Cronaca Napoli
Ferragosto a Napoli: 13 arresti e 52 denunce, che cosa dicono i numeri sui controlli
Il bilancio operativo del Ferragosto tra arresti e denunce mette alla prova strategie di presidio e prevenzione: efficacia immediata o palliativo stagionale?
Cronaca Giudiziaria
Ferragosto a Ischia e Procida: controlli serrati, multe e il nodo del contenzioso
I servizi straordinari nelle isole del golfo hanno aumentato le contestazioni formali. Occorre chiarezza sui protocolli operativi e garanzie procedurali per evitare che la gestione dell'ordine pubblico diventi fonte di contenzioso.
Succede anche
Cronaca
GEOGRAFIA E STRATEGIA DEI CLAN SOTTO IL VULCANO: La mappa della Dia
Storici clan in declino, vecchie conferme e nuove organizzazioni che scalpitano per imporre i loro business illeciti: la relazione del primo semestre 2015 ad opera della Direzione Investigativa Antimafia fotografa la “geografia” e la strategia della Camorra sotto il Vesuvio. Il contesto criminale vesuviano continua a presentasi dilaniato da numerosi episodi violenti, e il reiterarsi di omicidi ed atti intimidatori tra gruppi eversivi contribuisce ad alterare ancor di più i già precari equilibri modificando costantemente la mappatura dei clan.
Si registra infatti, specie nella città di Napoli e nella sua periferia, uno scenario frammentario in cui si fronteggiano, senza alcune regola né famigerati codici d’onore, sodalizi storici in momentanea difficoltà operativa e gruppi emergenti che si caratterizzano, a loro volta, per l’assenza di una strategia unitaria, per il “frequente turnover di alleanze” e per l’accesa conflittualità armata.
Una guerra cruenta, sporca, in cui non vi è spazio per le imprese e le gesta di eroi, ma soltanto per vili agguati, spesso, troppo spesso, messi in atto da ragazzini strafatti a cocaina. Una serie di conflitti volti unicamente alla ricerca di un nuovo raggio d’azione su cui allungare i tentacoli di una piovra che si ritiene possa ancora continuare nell’opera di condizionamento “culturale” delle fasce più deboli della popolazioni, ambendo “a porsi quale modello di riferimento unitario ed alternativo ad uno Stato assente” e incapace di rispondere alle esigenze occupazionali: specialmente lì, nelle aree socialmente più deboli, e quindi maggiormente esposte alle “insidie dei clan che sfruttano la possibilità di offrire opportunità di guadagno per reclutare quanti più adepti“.
In tutta l’area vesuviana fino alla fascia costiera il traffico di stupefacenti rappresenta, tra i gruppi locali, la principale fonte di guadagno da reinvestire in attività apparentemente legali. Tuttavia la zona più lacerata da questi conflitti tra banditi per il controllo del narcotraffico alle pendici del vulcano coincide con la periferia Est di Napoli: terra lontana dal sole e dal mare. Zona d’ombra del capoluogo campano dove mancano gli spazi verdi, opportunità per i giovani e dove regnano i grigi palazzi fatiscenti che, costruiti per divenire macro città per cittadini bisognosi, per la loro imponente, inaccessibile e obbrobriosa architettura, hanno contribuito a rendere i bui meandri delle palazzine popolari vere e proprie roccaforti dei clan: come il rione Conocal a Ponticelli, nota piazza di spaccio, per anni “casbah” dei Sarno, implosa nel 2009 per la collaborazione con la giustizia intrapresa dai vertici della famiglia del boss “Ciro ‘o sindaco” (così chiamato per la gestione abitativa delle case di edilizia residenziale pubblica). L’area è ormai contesa tra i De Micco e i D’Amico, protagonisti di una battaglia che continua nonostante gli arresti eccellenti e l’opera di repressione delle forze dell’ordine.
Operazioni che non solo hanno permesso di decimare i clan ma anche di “far emergere i contatti con pubblici funzionari corrotti e capaci di garantire i benefici penali redigendo false relazioni sulla pericolosità sociale degli esponenti di primo piano coinvolti“. A scalpitare dalle retrovie gli emergenti Cito del rione De Gasperi, discendenti dei Sarno e alleati dei D’Amico.
A San Giovanni a Teduccio, invece, l’affermato clan Mazzarella continua a “regnare egemone” a discapito dei Rinaldi-Reale, alleati con gli spietati Cuccaro di Barra e i Formicola che, nel tentativo di espandere il loro spazio d’azione, hanno consolidato una fitta rete di affari con i Giuliano di Napoli.
Tentativo di espansione che si registra anche a Barra, dove il consorzio malavitoso Cuccaro-Aprea “mina” persino i comuni della provincia orientale: San Sebastiano, Pollena Trocchia e Massa di Somma.
Se i Fabbrocino, a Ottaviano, grazie alle loro ingenti quantità di capitale umano ed economico, continuano a imporre la loro supremazia nel business del racket del calcestruzzo, a discapito dei rivali gruppi Di Domenico-Sangermano; aVolla, il vuoto di potere lasciato dai Veneruso, dagli Aprea e dai Piscopo ha fatto emergere personalità considerate, fino a poco tempo fa, di basso spessore criminale.
Diversa la situazione, invece, lungo il tratto costiero. A Ercolano emergono sempre più elementi volti a far chiarezza sulla cruente faida tra gli Iacomino-Birra e gli Ascione Papale che, per anni, ha scosso la cittadina degli Scavi e che, nonostante le maxiretate nel corso del tempo e il famoso modello Ercolano per la Legalità, continua a riproporsi sporadicamente sul territorio.
A Portici, infine, permane l’egemonia Vollaro, nonostante la recente scomparsa del boss sciupafemmine Luigi. La prepotente storia del clan di o’Califfo, l’assenza di famiglie rivali, e il business del pizzo (recentemente estesosi anche nel settore del gioco d’azzardo) contribuiscono alla forte territorialità dello storico consorzio di malavita organizzata, sebbene i continui e recenti acciacchi causati dall’azione pressante della magistratura.
Basterà l’esercito mandato dal Ministero dell’Interno a porre un freno a questo ciclico ed infinito susseguirsi di faide, sfilate e ascese camorristiche? Al ministro Alfano l’ardua sentenza…
Cronaca
Marano: il killer di Candela si fece la sauna dopo l’omicidio. I nomi degli arrestati
Per eliminare tracce di polvere da sparo dal suo corpo, il killer Giuseppe Simioli del clan Polverino, dopo l’omicidio di Giuseppe Candela, detto “Peppe tredici anni”, si recò, con lo “specchiettista” Salvatore Liccardi, a casa della sorella di Roberto Perrone, affiliato al clan e poi diventato collaboratore di giustizia, per farsi una sauna. La circostanza emerge dall’interrogatorio reso dallo stesso Roberto Perrone. Il sicario non fece in tempo a cambiarsi i vestiti prima dell’omicidio e temeva di essere stato ripreso dalle telecamere di un istituto bancario dove si era recato su indicazione dello “specchiettista” (cioè di colui che doveva segnalare la presenza dell’obiettivo) mezz’ora prima dell’agguato. Dopo l’assassinio di Candela, Simioli, temendo di poter essere individuato dalle forze dell’ordine proprio grazie a quelle immagini, andò a farsi una sauna per eliminare eventuali residui degli spari. A decidere che il loro affiliato, Giuseppe Candela, detto “Peppe tredici anni”, doveva essere ucciso – come poi avvenne il 15 luglio del 2009 davanti a un negozio di Marano sono stati il boss Giuseppe Polverino e un elemento di vertice del clan, Giuseppe Simioli. E’ quanto emerge dalle indagini dei carabinieri del Nucleo Investigativo del Comando Provinciale di Napoli. Secondo la ricostruzione, Giuseppe Simioli aveva maturato un odio nei confronti della vittima che si mostrava irriguardosa nel suoi confronti e che faceva uso di sostanze stupefacenti, comportamento non accettato dal clan, anche se il sodalizio si occupava principalmente di traffico internazionale di stupefacenti. Giuseppe Simioli fu proprio colui che, in sella a uno scooter guidato da un complice, sparò materialmente a Candela. Nell’omicidio sono anche coinvolti Salvatore Cammarota, Sabatino Cerullo, Carlo Nappi e Roberto Perrone, a cui fu demandato, tra l’altro, il compito di organizzare l’agguato. Biagio Di Lanno, invece, con Salvatore Simioli, procurò lo scooter Honda Sh utilizzato per entrare in azione e poi fuggire. A indicare la presenza dell’obiettivo, cioè a svolgere la funzione di “specchiettista”, fu Salvatore Liccardi. Raffaele D’Alterio, infine, guidava lo scooter con a bordo il killer Giuseppe Simioli. La vicenda è stata ricostruita grazie alle dichiarazioni rese da tre collaboratori di giustizia, elementi di vertice del clan Polverino. In due fasi, secondo quanto riferisce uno dei pentiti, venne deciso che Candela doveva morire: in un summit tenuto dal boss Polverino, in Spagna, dove si era rifugiato nel 2000 dopo avere trovato delle microspie nell’abitazione di Cascina (Pisa) dove stava trascorrendo la latitanza; e anche in un secondo summit, al quale prese parte l’intero gotha del clan, che si tenne invece a Quarto.
(nella foto il luogo dell’omicidio e nel riquadro la vittima Giuseppe Candela)
Cronaca
Da Torre del Greco e Milano per rapinare banche: arrestati in 4, c’è anche una donna
I Carabinieri del Comando Provinciale di Milano con i colleghi del capoluogo partenopeo, hanno eseguito a Napoli e Torre del Greco 4 ordinanze di custodia cautelare in carcere emesse dal G.I.P. del Tribunale di Milano. Agli autori delle rapine i militari dell’Arma sono arrivati partendo dalle riprese dei circuiti di video-sorveglianza degli istituti, da alcune impronte, raccolte dalla Sezione Investigazioni Scientifiche su entrambe le scene del crimine, e dalle testimonianze delle vittime; hanno quindi identificato i malviventi “trasfertisti” che, partiti dalla Campania con la vettura di proprieta’, hanno raggiunto il capoluogo lombardo, dove hanno agito sempre a capo scoperto, confidando di non essere riconosciuti per la loro estraneita’ alla criminalita’ locale. Non si sono mai preoccupati di nascondere un fortissimo accento campano e, in un’occasione, sono persino giunti a salutare le vittime, prima di andarsene, mentre venivano ripresi dalle telecamere della video-sorveglianza. I Carabinieri hanno ricostruito la dinamica dei “colpi” e il ruolo avuto dai singoli criminali: mentre il “palo” rimaneva a vista sull’esterno, gli altri tre banditi entravano negli istituti pochi minuti prima della chiusura, intimidivano i dipendenti simulando di disporre di armi da fuoco, per poi rinchiuderli in bagno. Subito dopo svuotavano le casseforti, gli sportelli bancomat e si dileguavano a piedi, confondendosi tra i passanti del centro citta’. Le indagini hanno documentato la presenza nel gruppo di una donna, nata nel 1982, che ha sempre avuto un ruolo di primo piano, imponendosi per la forte personalita’ sui 3 complici, di eta’ compresa tra i 51 e i 36 anni d’eta’, il primo dei quali ha ammesso di essere divenuto rapinatore perche’ lo stipendio di casellante autostradale non gli sarebbe piu’ bastato.
Cronaca
Il boss Polverino ordinò dalla latitanza l’omicidio Candela: 4 arresti
Quattro ordinanze di custodia cautelare per omicidio sono state eseguite dai Carabinieri nell’ambito dell’inchiesta sull’omicidio di Giuseppe Candela, soprannominato “Peppe tredici anni”, ucciso il 15 luglio 2009 in un agguato di camorra. Tra i destinatari anche il boss Giuseppe Polverino accusato di aver ordinato il delitto nel corso di un summit svoltosi in Spagna dove era latitante. A Polverino, già detenuto per altri reati, il provvedimento è stato notificato in carcere. I provvedimenti sono stati emessi a conclusione delle indagini coordinate dai pm della Dda di Napoli, Henry John Woodcoock e Mariella Di Mauro e dal Procuratore aggiunto Filippo Beatrice. Secondo la ricostruzione degli inquirenti, Candela fu ucciso per essersi legato a gruppi rivali dediti al traffico di stupefacenti. Una eliminazione interna al clan decisa in una lussuosa villa in Spagna, dove il boss conduceva la sua latitanza dorata. E’ lo scenario tracciato da un’indagine dei carabinieri che ha portato all’emissione di quattro misure cautelari, di cui una destinata al boss Giuseppe Polverino, a capo di uno dei clan storici del Napoletano ed economicamente tra i piu’ potenti. L’omicidio al centro dell’inchiesta della Dda e’ quello di Giuseppe Candela, detto ‘Peppe 13 anni’, avvenuto il 15 luglio 2009; Candela, affiliato della cosca, fu ucciso con sei colpi di pistola in strada. Un agguato pianificato in una villa di Coma Ruga, a Barcellona, proprio dal boss Giuseppe Polverino, e poi deliberato da un successivo summit in un covo segreto nelle campagne di Quarto Flegreo, di nuovo alla presenza del capo clan che era rientrato in Italia proprio perche’ voleva seguire in prima persona la vicenda. Candela, nella ricostruzione degli inquirenti, pur essendo uno storico componente della ‘famiglia’, se ne era allontanato per seguire autonomamente il traffico di stupefacenti con altri gruppi. La sua dunque fu una epurazione interna al clan, che non tollerava atteggiamenti autonomi di un vecchio affiliato. Alle indagini hanno contributo dichiarazioni di pentiti.
Cronaca
Bancarotta fraudolenta. Ai domiciliari noto avvocato di Gragnano e Castellammare
ASSOCIAZIONE A DELINQUERE FINALIZZATA ALL’ABUSIVISMO FINANZIARIO E ALLA BANCAROTTA. IN CORSO DI ESECUZIONE N. 13 ORDINANZE DI CUSTODIA CAUTELARE: EMESSE ILLECITE FIDEIUSSIONI PER CENTINAIA DI MILIONI DI EURO DI CAPITALE GARANTITO. Dalle prime ore di questa mattina i finanzieri del Nucleo Speciale Polizia Valutaria stanno eseguendo su tutto il territorio nazionale 13 ordinanze di misure cautelari (3 in carcere, 7 ai domiciliari e 3 obblighi di firma) emesse dal G.I.P. del Tribunale di Roma, nei confronti di altrettanti soggetti indagati, a vario titolo, per associazione a delinquere finalizzata all’abusivo esercizio dell’attività finanziaria e alla bancarotta fraudolenta. Tra gli arrestati figura anche un noto avvocato civilista di Gragnano che lavora anche a Castellammare.
***seguono aggiornamenti***
Cronaca
Bancarotta fraudolenta. Ai domiciliari noto avvocato di Gragnano e Castellammare. Truffa da 17 milioni di euro
ASSOCIAZIONE A DELINQUERE FINALIZZATA ALL’ABUSIVISMO FINANZIARIO E ALLA BANCAROTTA. IN CORSO DI ESECUZIONE N. 13 ORDINANZE DI CUSTODIA CAUTELARE: EMESSE ILLECITE FIDEIUSSIONI PER CENTINAIA DI MILIONI DI EURO DI CAPITALE GARANTITO. Dalle prime ore di questa mattina i finanzieri del Nucleo Speciale Polizia Valutaria stanno eseguendo su tutto il territorio nazionale 13 ordinanze di misure cautelari (3 in carcere, 7 ai domiciliari e 3 obblighi di firma) emesse dal G.I.P. del Tribunale di Roma, nei confronti di altrettanti soggetti indagati, a vario titolo, per associazione a delinquere finalizzata all’abusivo esercizio dell’attività finanziaria e alla bancarotta fraudolenta. Tra gli arrestati figura anche un noto avvocato civilista di Gragnano che lavora anche a Castellammare.
***seguono aggiornamenti***
Le attività investigative, coordinate dalla locale Procura della Repubblica e condotte dal Nucleo Valutario, hanno consentito di individuare ed identificare una strutturata
associazione criminale operante su tutto il territorio nazionale nel comparto finanziario del rilascio delle polizze fideiussorie: i promotori di tale organizzazione, attraverso la gestione “occulta” di consorzi di garanzia collettiva dei fidi (non autorizzati all’esercizio di questa attività nei confronti del pubblico) e la strumentale costituzione di molteplici società “veicolo” costituite ad hoc, sono riusciti a drenare ingenti somme di denaro conseguite a fronte delle illecite attività esercitate.
E’ stato accertato, in particolare, che le citate società erano divenute, nel tempo, referenti principali di numerosi soggetti privati e, soprattutto, di istituzioni pubbliche, di fatto sostituendosi agli intermediari abilitati (come le banche) in quanto, a differenza di questi ultimi, garantivano un’istruttoria più rapida e snella per l’emissione delle polizze proponendosi sul mercato del credito a condizioni economiche sensibilmente più vantaggiose rispetto a quelle normalmente praticate. Per tali motivi, numerosi contraenti/beneficiari hanno subito gravi danni economici allorquando si sono trovati di fronte all’impossibilità di escutere la fideiussione sottoscritta. Numerosi, tra l’altro, gli enti pubblici (Ministeri, Regioni, Comuni, Prefetture, Università ed altri enti), che risultano tra le vittime di questo sistema, in quanto principali beneficiari delle garanzie “abusive”. Le indagini svolte dalle Fiamme Gialle hanno permesso di accertare l’emissione di un Guardia di Finanza
NUCLEO SPECIALE POLIZIA VALUTARIA
numero elevatissimo di polizze fideiussorie illecite – in assenza di qualsiasi adeguato fondo per i rischi assunti – a garanzia di centinaia di milioni di euro e di ricavi illecitamente conseguiti per oltre 17 milioni di euro. I premi raccolti venivano – attraverso bonifici per il pagamento di fatture, prelevamenti in contanti e ricariche di carte prepagate – sistematicamente sottratti dalle casse dei Confidi che venivano così lasciati privi dei fondi necessari per le eventuali escussioni delle polizze e, di conseguenza, portati fino allo stato di decozione e alla bancarotta. L’operazione complessivamente svolta ha consentito, inoltre, di sottoporre a sequestro preventivo le quote e le azioni di 10 società, tutte riconducibili agli indagati.
Cronaca
Bancarotta fraudolenta. Ai domiciliari noto avvocato
ASSOCIAZIONE A DELINQUERE FINALIZZATA ALL’ABUSIVISMO FINANZIARIO E ALLA BANCAROTTA. IN CORSO DI ESECUZIONE N. 13 ORDINANZE DI CUSTODIA CAUTELARE: EMESSE ILLECITE FIDEIUSSIONI PER CENTINAIA DI MILIONI DI EURO DI CAPITALE GARANTITO. Dalle prime ore di questa mattina i finanzieri del Nucleo Speciale Polizia Valutaria stanno eseguendo su tutto il territorio nazionale 13 ordinanze di misure cautelari (3 in carcere, 7 ai domiciliari e 3 obblighi di firma) emesse dal G.I.P. del Tribunale di Roma, nei confronti di altrettanti soggetti indagati, a vario titolo, per associazione a delinquere finalizzata all’abusivo esercizio dell’attività finanziaria e alla bancarotta fraudole
***seguono aggiornamenti***
Cronaca
Turbativa d’asta: Coinvolti il consigliere regionale Bosco ed un sacerdote
In data odierna militari della Compagnia della Guardia di Finanza di Caserta hanno dato compiuta esecuzione alle notificazioni dell’avviso di conclusione indagini nei confronti di 7 soggetti, emesso dalla Procura della Repubblica di Santa Maria Capua Vetere, a conclusione di circa un anno d’indagine per il reato di turbativa d’asta. La gara d’appalto in esame, del valore di circa 1,5 milioni di euro, riguarda la ristrutturazione della Fondazione San Giuseppe di Tuoro, Caserta (CE) mediante utilizzo di finanziamenti europei tesi al recupero di zone del territorio italiano in difficoltà e finalizzati alla costruzione di un asilo. Le indagini, delegate alla Compagnia della Guardia di Finanza di Caserta, hanno consentito di accertare innumerevoli collegamenti esistenti tra il Presidente della Fondazione (il sacerdote Biagio Saiano), il consulente giuridico della Commissione aggiudicatrice (il Consigliere Regionale della Campania Luigi Bosco) e due coniugi Clementina Ferraiuolo e Giuseppe De Liso. con funzioni di consiglieri della Fondazione (uno dei quali, poche settimane prima dell’indizione di gara ha abbandonato la carica di consigliere). In particolare, le complesse attività d’indagine, hanno permesso di provare come il soggetto aggiudicatario di gara fosse il marito di uno dei consiglieri, amico di vecchia data del sacerdote-presidente nonché responsabile (unitamente al coniuge) della campagna elettorale del consulente giuridico della Commissione di Gara per le elezioni Regionali del 31 maggio 2015. Se ciò non bastasse, è stato dimostrato inoltre come la ditta, scelta per la ristrutturazione della Fondazione, sia una ditta specializzata per l’installazione di soli pannelli fotovoltaici e non anche per la ristrutturazione di edifici. Le indagini, coordinate dalla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Santa Maria Capua Vetere, hanno consentito di acquisire un grave quadro indiziario a carico degli indagati che ha permesso di dimostrare come una gara d’appalto per il valore di circa 1,5 milioni di euro sia stata affidata, con motivazioni esclusivamente amicali, a soggetti privi dei necessari requisiti ed in spregio delle fondamentali regole di mercato e di leale concorrenza. L’attività investigativa, svolta mediante l’utilizzo di intercettazioni telefoniche ed ambientali, servizi di osservazione, pedinamento e controllo e l’escussione di molteplici persone informate sui fatti, ha consentito di documentare come gli indagati avessero artificiosamente creato tutti i presupposti tecnico-giuridici per la partecipazione e l’aggiudicazione della gara d’appalto, rendendo quindi la procedura ad evidenza pubblica una mera inutile formalità. L’attività posta in essere dalla procura, in stretta sinergie con la Guardia di Finanza, rimarca ancora una volta, l’impegno profuso nel contrasto all’illegalità e allo sperpero di denaro pubblico. “Sono sereno e confido nell’operato degli organi inquirenti, dai quali spero di poter essere chiamato quanto prima per fornire i chiarimenti necessari e fugare eventuali dubbi” spiega in una nota Luigi Bosco. “E’ stato un fulmine a ciel sereno; sembra inverosimile trovarmi coinvolto come oggetto di indagini in una situazione in cui ho unicamente espletato la mia attività professionale di amministrativista, come segretario verbalizzante e come legale, peraltro anche con risultati positivi concreti, come la vittoria innanzi al Tar Napoli nel giudizio in cui ho difeso la Fondazione San Giuseppe. Preciso che per tutta l’attività svolta non ho ancora percepito un solo euro, rimanendo creditore nei confronti della Fondazione; come si suol dire danno e beffa”, conclude.
Cronaca
Turbativa d’asta: Coinvolti un consigliere regionale ed un sacerdote
In data odierna militari della Compagnia della Guardia di Finanza di Caserta hanno dato compiuta esecuzione alle notificazioni dell’avviso di conclusione indagini nei confronti di 7 soggetti, emesso dalla Procura della Repubblica di Santa Maria Capua Vetere, a conclusione di circa un anno d’indagine per il reato di turbativa d’asta. La gara d’appalto in esame, del valore di circa 1,5 milioni di euro, riguarda la ristrutturazione della Fondazione San Giuseppe di Tuoro, Caserta (CE) mediante utilizzo di finanziamenti europei tesi al recupero di zone del territorio italiano in difficoltà e finalizzati alla costruzione di un asilo. Le indagini, delegate alla Compagnia della Guardia di Finanza di Caserta, hanno consentito di accertare innumerevoli collegamenti esistenti tra il Presidente della Fondazione (un sacerdote), il consulente giuridico della Commissione aggiudicatrice (attualmente con carica di Consigliere Regionale) e due coniugi con funzioni di consiglieri della Fondazione (uno dei quali, poche settimane prima dell’indizione di gara ha abbandonato la carica di consigliere). In particolare, le complesse attività d’indagine, hanno permesso di provare come il soggetto aggiudicatario di gara fosse il marito di uno dei consiglieri, amico di vecchia data del sacerdote-presidente nonché responsabile (unitamente al coniuge) della campagna elettorale del consulente giuridico della Commissione di Gara per le elezioni Regionali del 31 maggio 2015. Se ciò non bastasse, è stato dimostrato inoltre come la ditta, scelta per la ristrutturazione della Fondazione, sia una ditta specializzata per l’installazione di soli pannelli fotovoltaici e non anche per la ristrutturazione di edifici. Le indagini, coordinate dalla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Santa Maria Capua Vetere, hanno consentito di acquisire un grave quadro indiziario a carico degli indagati che ha permesso di dimostrare come una gara d’appalto per il valore di circa 1,5 milioni di euro sia stata affidata, con motivazioni esclusivamente amicali, a soggetti privi dei necessari requisiti ed in spregio delle fondamentali regole di mercato e di leale concorrenza. L’attività investigativa, svolta mediante l’utilizzo di intercettazioni telefoniche ed ambientali, servizi di osservazione, pedinamento e controllo e l’escussione di molteplici persone informate sui fatti, ha consentito di documentare come gli indagati avessero artificiosamente creato tutti i presupposti tecnico-giuridici per la partecipazione e l’aggiudicazione della gara d’appalto, rendendo quindi la procedura ad evidenza pubblica una mera inutile formalità. L’attività posta in essere dalla procura, in stretta sinergie con la Guardia di Finanza, rimarca ancora una volta, l’impegno profuso nel contrasto all’illegalità e allo sperpero di denaro pubblico.
Cronaca
Ravello: l’assassina di Patrizia Attruia di Scafati premeditò l’omicidio
L’omicidio di Patrizia Attruia avvenuto a Ravello il 27 marzo scorso era stato pianificata dalla sua assassina Vincenza Dipino. Queste sono le conslusioni a cui è giunta il pm Cristina Giusti della Procura di Salerno che ieri ha notificato alla killer l’ avviso di conclusione delle indagini. La vittima originaria di Scafati(con parenti anche a Castellammare di Stabia) fu uccisa da Vincenza Dipino che aveva pianficato l’omicidio per questo le contesta l’ipotesi di omicidio volontario, con l’aggravante della premeditazione per Vincenza Dipino. Invece Giuseppe Lima, compagno della vittima(che dal maggio scorso iscritto nel registro degli indagati), è accusato di concorso in occultamento di cadavere e favoreggiamento. Una vicenda di cui ancora oggi si parla in costiera amalfitana. Secondo la ricostruzione degli investigatori la vittima da circa tre anni si era trasferita da Scafati a Ravello, dove viveva con Lima. Entrambi disoccupati, vivevano in un fabbricato rurale vicino a un terreno agricolo. Poi si erano trasferiti a casa di Vincenza Dipino. Ma tra le due donne nacque sin da subito una rivalità per l’uomo di casa con continue liti. Poi, secondo la rivostruzione fatta dalla stessa assassina che ha confessato tutto e gli elementi raccolti dagli investigatori, almeno due giorni prima del 27 marzo scorso dopo l’ennesima lite la Dipino strangolò la rivale, tra la cucina e la camera da letto poi il corpo venne trascinato per il corridoio e adagiato all’interno di una cassapanca con l’aiuto di Vincenzo Lima che si è sempre dichiarato innocente.
Cronaca
Omicidio Amendola: i selfie dei killer e la telefonata tra il baby boss e la madre
Il terzetto di presunti assassini di Vincenzo Amendola dopo il selfie insieme sul luogo del delitto, aveva gettato in mare la pistola usata per ucciderlo.E ieri pomeriggio è stata trovata nelle acque prospicienti il quartiere dai sommozzatori della squadra nautica della Polizia di Stato una pistola calibro 9X21, simile a quella che è stata usata dai killer per uccidere Vincenzo Amendola – il 18enne del quartiere San Giovanni a Teduccio di Napoli scomparso la notte tra il 4 e il 5 febbraio scorso e trovato cadavere, sotto un metro di terra il 19 febbraio. L’arma recuperata è, al momento, sottoposta a verifiche da parte della polizia scientifica. Si tratta di accertamenti che consentiranno di appurare se sia proprio quella adoperata dagli assassini di Amendola. La Squadra Mobile della Questura di Napoli sta ora indagando sull’accaduto basandosi sulle dichiarazioni rese dall’amico della vittima, ora pentito,Gaetano Nunziato, il giovane di 23 anni coinvolto nella vicenda accusato di concorso in omicidio, porto illegale di arma da fuoco e occultamento di cadavere. Intanto sono ancora in corso le ricerche di altre due persone, indicate da Nunziato come autori del delitto. Si tratta del baby boss Gaetano Formicola ‘o chiatt e Giovani Tabasco birillo. Il ritrovamento dell’arma ai fini dell’inchiesta è un risultato importante per la pubblica accusa: se risulterà effettivamente l’arma utilizzata, gli inquirenti avranno in mano un ulteriore elemento a favore della credibilità del neo collaborante. Intanto nel decreto di fermo a carico di Gaetano Nunziato c’è anche una conversazione telefonica tra Gaetano Formicola, indagato, e la madre, estranea alla vicenda ma al centro delle voci che avrebbe messo in giro Vincenzo Amendola per vantarsi della relazione. Va sottolineato che non c’è prova del rapporto tra i due e la stessa procura a proposito della relazione utilizza la parola “presunta”. Sembrerebbe, secondo alcuni investigatori, più di un millantato credito da parte del giovane ucciso che altro e la notizia è arrivata alle orecchie della polizia attraverso uno zio, sentito in maniera informale. Ecco la conversazione tra Gaetano Formicola e la madre.
GAETANO: «Mamma».
MARIA: «Pronto».
GAETANO: «Ma dimmi una cosa, no».
MARIA: «Eh».
GAETANO: «Ma hai chiamato a Manuela?».
MARIA: «No, Gaetano quella mi ha chiamato … mi ha chiamato e si sono anche svegliati questi qua».
GAETANO: «Eh, mamma tu mi senti, poca confidenza».
MARIA: «Eh …incomp…».
GAETANO: «Buongiorno e … perché sta succedendo il cazzo per la banca dell’acqua, stanno capendo».
MARIA: «Eh, bravo, poca confidenza anche tu, adesso non andare più spesso là».
GAETANO: «No, non ti preoccupare, mi devi morire tu … va bene».
MARIA: «Eh, eh, ciao».
GAETANO: «Ciao».
Secondo gli investigatori il tono e il contenuto della telefonata sarebbero appunto collegati alla sparizione di Vincenzo Amendola. E la donna viene richiamata all’ordine da suo figlio e invitata a non prendersi molta confidenza con certe persone in quanto la gente sta “capendo una cosa per un’altra”. Frase che indurrebbe a pensare appunto a un vanto da parte di Vincenzo, non corrispondente alla realtà. Ma sarà l’inchiesta a chiarire tutto.
(nella foto i tre presunti killer di Amendola, Giovanni Tabasco, Gaetano Nunziato e Gaetano Formicola)
Cronaca
Appalti nettezza urbana, Gdf acquisisce atti Comune Ercolano. Indagati imprenditori e funzionari comunali
La Guardia di Finanza ha acquisito stamattina documenti relativi agli appalti sulla Nettezza urbana al Comune di Ercolano. L’indagine si svolge su delega della Procura della Repubblica di Napoli. Da quanto si apprende, sono state notificate informazioni di garanzia a dirigenti della società che smaltisce i rifiuti ed a funzionari comunali. Contestualmente sono state eseguite perquisizioni, ma sulla indagine vi è il più stretto riserbo. Le Fiamme Gialle hanno anche sequestrato il cantiere della società che gestisce il servizio di smaltimento rifiuti. Sulla vicenda il sindaco di Ercolano, Ciro Buonajuto ha detto: “Non conosco i dettagli dell’operazione, ma confido nelle forze dell’ ordine e siamo pronti ad agevolare il loro lavoro. Ho inoltre saputo del sequestro di parte del cantiere della “Multiecoplast”, che gestisce il servizio smaltimento dei rifiuti in città. Siamo al lavoro per fronteggiare una situazione molto critica anche alla luce delle vicende che abbiamo ereditato”.
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Il ferimento nel centro storico e l’ondata di controlli a Ferragosto restituiscono un quadro di risposta immediata delle forze dell’ordine, ma anche di fragilità strutturale nel governo della sicurezza urbana.
Cronaca Napoli
Casavatore, arsenale nel box del fruttivendolo: titolare arrestato
La polizia ha scoperto armi e stupefacenti nascosti nel box di un fruttivendolo a Casavatore. Il titolare è stato arrestato e posto a disposizione dell’autorità giudiziaria; gli accertamenti proseguono per chiarire provenienze e contatti.
