per strage e possesso di armi, che custodiva con cura in un armadio di casa.Poi la resa dopo una lunga telefonata con un agente della Questura di Napoli che lo convinse che era meglio per tutti arrendersi.

Napoli: gli amori vietati nel clan. Nel “Bronx” anche Varrello fu ucciso per amore

Amori vietati con le donne del clan: anche Ciro Varrello, ucciso il 12 gennaio del 2013 su una panchina di viale 2 Giugno potrebbe essere stato ucciso per aver osato intrattenere una relazione amorosa con una donna legata ad un uomo della cosca. E’ quanto stanno cercando di capire gli inquirenti dopo l’omicidio di Vincenzo Amendola e la decisione di Gaetano Nunziato, il pusher 23enne, di far ritrovare il cadavere del giovane 18enne incensurato. Crolla il muro di omertà nel bronx di San Giovanni a Teduccio, crollato il muro di omertà a San Giovanni a Teduccio. Gli abitanti di via Taverna del Ferro, quartiere bunker del clan Formicola, non è più disposta a nascondere i due ricercati Gaetano Formicola, ‘o chiatto, e Giovanni Tabasco ‘birillo’, tanto che i due pare siano stati costretti a trovare un altro nascondiglio. Ma alla luce di quello che è accaduto a Vincenzo Amendola si riapre un altro caso irrisolto: l’omicidio di Ciro Varrello, detto Ciruzzo ‘a banana, 24 anni, ammazzato nel 2013. Chissà se Nunziato non sia disposto a rivelare sconcertanti retroscena anche su quel delitto rimasto inspiegabile. Varrello potrebbe aver pagato con la vita la relazione con una donna del clan Formicola che, con il marito in carcere, aveva avviato una relazione amorosa con il giovane ucciso. L’agguato a Ciro Varrello, incensurato, scattò nel pomeriggio, intorno alle 16 in viale 2 Giugno, la stessa strada dove è stato giustiziato e seppellito Amendola. Il 24enne, anch’egli residente nelle palazzinedel “Bronx” di via Taverna del Ferro, frequentava elementi del clan Formicola, quel giorno era fermo sulle panchine, assieme ad altri giovani del rione, quando arrivarono i killer, in due, giovanissimi, in sella ad una moto Aprilia. Ci fu tra i tre un violento litigio, poi uno dei killer estrasse la pistola e sparò. Due pallottole raggiunsero Varrello al torace, il terzo colpo in faccia. Proprio il proiettile al volto è un altro elemento che unisce i due omicidi Amendola-Carrello, il segno della punizione per lo sgarro subito. Carrello morì durante il trasporto al Loreto Mare. Già allora si paventò la pista passionale, ma l’omicidio fu coperto da una coltre di omertà che non è mai calata. Gli inquirenti ritrovarono, grazie ad una telefonata anonima, la moto usata per l’agguato a Barra. Era bruciata. E subito si pensò ad un tentativo di addebitare il delitto ai clan di Barra, dunque un depistaggio per distogliere l’attenzione dal quartiere. Qualcuno, però, si vantò di aver ucciso Ciruzzo ‘banana’. Pare che Nunzio Andolfi, detto Nunziello’ figlio di Andrea ‘o minorenne, si sia vantato di aver ucciso Varrella, in quel periodo, perché vicino al clan Formicola. Ma anche in questo caso la guerra tra clan c’entrerebbe poco. A raccontare di Nunziello e di Varrello il pentito Domenico Esposito ‘o cinese: “Gli ha sparato tre, quattro botte in testa”. Esposito racconta: “Qualche tempo, prima dell’omicidio dei ragazzi (Minichini e Castaldi vicini ai D’Amico) c’è stato un morto vicino al laghetto di San Giovanni a Teduccio. Noi avevamo nascosto due ragazzi, uno era il figlio di Andrea Andolfi, Nunzio, e l’altro un ragazzo del Bronx che saprei riconoscere in fotografia. Nonostante li avessimo avvertiti che non dovevano muoversi dall’appartamento, si presentarono giù da Marco. O meglio, si presentò Nunzio e disse che era stato lui a uccidere il ragazzo a San Giovanni, insieme all’amico che si nascondeva con lui, a causa di un litigio che aveva avuto per motivi di strada. Io dissi a Nunzio che non doveva raccontare queste cose, ma lui mostrò indifferenza. L’amico invece era pallido e spaventato”.

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Il ferimento nel centro storico e l’ondata di controlli a Ferragosto restituiscono un quadro di risposta immediata delle forze dell’ordine, ma anche di fragilità strutturale nel governo della sicurezza urbana.

Casavatore, arsenale nel box del fruttivendolo: titolare arrestato

La polizia ha scoperto armi e stupefacenti nascosti nel box di un fruttivendolo a Casavatore. Il titolare è stato arrestato e posto a disposizione dell’autorità giudiziaria; gli accertamenti proseguono per chiarire provenienze e contatti.